Trappola di fuoco per proletari dimenticati e totem culturali

Di questi tempi sono costretto a cercare la sinistra seguendo anche la scia del suo silenzio. Alle parole pronunciate e ripetute, che compongono ovviamente un quadro di principi e valori di riferimento, si sommano i silenzi. I silenzi della sinistra sono il negativo di quel quadro, ne evidenziano gli spazi vuoti, le lacune, ciò che è stato semplicemente ignorato in termini di analisi politica, e quindi di solidarietà umana e politica. Lacune che coinvolgono simpatizzanti, militanti e dirigenti nella stessa misura.

Il rogo della Grenfeel Tower di Londra rappresenta un evento terrificante, e spaventosi sono i racconti di ognuna di quelle vite che si spegnevano con assoluta, raggelante consapevolezza. Ma non si tratta di una tragica fatalità sulla quale non poter esprimere valutazioni politiche, tutt’altro.

«Grenfell was a crime against the working class, a murder», si legge sulla pagina web del quotidiano del Socialist Workers Party. «Dovranno esserci arresti, processi e carcere per i politici e i padroni responsabili. L’intero movimento dei lavoratori deve reclamare giustizia per Grenfeel – e organizzarsi per cacciare Theresa May».

Ma è sufficiente scorrere la stampa progressista britannica per accorgersi che le parole “classism”, “poverty”, “housing policies”, “gentrification” costituiscono l’architrave di qualunque analisi dell’accaduto.

Le manifestazioni di rabbia stanno incendiando il West London, e non hanno alcuna intenzione di fermarsi. Il governo è in enormi difficoltà. «Gli opportunisti tutt’attorno escono allo scoperto. Labour, Conservatori, la famiglia reale. Nessuno volle fare niente rispetto alla situazione di gentrificazione e di alloggi fatiscenti in tutta Londra. Nessuno disse una parola o mosse un dito per aiutare i residenti dell’intera Londra a combattere per un alloggio migliore, per impedire che le proprietà venissero demolite o che essi fossero espulsi a opera di consigli locali rossi o blu. Un situazione davvero disgustosa e che fa rabbia», scrivono i London Black Revs.

Non sappiamo ancora da dove è partita la scintilla che ha acceso questo rogo di classe. Tutti sanno, però, che gli inquilini avevano espresso ripetutamente le loro preoccupazioni al Kensington and Chelsea Tenant Management Organisation (KCTMO, ovvero il dipartimento di urbanistica e gestione dell’edilizia popolare del quartiere di Kensington a cui il consiglio locale aveva delegato la gestione del palazzo) circa il fatto che si stesse procedendo al risparmio sulla sicurezza, mentre ci si rifiutava di ascoltare le preoccupazioni degli inquilini. E così l’intero rivestimento usato per rendere più accettabile la visione del palazzone agli abitanti dei ricchi quartieri circostanti si è incendiato in soli sette minuti.

Gli attivisti per la casa di Grenfell hanno definito la tragedia il risultato di «una combinazione di tagli governativi, mala gestione da parte delle autorità locali e puro disprezzo per gli inquilini e per le case in cui vivono».

Ecco a voi il traguardo della rivoluzione thatcheriana e del blairismo ruggente, quando i principi di concorrenza e competizione sono ribaditi dalla legge per sancire chi ha vinto e chi ha perso la lotta di classe, ed è la legge stessa a non prevedere la possibilità materiale di una vita dignitosa per i perdenti della competizione. Le vittime del rogo di classe della Grenfell Tower non furono ascoltate semplicemente perché quelle esistenze costituivano una delle ultime escrescenze di povertà in un deserto urbano gentrificato dove solo ricchezza e benessere hanno diritto di cittadinanza.

Eppure mi pare che l’opinione pubblica di sinistra in Italia non se ne sia accorta. Non parlo ovviamente dell’evento in sé, ma della sua connotazione politica. È come se non avessero collocato la strage nella giusta prospettiva, limitandosi a derubricarla a tragico episodio di cronaca senza sentire l’urgenza di denunciare, come e più di prima, l’inumano sistema sociale che l’ha generata. 

