Sinistra: abbiamo esaurito le parole

È la semplicità, che è difficile a farsi

Brecht

 Ai margini delle analisi politiche ci sediamo con la nostra vita.

Due decenni sono un tempo lunghissimo. Proviamo ad immaginare chi eravamo due decenni fa. Da almeno due decenni sperimentiamo direttamente quali sono gli effetti sulle nostre esistenze di politiche antipopolari firmate dai partiti europei che, dopo il 1989, decisero di darsi un nuovo nome, un nuovo destino, una nuova missione: socialdemocratici o riformisti fu il nome, il mercato fu il destino, offrire allo stesso le migliori condizioni per prosperare fu la missione. 

Un’azione politica radicalmente progressiva ha il solo fine di rivoltare i rapporti di forza nella società a beneficio degli oppressi. Ma se ciò è vero, allora essa non ammette tempi lunghi di inazione: esiste non solo al fine di rivoluzionare la realtà materiale, ma vive propriamente modificandola, facendolo, anche in maniera indiretta. Limitarsi a (predicare di) ambire a un tale scopo, fuori e dentro le istituzioni non fa alcuna differenza, e farlo per molto tempo, è un esercizio di certo remunerativo per un ceto politico squalificato, ma asfittico, disperante e alla lunga sfiancante per gli oppressi in attesa di protagonismo.

Qual è il riflesso emotivo, due decenni dopo, della nostra vita materiale sull’impazienza per un’esistenza più serena e una società più umana?

Assistiamo con sconforto.

Se di anni così intensi da valere come un intero decennio non se ne incontrano più, viviamo decenni che messi assieme pesano molto poco: perché non interviene più nessuna azione politica progressiva di vera rottura che possa far traballare questa crudele stabilità politica e sociale. A quando risale l’ultima volta che una decisione politica ha migliorato le condizioni economico-sociali di chi si attendeva un miglioramento? Chi tra costoro ha 30 anni forse non ne ha mai sperimentata alcuna, chi ne ha di più dovrebbe sforzarsi di andare indietro con la memoria.

Indietro. Oltre le tristi stagioni del centrosinistra, oltre il progressismo contraffatto che nessun manuale di base di scienza politica oserebbe chiamare tale: progressismo. 

Il 1989 sembrava aver suggellato la conclusione del dibattito all’interno della sinistra internazionale sorto dopo la rivoluzione russa: il comunismo era stato sconfitto, e alla sua sconfitta corrispondeva la rivincita dell’altro, la socialdemocrazia.

Un trionfo che ha inaugurato un trentennio di politiche di mercato, lo smantellamento pezzo dopo pezzo, prima mistificato e poi dichiarato, di tutte le conquiste sociali dei decenni precedenti, l’avvelenamento del vocabolario, la coltivazione della solitudine e della rassegnazione.

Un trionfo di breve durata, però.

Trent’anni dopo, nel centenario della rivoluzione d’Ottobre, la corrente del riformismo ha fatto cadere le maschere: la dinastia Clinton è stata spazzata via; Tony Blair, Felipe González e Gerhard Schröder che si sono dati al mondo degli affari, senza parlare di François Hollande… E contemporaneamente rinasce in tutti i paesi europei, e non solo, una forma di impazienza, di radicalità, quel profondo risentimento nei confronti di un ordine sociale diviso tra chi ha e chi no. 

Eppure è difficile far ragionare una sinistra imbottita da decenni di frasi vacue per cancellare la propria identità.

Ovviamente non è semplice: la rottura e l’agire politico radicali per rivoluzionare la realtà materiale vanno costruiti pazientemente. Non si guadagna il consenso perduto degli ultimi se non ascoltandoli nel tempo, e da alcuni anni il tempo è stato buttato alle ortiche.  

Ma stavolta non parlo delle ragioni per le quali ciò è avvenuto: sto parlando di cosa avviene in ognuno di noi quando l’azione politica che dovrebbe rivoltare una realtà iniqua latita da troppo tempo. 

Nel divenire feroce e disumano dell’esistenza sociale, è da tanto che assistiamo alla politica italiana come testimoni di un punto di vista ai margini: le forze di centrosinistra che rappresentano gli interessi dominanti si ergono a solerti tutori dei vertici della piramide sociale, lì dove non ci si attende alcun cambiamento dalla politica che non sia implementare il mercato, e così scrivono la sceneggiatura di una rappresentazione il cui midollo narrativo non muta, non può cambiare. Ma a forza di assistere senza azione politica, subentra non più la rassegnazione, ma quasi lo straniamento.

Le lotte lasciate sole, il sindacato prono, la realtà materiale assente, l’idea che la rappresentanza politica possa rappresentare qualcosa anche in assenza di un conflitto sociale che l’ha espressa.

Per quanto ci siamo sforzati di ricondurre ad analisi quanto è avvenuto e avviene nella politica italiana siamo giunti a un punto in cui le parole sono terminate. Tutto quanto poteva essere detto è stato detto, tutto quanto potrebbe essere saputo è stato sottolineato. Ma è l’anello di chiusura, quello dell’azione politica, che ancora manca. E a forza di mancare, terminano anche le parole sul perché manchi: quali sono le cause? Cosa si è sbagliato? Perché ancora non si rimedia? È già stato detto pure questo.

Lontano da parole ormai esauste siede, e occupa tutto lo spazio, la nostra vita materiale, con il suo carico brutale di mattine tristi, di ansie perenni e preoccupazioni non rinviabili, mentre si ascolta da lontano il vociare scomposto e ostile di un mondo, quello della politica italiana e della sinistra in essa, che è assolutamente estraneo alla nostra esistenza.

Mentre l’agire politico progressista ci appare sempre più lo spettro di una necessità che era tanto ineludibile quanto finora ripetutamente, vergognosamente elusa.

Torniamo a sederci con la nostra vita ai margini delle analisi politiche.

Altri testi che potrebbero interessarti: