Salento sospeso, o della terra della lontananza

SALENTO SOSPESO,
O DELLA LONTANANZA
DI UNA TERRA
CHE CONFINA
CON LA FINE

Una lenta impazienza Francesco Tronci

Nato nel 1985, salentino, da sempre appassionato di studi storici e di storia dell’arte, cinefilo. Laureato in Relazioni Internazionali, ho studiato a Lecce e a Roma. Parlo della sinistra: parole chiare e radicali, prima che sia troppo tardi.

Francesco TronciUna Lenta Impazienza

Due anni fa, su un traghetto in partenza dall’isola d’Elba, pensai: «Ritornare sui continenti ha indubbiamente i suoi pregi. Lasciare le isole ha indubbiamente i suoi difetti. Ambivalenza del pensiero di chi è nato in una terra dissociata tra isola e continente. Che non è isola, ma non è neanche continente».

Ci sono segreti che è bene svelare quando il silenzio non è stato ancora sopraffatto dal vociare vacanziero che ogni anno travolge il tacco d’Italia leccese in maniera clamorosa. Ci sono luoghi che vanno raccontati prima che cominci il racconto delle real estate agencies, cartoline di residenze fantasmagoriche in paesaggi incantevoli e svuotati.

Nel modo in cui masse enormi di turisti approcciano una terra meravigliosa che è ormai divenuta tendenza si intravede la differenza che passa tra la volontà di sfogliare un territorio, ritenendolo denso di significati da scoprire, e il desidero di consumarlo in maniera autoreferenziale e vorace. Perché c’è una declinazione del vivere su questo balcone orientale della penisola italiana che naturalmente resterà sempre celata a chi vi approda in maniera occasionale, specie se ci si accontenta di considerarlo una splendida figurina o un vago richiamo romantico.

Questo è un luogo della lontananza, di una lontananza radicale. Un’isola vera che però non è un’isola, dove la distanza geografica si tramuta in una condizione esistenziale. Ma se un’isola conosce bene le coordinate del suo isolamento, sa misurare le distanze con la terraferma per ribadirle o lamentarsene, il Salento tentenna a dirsi più lontano di un’isola, anche se vorrebbe farlo: perché tutti vedono che una casualità geologica lo ha ancorato al continente cui appartiene, ma da quel continente resta inesorabilmente lontano. Una terra sospesa.

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Questo balcone non è così prossimo al suo capoluogo come si crede, e dire “leccese” potrebbe significare solo “abitante di Lecce”. Per quanto curioso possa sembrare, la città di Lecce e la sua provincia non condividono la stessa percezione di sé e di quanto si trova attorno ad essi, pur sedendo sul medesimo scoglio alla fine del mondo. Quando la terra si stende stretta nel mare obbliga a disporsi in fila indiana: i centri più a nord, che si muovono nell'orbita del capoluogo e da questo sono in qualche maniera suggestionati, ne condivideranno le inclinazioni, ma inoltrandosi verso sud la lontananza (dal proprio capoluogo, dalla propria regione, da tutto il resto) comincerà a dilatarsi in misura crescente e sempre più ingovernabile. Tra la prima e l'ultima fila le differenze saranno notevolissime. 

Quali le coordinate, allora? Prendete una cartina della Puglia e un paio di forbici, mettetevi a sud della città di Lecce e iniziate a tagliare in linea retta in direzione nord-est dallo Ionio all’Adriatico: ciò che resta alla vostra destra sarà la terra della lontananza, lì dove il Salento profondo permette di approfondire fino a che punto la geografia plasmi le attitudini e le percezioni. La lontananza geografica è un dato antropologico e un’anomalia spirituale che non passa: da quando si nasce si sa che tutto è lontano, e lo è davvero. Un abitante del capoluogo o della sua orbita non ne parlerà mai.