Come mai?

Da molti anni credo ci sia una precisa ragione politica di fondo: il diritto all’abitare è uno dei vuoti di quell’immagine in negativo della sinistra del nuovo millennio, e uno dei più resistenti. Nella più generale sottovalutazione della questione sociale avvenuta a sinistra (anche a sinistra del centrosinistra, negli ultimi 16 anni,  la questione abitativa non è mai uscita fuori dal circuito dei movimenti in lotta per la casa per essere elevata a tema politico, sentito da tutti come un’ovvia priorità e dibattuto a livello partitico e programmatico, tema sul quale giudicare politicamente rappresentanti e amministratori locali.

Sono anni che il centrosinistra sedicente democratico sgombera o assiste agli sgomberi, ennesimo segnale lampante del suo mutamento genetico in senso neoliberale. Ma se restiamo sul piano del sentire politico, anche più a sinistra del Pd la questione abitativa rappresenta un limes culturale nella percezione diffusa, nell’immaginario, nel quadro di riferimento della sinistra di base degli ultimi 20 anni. Per i progressisti in Italia, dirigenti e militanti, la casa è da tempo un fatto, non un diritto, e il vocabolo è stato lentamente deprivato del suo contraltare politico: diritto all’abitare.

Non era un tema elettoralmente spendibile e, nello smarrimento delle identità e delle finalità concrete dei progetti politici, ribadiva così il suo sempreverde carattere di totem culturale (che, sotto i colpi della crisi, scricchiola). La casa è diventata così il presupposto logico e implicito di qualsiasi proposizione: non se ne parla, perché sarebbe come parlare dell’ovvio. Una sorta di elemento pre-politico, esistente di per sé e per chiunque, un indiscutibile pezzo di paesaggio, lì dove la sinistra si è adagiata sul refrain dominante: «Diritto all’abitare? Abitare è un fatto, non un diritto: in Italia abitano tutti!».

Quando a fine 2015 Pablo Iglesias, leader di Podemos, tenne un brevissimo discorso  alla chiusura dei seggi delle elezioni politiche spagnole, questo fu il significativo passaggio iniziale. Fare attenzione alla sequenza delle priorità, niente è casuale:

La Spagna ha votato un cambiamento di sistema e ciò ha una serie di implicazioni costituzionali indifferibili e imprescindibili. In primo luogo, blindare a livello costituzionale i diritti sociali è indifferibile ed è imprescindibile. Questo significa che il diritto a un alloggio degno, che paralizzare gli sgomberi senza alternativa abitativa, che difendere la sanità pubblica e l’istruzione pubblica richiede uno scudo costituzionale, e ciò è indifferibile e imprescindibile.

Il vocabolario utilizzato non ammette fraintendimenti (indifferibile e imprescindibile, blindare, paralizzare) e al primo posto delle priorità materiali compare proprio il diritto all’abitare, da corazzare per sempre attraverso la dignità di diritto costituzionale. Chi ha mai ascoltato negli ultimi 20 anni un leader di sinistra o di centrosinistra pronunciare un discorso simile la sera delle elezioni? E, onestamente, quanti tra militanti e simpatizzanti pretesero di ascoltarlo?

«Parecchi residenti di Grenfell Tower temono che i lavori di miglioramento possano aver trasformato il nostro edificio in una trappola di fuoco», scrivevano in una lettera gli attivisti di Grenfell nell’agosto 2014. Londra brucia, è un rogo di classe.

Ma la questione abitativa è l’ospite dimenticato di qualunque dibattito a sinistra (di dirigenti, militanti o simpatizzanti) degli ultimi 20 anni.

C’era un tempo in cui alcuni gridavano «Vogliamo case!» e tutti gli altri solidarizzavano. Perché quella specifica lotta era ritenuta prioritaria. Diritto all’abitare: una solidarietà che da almeno 20 anni non si è più vista, neanche nell’immaginario, neanche nelle parole, neanche per un istante.

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