Dove eravamo rimasti?

Bombardamenti sul Ghouta orientale, Siria, 29 settembre 2017

In Siria è ripartita la mattanza. Da alcuni giorni l’aviazione russa e quella di Damasco hanno ripreso a bombardare zone e strutture civili in diverse aree del paese controllate dai ribelli, e come se ciò costituisse un atto normale, dovuto, persino meritorio, la comunità internazionale annuisce. Negli ultimi anni deve essere cambiato qualcosa di profondo in molti di noi, qualcosa forse di irrimediabile nel breve periodo, se uno spettacolo così indecente può essere accolto come il minore dei mali. Dato che le vittime avevano intuito da subito l’andazzo, hanno prontamente predisposto gli strumenti per documentare la propria sciagura. E così ci si ritrova lo schermo del computer, questa finestra sicura dalla quale assistere in diretta al dispiegarsi di un crimine, sommerso da immagini spaventose. Non ne pubblicherò, non servirebbe: mi limito, però, a invitarvi a seguire pagine pubbliche e profili personali di alcuni attivisti che seriamente documentano questo orrore:

Day of Solidarity with Syria
Syria Charity
The Syria Campaign
Anas AlDmshqi
Rami Zien
Abdulkafi Alhamdo
Firas Abdullah
DOAM – Documenting Oppression Against Muslims

Sono immagini di intere famiglie sterminate, di bambini che urlano sotto le macerie di non voler morire o dilaniati in modi che persino la parola ha imbarazzo a descrivere, di neonati colti nel sonno, di piccoli corpi violati da protesi di morte negli arti, negli occhi, nel volto, un dolore urlato e muto assieme che travolge ogni sudicia ipocrisia: neanche il più cupo e rabbioso Caravaggio avrebbe mai potuto spingersi fino a tratteggiare tragedie individuali di questa portata e di così tragico impatto.

Questo articolo non contiene valutazioni di politica internazionale (come se la difesa dell’umanità non fosse già di per sé una questione politica): è un’esortazione a vedere con i propri occhi per poi, solo allora, riprendere a parlare di politica internazionale. È troppo semplice tacitare la propria umanità con il bavaglio di un uso incontrollato (e peraltro erroneo) delle “ragioni geopolitiche”, con lo sguardo compunto e la pelle al sicuro: «Sì, poveri Cristi, ma ci sono ragioni geopolitiche che…». È necessario, invece, farsi torcere lo stomaco da queste immagini. Per poi, solo allora, riprendere a parlare, e a parlare di politica: «Dove eravamo rimasti?»

Difendere le ragioni di chi fugge in Europa non può prescindere dal difendere la vita di chi è rimasto. Non è una novità che l’uccisione e la soggezione diventino la leva della Storia, ma è l’assenza di turbamento che sconcerta.

Ho il timore che molti di noi non ne siano più capaci, non ne sentano più l’urgenza, non ne soffrano più lo scandalo.

Ed è, credetemi, inquietante, sopra ogni cosa.

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