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Ogni viaggio dalla terra della lontananza non si limiterà a essere carico di quell’urgenza e di quell’amarezza che hanno sempre tenuto in ostaggio parecchi viaggi di molti sud, ma dovrà sottostare a un limite invalicabile: impossibile incidere del tutto sulla sua durata. Perché vivere lì dove la terra salta nel mare, con il mare che saluta su tre lati, significa non avere che un solo tragitto davanti: si è sulla terraferma, eppure il resto del mondo è al di là di qualcosa, della terra o dell’acqua. Quel tragitto obbligatorio è una regione infinita, più di 400 km anticamera di qualunque viaggio, una lunga seduta di riflessione e di decompressione che addolcisce la nostalgia, sciogliendola in geometrie inondate di luce.

Ma è all’interno della terra della lontananza, lì dove questa si diletta da sempre con aria beffarda e familiare, che si produce una peculiare percezione degli spazi. Perché il dato numerico non basta a definire le distanze, né si piega al prevedibile stupore di un visitatore che non riesce a comprendere un’attitudine così arresa alle distanze più prossime.

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In un territorio-mosaico, impossibile da tagliare per mezzo di rapidissime arterie stradali senza far saltare per aria qualche tessera, si sperimenta una dilatazione dei chilometri che prima nessuno avrebbe immaginato. Muovendosi tra la costa ionica e quella adriatica, raggiungendo la punta estrema lungo la titanica litoranea orientale, o dalla punta spingendosi verso le dune che segnano il confine nord-occidentale della penisola, il copione è stato già scritto: quanto manca? All’inizio l'ospite sorriderà incredulo e divertito: il dato numerico in chilometri è lì, oggettivamente accettabile.  Ma in un luogo in cui non c’è spazio per le autostrade ci si arrenderà a un’inaspettata evidenza: qualcosa ha allungato la strada, e poi l’ha stirata e infine aggrovigliata. Ma cosa esattamente?

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Questa lontananza, dell’esterno e dell’interno, è un dato che resta assolutamente celato all'entusiasmo vacanziero: nessuno si accorgerà di approdare su un’isola saldata per caso al continente, né avrà contezza di quella molla che, implacabile, allontana le tessere del mosaico le une dalle altre.

Invece la fine della terra, quando tutti partono, conosce la sua unicità, quella felice lontananza che una politica miserabile ha tramutato in isolamento. Perché solo la geografia ha il diritto di edificare una lontananza in grado di sagomare attitudini e percezioni. L'isolamento, invece, è nient'altro che una superfetazione insopportabile, che amplifica a dismisura le distanze e racconta di una volontà politica sciagurata

Intervenne l’aeroporto del Salento per rompere l’assedio, ma oltre la linea della lontananza resta lontano pure quello. Spettava alla storica ferrovia locale, che si snoda tra le tessere del mosaico scivolando in mezzo agli uliveti, colmare gli spazi in maniera sostenibile e ricondurre questo senso di isolamento alla sua dimensione essenziale, la lontananza appunto. E invece decenni di faraoniche ruberie continuano a elargire a piene mani un servizio assolutamente inadeguato, convogli fatiscenti e sporchi, tempi di percorrenza abnormi, collegamenti insufficienti, improvvisi cambi di programma. «L’asfalto e non la rotaia», disse un tempo la politica. Anche qui, e anche qui in maniera niente affatto disinteressata.

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La lontananza interna taglia in due una provincia che, come le statue nelle nicchie di una chiesa, non potrà mai volgere lo sguardo verso la propria metà. Un Giano bifronte, che a oriente ha l’asprezza nobile di una costa monumentale dai colori intensissimi, e a occidente la languida indolenza di panorami piatti e ammalianti. Austera a est, lasciva a ovest.

