Yehoshua e le «richieste inaccettabili»

L’intervista ad Abraham B. Yehoshua su La Stampa (clicca qui) mi è parsa significativa per riflettere sui presupposti del discorso della sinistra israeliana sulla pace in Palestina. Un passaggio dell’intervista è fondamentale ed ha attirato la mia attenzione:

Siamo prigionieri di richieste inaccettabili. Prigionieri di vecchi slogan. Netanyahu che pretende il riconoscimento di Israele come stato ebraico dai palestinesi, Abu Mazen che insiste sul ritorno di tutti i rifugiati in Israele. I palestinesi sembrano incapaci di reagire, si ergono a vittime in eterno. Quando chiedi ai palestinesi se credono nella pace, nel futuro, rispondono: “Possiamo aspettare, anche cent’anni”. Hanno visto passare i crociati, poi sono arrivati gli ebrei dall’Europa, da tutto il Medio Oriente. Pensano: “Passeranno anche loro”. Aspettano.

Tre parole mi hanno sollecitato una riflessione: aspettare, rifugiati, vittime.

Su quest’idea fantasiosa ed istintivamente coloniale dei palestinesi che «hanno visto passare i crociati e che aspettano» mi tornano alla mente le parole scritte da Albert Memmi nel suo Portait du colonisé (Ritratto del colonizzato), che è in realtà un ritratto del colonizzatore. Dato che il sionista di sinistra, in un atteggiamento tipicamente coloniale, sa in partenza cosa è l’arabo e cosa lo motiva, non avrà mai bisogno di ascoltarlo, di cercare di capire: lo crea lui, per conservare al suo discorso una coerenza e preservare la sua buona coscienza. Scrive Memmi in riferimento ai francesi in Tunisia, ma il ragionamento è applicabile anche ai sionisti di sinistra:

Poco importa al colonizzatore che cosa sia realmente il colonizzato. Ben lungi dal volere cogliere nella sua realtà il colonizzato, si preoccupa di fargli subire questa indispensabile trasformazione. Presta a questo e a quello i pregiudizi che gli convengono, ricostruisce un colonizzato in base ai suoi desideri; per farla breve, si mette a favoleggiare.

Yehoshua La Stampa

Yehoshua durante l’intervista a La Stampa (l’immagine è tratta dal sito del quotidiano, vedi link)

Rifugiati come «richiesta inaccettabile». Inaccettabile?
Riprendo quanto scritto da Ilan Pappe in una sua opera famosissima, senza aggiungere altro:

La Nakba e i problemi dei profughi sono stati decisamente esclusi dall’agenda di pace e per comprendere tutto ciò dobbiamo valutare quanto profondo sia oggi in Israele il livello di negazione dei crimini commessi nel 1948 e confrontarlo da una parte con l’esistenza di un sentimento genuino di paura e dall’altra con una forma profondamente radicata di razzismo antiarabo, entrambi pesantemente manipolati […] Il primo assioma israeliano fu che il conflitto israelo-palestinese aveva le sue origini nel 1967 […] Il secondo era che ogni cosa in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza potesse essere ulteriormente divisa […] Il terzo assioma israeliano è che nulla di quanto avvenuto prima del 1967, compresa la Nakba e la pulizia etnica, sarà mai negoziabile. Le implicazioni qui sono chiare: viene rimosso completamente il tema dei profughi dal programma di pace e si esclude del tutto il diritto al ritorno dei palestinesi. Quest’ultimo assioma pone sullo stesso piano la fine dell’occupazione israeliana con la fine del conflitto. Per i palestinesi, invece, il 1948 è il cuore del problema e soltanto affrontando le ingiustizie commesse allora si può porre fine al conflitto nella regione […] Anche il campo della pace israeliano aveva evaso il problema del 1948 e accantonato la questione dei profughi.

Il diritto al ritorno dei profughi palestinesi , espulsi da Israele nel 1948, fu riconosciuto dall’Assemblea generale dell’ONU nel dicembre del 1948. È insito nel diritto internazionale ed è conforme all’idea di giustizia universale. Forse sorprende, ma ha anche senso in termini di realpolitik: a meno che Israele non riconosca il ruolo principale che ha svolto e continua a svolgere nell’esproprio della nazione palestinese e non accetti le conseguenze che il riconoscimento della pulizia etnica implica, tutti i tentativi di risolvere il conflitto israelo-palestinese sono destinati a fallire, come fu chiaro nel 2000 quando i negoziati di Oslo si ruppero proprio sul diritto al ritorno dei profughi.

Vittime. «Si ergono a vittime in eterno», dice lo scrittore.
Scrive Pappé:

Per gli israeliani, riconoscere i palestinesi come vittime delle azioni di Israele è fonte di profondo turbamento, almeno per due motivi. Sia perché dovrebbero fare i conti con l’ingiustizia storica che metterebbe Israele sotto accusa per la pulizia etnica della Palestina del 1948 e in dubbio gli stessi miti fondanti dello Stato d’Israele, sia perché emergerebbe una miriade di problemi etici che avrebbero implicazioni inevitabili per il futuro dello Stato.

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