E a sinistra, ci saranno orecchie disposte ad ascoltare? No

trump

Minimizzare non serve a niente. La vittoria di Donald Trump è un disastro per le classi popolari e per il mondo del lavoro. Avremo l’occasione di vedere cosa viene fuori quando il neoliberismo agli steroidi si somma a xenofobia, sessismo e suprematismo bianco. E, se abbiamo pensato che le democrazie impregnate di neoliberismo fossero il peggiore modello possibile, forse ci sbagliavamo: esse possono fare di meglio, e divenire ancora peggio.

Nonostante il minor numero di voti raccolti rispetto a Hillary Clinton, e sulla base di un sistema elettorale (i cosiddetti Collegi Elettorali) artificioso e antidemocratico, che non fotografa realmente la situazione, la più grande democrazia occidentale ha eletto un appartenente alla classe dei potenti e degli sfruttatori che si erge a difensore delle vittime operaie della globalizzazione, un demogogo bugiardo, un sessista e omofobo, un razzista islamofobo, un filosionista smodato e un negazionista dei cambiamenti climatici alla carica più potente del pianeta.

Non a caso tutti i demagoghi razzisti europei che cercano di infiammare la guerra tra poveri, da Salvini a Marine Le Pen a Orban, esultano per la sua elezione. Non solo, egli incoraggia quella tendenza reazionaria e autoritaria che si sta diffondendo sul pianeta, tra autocrati o aspiranti tali, demagoghi, distruttori dell’ambiente, accomunati tutti da un’attitudine machista da sfoggiare. 

L’elezione di Trump è uno degli avvenimenti più sconvolgenti degli ultimi anni e le cui conseguenze non ci sono ancora note, dato che non sappiamo quale sarà la sua vera politica da presidente. Tuttavia l’incertezza su questo fronte non deve trarre in inganno. Il mondo del lavoro, i poveri, i malati, i non bianchi, i migranti, i musulmani, gli LGBTI, le donne, gli ecologisti restano nel mirino del neoliberismo che continuerà florido anche con Trump. E, a livello di politica estera, le sue dichiarazioni isolazioniste e protezioniste non fermeranno la vocazione imperialista del capitalismo americano: si vedano le sue dichiarazioni su Israele, gli attacchi all’Iran e le promesse di investimenti massicci nell’industria delle armi.

Il vecchio mondo sta morendo, ma non c’è ancora da esultare sulla sua tomba. Stiamo attraversando una pericolosa età di mezzo e abbiamo di fronte diversi sentieri da prendere. Con la vittoria di Donald Trump, gli USA ne hanno intrapreso uno molto oscuro. Ma per uscirne non si può tornare a percorrere la stessa strada fatta finora. Siamo a questo punto precisamente perché l’abbiamo percorsa per così tanto tempo.

Con chi prendersela?

Molti lavoratori bianchi non hanno votato per i democratici. È inutile dare la colpa solo al razzismo.

Incolpare il popolo americano per la vittoria di Trump non serve a nulla. Evidenzia, semmai, proprio quell’elitarismo che ha spinto gli elettori a votarlo. È indubbio il ruolo cruciale che razzismo e sessismo hanno avuto nella sua ascesa ed è spaventoso immaginare l’influenza nefasta che ciò avrà sui settori più bigotti, retrivi e pericolosamente reazionari della società americana. Tuttavia limitarsi ad esprimere orrore non è politica. Perché senza razzismo e sessismo Trump non avrebbe vinto, ma le macerie sociali del neoliberismo sono un fattore altrettanto centrale.

Credere che l’elettorato sia stato mosso unicamente dal suprematismo bianco non corrisponde al vero. Restando ai risultati degli exit poll che dovranno essere confermati (qui le statistiche della CNN), secondo l’analista del «New York Times» Nate Cohn il fattore decisivo è stato la minore affluenza degli elettori democratici che nel 2012 avevano votato per Obama. E non tutte queste persone possono essere considerate bigotte.

Quindi è vero che non si è verificato nessuno sfondamento da parte di Trump in grandi settori del proletariato disoccupato o precario, ma se si guarda il dato non in maniera statica bensì sulla base delle tendenze di fondo a partire dalle elezioni precedenti, diventa problematico darsi una spiegazione di tipo consolatorio.  I neri, i poveri, le donne hanno continuato a votare per il partito democratico, ma meno che nel passato e, comunque, non in misura sufficiente.

Trump aveva chiamato stupratori i messicani e dichiarato di voler erigere un muro lungo il confine con il Messico, ma solo il 65% dei latinos ha votato per Clinton (il 71% quattro anni fa). Tendenza simile nella minoranza asiatica.