La costa orientale è indubbiamente il luogo delle suggestioni mitiche. L’oriente dell’oriente, una micro-iperbole, le cui linee si rivelano così essenziali come accade solo nelle quinte teatrali: perché, proprio come una quinta, questa costa delimita la scena di un mondo che finisce. Le stagioni si accavallano in un panorama che non si sveste mai, perché gli scogli adagiati nel mare sono la propaggine più ardita del reticolo di rocce che invade la terra da ogni parte, campagne ormai silenziose che corrono nell’Adriatico portandosi dietro la fatica secolare di un lavoro da certosino, quando dissodare la terra voleva dire poter soltanto piluccare la zolla tra questa roccia e quell’altra. 

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L’Adriatico è un mare gentile che non dà spazio a mari, reali o metaforici, di ombrelloni nella sabbia e sdraio a righe, folle urlanti e categorico divertimento. L’Adriatico nega tutto questo, e tra legioni di grilli, ulivi a terrazze e rocce acuminate, lì si è minoranza.

Questa costa, dove l’Oriente è di casa perché è a un passo, suggerisce meglio di qualunque altro posto cos’è una terra di confine: maestosa, ma non soverchia l'animo, perché le terre di confine trasudano sempre un senso di sospensione e timida incertezza. Anche quando confinano con la fine

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E quando tra i due mari agosto finisce ci si sente un po' confusi, come lo spaesamento con timore che segue alla deflagrazione. Settembre e la sua estate accolgono sempre, però, lo fanno giusto con garbo e senso della misura, e con l'eleganza della maturità. Restituiscono gemme rare che risplendono solo nella solitudine, il tepore di acque spaziose che riprendono a respirare, i colori di chi ne ha viste tante e sa dare il meglio di sé.

L'estate di settembre è il tempo che non passa, la fissità che rassicura, la maestà della piattaforma d'acqua che in un attimo accoglierà le navi di Itaca lì in lontananza, la lotta di luce che dura e dura, come la lotta indomita di chi sa che perderà e allora tanto vale non risparmiarsi.

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La borghesia del capoluogo non ha mai avuto una particolare simpatia per tutto quanto si trova al di là di esso. Con una consumata prosopopea e un’improbabile sicumera, forse immagina ancora di essere l’ultimo baluardo della civiltà al limite di un enorme scoglio nel mare. Posta a nord della linea della lontananza, anch'essa condivide la medesima percezione dilatata delle distanze interne (non di quelle esterne), ma senza alcuna voglia di percorrerle. Intenta a stordirsi nel suo barocco, non immagina quale patrimonio di cinque sensi guarderà da lontano.

Nella terra della fine non c’è modo di incontrarsi per caso: se ci si vuole vedere, si deve venire. Anche i conquistatori dovettero fare lo sforzo di arrivarci.

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Stregonerie. L'aria stregata dello Scirocco che batte quest'isola non isola tra due mari è senza dubbio un vento imperiale, l’unico capace di intorpidire coscienze e membra, e di asservire i popoli. Quando l'umidità accende la pelle e mozza la lingua non c'è che da arrendervisi: non lo si evita, si può solo restare in silenzio. Lo scirocco orientale stringe d'assedio la città e tutti, come i sorveglianti arresisi che aprono le porte al nemico, attendono, fermi.

Sospesi in una terra sospesa: le fantasie diventano un carico troppo pesante per fuggire dal caldo, la realtà un'evidenza eterea o liquefatta per potersene occupare. Un caldo invisibile e penetrante, come solo quello dalla Siria sa essere, che silenziosamente carica la fiamma e ci soffia sopra. Seicento anni dopo i turchi ottomani non troverebbero alcuna resistenza, essenziale sarebbe che non alzassero la voce.

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C'è qualcosa di sfuggente nel rapporto umorale che si instaura tra gli abitanti della terra della lontananza e il vento di Scirocco. Quando ritorna distribuisce spossatezza e apatia, quasi una risacca di amarezze e fallimenti, di paure e insicurezze sbattuti in faccia. Ognuno ha una parola in meno, un desiderio in meno. Un intercalare stentato e il viso che dice che forse è questo il nostro destino: impolverati, lontani dal mondo, lontani da noi.

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