Silenzio al governo

È difficile da spiegare, ma per chi coltiva l’urgenza politica di uscire dai gorghi di una realtà sociale feroce e disumana c’è qualcosa di insolitamente intonato in questi due mesi in cui il silenzio è al governo. Non è l’elogio dell’assenza di un governo in quanto tale. È una considerazione immediata: da un ammasso di anni istanze di progresso ormai sfiancate, senza più sapere che forma abbia la rappresentanza del progresso, senza aver mai conosciuto la più elementare alternativa politica e sociale, non conoscono che l’eco del silenzio.

E così, quando il silenzio beffardamente sale al potere, non si può che avvertire la coincidenza formidabile tra l’operatività reazionaria al tempo del governo e l’immobilità formale al tempo del non governo.

Il tentennare dimesso e incerto degli eletti, che ora ha preso il posto delle urla scomposte, del vociare ignorante, del racconto falso e reazionario delle cose del mondo e della vita non descrive il timore commosso di chi finalmente sta preannunciando tempi di un nuovo progresso, che è giunta l’ora di piantarla con la miseria assoluta, la demoralizzazione invincibile, la sventura tollerabile, l’ignoranza sfrontata e oppressiva, ma suona ancora come un familiare, ostile silenzio.

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