La lista delle disgustose dichiarazioni sessiste di Trump è molto lunga, eppure solo il 34% delle donne bianche senza studi superiori ha votato per Clinton, e solo il 54% del voto femminile (era il 55% quattro anni fa). La tendenza non cambia se si prendono altri parametri, come la classe o il luogo di residenza. E i temi più importanti per chi ha votato per Trump sono stati, elemento significativo, immigrazione e terrorismo.

Altri dati interessanti emergono se si guarda la percezione da parte dell’elettore dell’andamento generale dell’economia e la condizione finanziaria della propria famiglia. Non solo, ma Trump si è affermato anche in Stati tradizionalmente democratici e blue collar (operai manifatturieri). Ultimo elemento, l’astensione: molto alta.

Hillary Clinton ha perso perché essa riassumeva in sé l’esatto consenso di cui godono le élite del partito democratico. Per questi dirigenti non aveva senso criticare gli Stati Uniti: a Trump che diceva «Make America great again» Hillary Clinton rispondeva «L’America è già grande». La situazione poteva solo migliorare. La favola della ripresa economica e dell’uscita dalla crisi si è fragorosamente infranta sul muro della dura vita di milioni di persone.

Considerato il giudizio negativo su entrambi i candidati, cosa si può trarre da questo risultato?

In primo luogo, il sistema dei collegi elettorali e dei grandi elettori è un sistema elettorale antidemocratico, e non è un caso che da più parti si levino voci per la sua modifica.

Questo risultato evidenzia che lo scollamento tra le élite, sia democratiche che repubblicane (repubblicane mainstream) e il blocco sociale che almeno parzialmente ha preferito Trump è sempre maggiore. In secondo luogo, che sia negli USA che in Europa si sta formando un’area politica molto inquietante, con forme diverse da paese a paese (e che talvolta può celare contenuti anche molto diversi tra loro), che nella sua variante di destra è in grado di mobilitare tutti coloro che sono rimasti fuori dallo sviluppo economico del capitalismo contemporaneo attraverso contenuti ideologici sulla percezione di sé e degli altri che non sono solo il frutto di un’allucinazione mediatica, ma che si nutrono della disgregazione delle relazioni sociali promosse dalla realtà propria del capitalismo. Solo l’inclusione di queste persone nel conflitto sociale potrebbe riuscire sciogliere questi nodi.

Infine, non è possibile dimenticare la responsabilità politica di attori come Obama e lo stesso Sanders. Il primo, esaltato dalla sinistra italiana troppo frettolosamente, ha disatteso quella svolta radicale che chi lo elesse evidentemente si aspettava, muovendosi in continuità con il liberismo economico e la proiezione imperiale di chi lo aveva preceduto. Sanders, invece, portatore di contenuti innovativi nel contesto delle elezioni americane, non ha voluto spingersi fino ad una rottura col proprio partito e all’inaugurazione di una corsa solitaria e quindi di un processo nuovo per gli Stati Uniti, abdicando a favore di Clinton e credendo in un’illusoria pressione interna al partito stesso.

*****

La mattina dei risultati, mentre si analizzavano le ragioni della vittoria di Trump, mi sono ritrovato di fronte all’ennesimo spaesamento proveniente da sinistra (per quanto fosse molto blando il supporto per la candidata democratica). Allora mi sono detto: niente da fare, neanche questa sarà la volta buona per una sana autocritica.

Michael Moore ha diffuso un post in cinque punti divenuto virale, in cui tra l’altro ha scritto:

Ognuno deve smetterla di dire che è “stordito” e “scioccato”. Ciò che state dicendo è che eravate in una bolla e non stavate prestando attenzione ai vostri concittadini e alla loro disperazione. Per ANNI abbandonati da entrambi i partiti, sono cresciuti la rabbia e il bisogno di vendetta contro il sistema.

Vorrei perciò andare oltre la vicenda americana e cogliere l’occasione per parlare della sinistra italiana. Perché vicende di questo tipo sono uno specchio in cui guardarsi, e purtroppo ancora non ci si è guardati.

L’8 novembre non è stato solo l’Election Day negli Stati Uniti, ma anche il giorno della morte, un anno fa, del sociologo Luciano Gallino. Mi è sembrata una curiosissima coincidenza: è morto lo stesso giorno in cui le sue previsioni hanno trovato realizzazione nella massima forma possibile. Egli ha analizzato la società neoliberista in maniera puntuale, e ogni giorno che passa assistiamo ad una manifestazione di quello schema. Nella presentazione di questo blog, nato proprio sull’onda della rassegnazione e della sconfitta di questi tempi, lamentai proprio l’indifferenza della sinistra italiana nei confronti del fattore sociale e l’intrusione in varia misura del pensiero neoliberista assurto a verità incontestabile. E citavo un passaggio di Gallino che mi piace riprendere in questa occasione:

Quel che vorrei provare a raccontarvi è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea. A ogni sconfitta corrisponde ovviamente la vittoria di qualcun altro. In realtà noi siamo stati battuti due volte. Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità.

Quanto l’ideologia liberista abbia modificato la società lo abbiamo capito, lo stiamo vedendo. E se essa avesse modificato il senso di solidarietà a sinistra? Perdita dell’idea di uguaglianza e di pensiero critico anche a sinistra, in nome dell’accettazione magari inconsapevole di alcuni paradigmi considerati indiscutibili?

Lasciamo stare i leader, che adesso si affrettano a dire che «La sinistra ha perso da tempo» oppure «Non bastano le ricettine da social». Lasciamo stare la stampa ritenuta progressista, che scrive autoflagellante: «Non ci siamo accorti dell’arrivo di Brexit o di Trump» oppure «Non ci siamo accorti che gli ultimi si sono sentiti dimenticati». Inqualificabili.

Parlo dei singoli elettori, dei militanti, dei simpatizzanti, sia giovani che adulti. Non di quanti si sono organizzati in movimenti sociali duraturi la cui mobilitazione, anche solitaria, su diversi temi c’è sempre stata ed è sempre stata guardata da più parti con diffidenza e sospetto. Mi riferisco a chi milita, a chi simpatizza e a chi vota.

Punto primo: quanto l’elettorato di sinistra ha avuto negli ultimi anni e ha tuttora a cuore le questioni sociali? Questioni sociali sono: la casa (quindi l’emergenza abitativa), il lavoro (quindi la disoccupazione), il reddito (quindi l’indebitamento privato), l’ascensore sociale (quindi l’inganno della meritocrazia), la sanità (quindi l’impossibilità di curarsi). Non è una domanda retorica, non quanto potrebbe essere la risposta istintiva: «Per me sono una priorità».

Punto secondo: «avere a cuore» significa farsene carico politicamente, pretendere risposte dai propri rappresentanti, giudicarli e magari punirli per aver disatteso le aspettative su questi temi, solidarizzare con chi ne è vittima, parlarne, insomma considerare tutto questo una priorità non solo a parole.

Purtroppo io ho assistito ad un’altra storia.

Provo a raccontare l’elettore o il militante medio a sinistra che ho conosciuto io. Sono nato nel 1985, 31 anni fa, e ho iniziato a interessarmi di politica a partire dal 2000. Ebbene, l’elettore medio che ho conosciuto in questi sedici anni non ha mai dimostrato di sentire come determinanti le questioni sociali, di provare interesse per chi non può competere e non compete. Qualcuno lo ammetterà?

In una sorta di visione autoreplicante della comunità di appartenenza che partiva dalla propria personale e tutto sommato felice condizione materiale, pareva quasi che il capitolo del sociale, liberato da una retorica da campagna elettorale e calato nella concretezza del quotidiano, non fosse al centro delle proprie preoccupazioni politiche. Un tema incolore, noioso, triste, proprio come la vita che soggiace a quei problemi, e che non trovava posto né voce. Chi provava a metterlo in campo come argomento ulteriore per giudicare i propri rappresentanti rischiava di essere tacciato quasi di pedanteria. Mi dispiace, ma è esattamente quello che penso.

In questi sedici anni, pur nella grande varietà di situazioni politiche (il più delle volte inconsistenti dal punto di vista della dinamica sociale a sinistra), mi è sempre parso che a sinistra i problemi SOCIALI non riscuotessero molto successo.

Era il 2012 quando scrissi su Facebook: «Detesto le graduatorie dei diritti. I diritti sono organici, civili e sociali non hanno gli uni priorità sugli altri, e pensare questo ha provocato ingiustizie ieri e oggi. Tuttavia, come detesto chi afferma che “ci sono cose più importanti” quando si parla di diritti civili, allo stesso tempo non posso che provare fastidio al vedere che in molti ragazzi tanto fervore suscitano le questioni civili e tanto poco quelle sociali. Amare è bello, amare lavorando è perfetto».

L’elettorato aveva altre priorità. L’interesse primario era quello di galvanizzarsi con una manifestazione rumorosa o con un’elezione temporanea, così come l’obiettivo di andare al governo costituiva un obiettivo in sé, non importava per fare cosa e non importava cosa si era effettivamente fatto. Con Berlusconi al potere l’unico pericolo all’orizzonte era il berlusconismo e nient’altro: un pericolo ritenuto assoluto, totalizzante, e di fronte ad esso non ci si poteva azzardare a tirare fuori le politiche (anti)sociali dei governi di centrosinistra, perché altrimenti si minava il terreno del proprio governo. Scrisse sempre Gallino:

Hanno adottato in pieno il credo neoliberale e si sono limitati a cercare il modo di indennizzare in modesta misura i perdenti della lotta di classe. Da questo punto di vista osso affermare che non c’è molta differenza tra i teocon compassionevoli che hanno sostenuto per due mandati George W. Bush e una parte notevole dei partiti socialisti e socialdemocratici europei.

E intanto la storia procedeva silenziosa. Così una decina di anni dopo, con Renzi al potere, «non è rimasto più nessuno a protestare» come scrisse il poeta pur riferendosi a ben altre derive. 

Io me lo ricordo l’entusiasmo osannante e frettoloso per l’elezione di Obama, la cui vicenda politica si chiude con l’elezione di Trump, e forse qualcosa vorrà significare. E l’entusiasmo per la vittoria di Hollande? Pure quello mi ricordo. Funzionava così, partecipare alla contesa per vincerla, e basta. Alleanze, compromessi al ribasso e nasi turati pur di vincere. Mi ricordo i commenti entusiasti sul proprio governo «che sta facendo crescere il PIL», senza che ci fosse uno scemo di turno che dicesse: «Scusate, ma a beneficio di chi?», ignari del fatto che a sinistra, più che il PIL, dovrebbe interessare la redistribuzione. Mi ricordo anche il silenzio assoluto sul diritto all’abitare e la legalità come unico orizzonte consentito, dato che «le occupazioni abusive sono illegali», lo stesso parametro per valutare i movimenti sociali sorti negli anni e guardati con diffidenza. Un po’ poco, no?  

E quando Tsipras non ha rispettato il risultato del referendum da lui stesso voluto? Niente da fare, si va avanti così. Chi sono quei quattro scalmanati (i fuorisciti da Syriza che fondarono Unità popolare) usciti da Syriza dopo il tradimento del risultato del referendum per rompergli le uova nel paniere? Avanti così. Sul muro, ma si va avanti. L’Europa? «Cambiarla dall’interno». Come? Non si sapeva come, bastava dirlo. E Junker ora risponde beffardo, con la sua nota arroganza: «Me ne frego».

Qualunque voce critica era considerata la solita critica di una sinistra incontentabile e disfattista. Pensa te…

Poi è giunta la crisi e con essa la mia speranza che qualcosa sarebbe cambiato in termini di consapevolezza. Ma è cambiato? Non credo. I perdenti possono rientrare in una dichiarazione di principi, ma non sono mai divenuti destinatari di una pratica politica. L’impressione è sempre stata che, mentre parecchi a sinistra lentamente affondavano nel naufragio sociale, le uniche voci udibili in quell’area politica provenissero da coloro che grossi problemi (lavorativi, economici) non ne hanno e guardano alla propria comunità politica chiusi nella bolla di cui parla Moore, non vedendo altro che loro stessi.

Inutile parlare ancora di leader inadeguati, è un pretesto per non parlare di sé. In sedici anni attorno a me ho sentito solo dominare la voce e la prospettiva sulle cose di individui che dopotutto vivono bene e si dilettano a giocare al Monopoly della contesa politica. Nessuna identificazione con la sofferenza (altrui), nessuna empatia, nessuna concretezza, quindi nessuna utilità: è fastidioso sentirselo dire? Sono brutale? Forse, ma la durezza del vivere a cui molti sono arrivati lo è decisamente di più.

Quale interesse la parte maggioritaria dell’elettorato di sinistra ha finora dimostrato per il conflitto sociale, la distruzione dello stato sociale, l’impoverimento e la miseria? Quale invece il suo ragionare nel recinto delle convinzioni date, un recinto che non bisogna mai oltrepassare? Quanto forte è il desiderio di trovare strade alternative e la consapevolezza che non esistono soluzioni a questi problemi percorrendo le solite strade? Quanto coraggio?

Questo elettorato, se sinceramente ritiene di riconoscersi in una sinistra di classe, dovrebbe smetterla di avere paura di un linguaggio radicale e di obiettivi radicali, smetterla di celarsi dietro un discorso incomprensibile e cominciare a chiamare le cose con il proprio nome. Soprattutto, dovrebbe avere il coraggio di ammettere un’evidenza: restando nel recinto della realtà in vigore, l’unica strada che è consentito percorrere non prevede incroci e ha una destinazione obbligata per chi ha perso la competizione, ovvero la disperazione. Perché non esistono soluzioni ai problemi che viviamo nel recinto del capitalismo attuale e delle sue condizioni ed è vuota l’idea rassicurante di riformarlo, che si traduce sempre in un riformismo senza riforme. Mettetevelo in testa. 

Quanto pesa il conflitto e quanto la prossima elezione a sinistra?

Sono 16 anni che la frequento, e sono 16 anni che me lo chiedo. Stupirsi non è più consentito, ma il tempo dell’autocritica da parte dell’elettorato non lo intravedo neanche da lontano, neanche stavolta.

Non è successo niente.

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