Quei giorni dell’epidemia, la paura, i poveri diavoli

Il ricordo di quei mesi drammatici è nitido sin nei dettagli. Nei giorni di luce ipocrita dei primi di marzo, quando la minaccia sanitaria di colpo balzò in avanti e si annunciò come emergenza generale, il timore aveva legato le parole e queste non trovavano più la strada che portava alla lingua. Le parole che usavamo erano ormai la copia conforme delle ultime parole pronunciate prima dell’annuncio dell’emergenza. Con quelle, usurate, si andava avanti. Parlavamo dell’epidemia anche quando si era appena assunto l’impegno di non parlarne. Se argomenti diversi fossero riusciti a farsi largo, le relative parole sarebbero di certo suonate poco convenienti considerata la drammaticità della fase. Non le avrei pronunciate. Però potevo pensarci, a quelle altre parole, anche se non tutti i giorni.

Nel momento in cui il governo decise di fermare la vita pubblica nel paese, ci si ripeteva ossessivamente che bisognava avere pazienza, che una rinuncia temporanea alle proprie abitudini avrebbe permesso di contenere il contagio e tornare alla normalità. Pensavo che ne conoscevo non pochi che, al sentire l’ordine del governo, avevano aderito alla clausura coatta senza il minimo accenno al dolore per una normalità perduta. All’epoca sarebbe parso sconveniente dirlo, così non lo dicevo. Questi individui avevano la stessa paura di tutti, ma non si agitarono per la stessa costrizione, adeguandosi alle nuove misure senza provare l’amarezza per una socialità svanita, per “la nostra vita”, come si diceva. La loro vita era loro e basta, non era mai entrata nel coro unanime che cantava “la nostra vita”. Quelli non cenavano fuori, non viaggiavano per il mondo, non frequentavano conversazioni stimolanti, non avevano lavori frenetici: desideravano, tutto il tempo desideravano. Lavori frenetici, viaggi per il mondo, conversazioni stimolanti. Gli altri si rincuoravano ripetendosi che presto avrebbero recuperato la loro normalità, e questi invece sapevano che una tale paralizzata normalità era stata il loro problema, perché al di là dell’emergenza avevano lasciato solo gli scampoli di un’esistenza incolore. Non avevano perduto nessuno stile di vita particolarmente elettrizzante, avevano solo guadagnato la paura dell’epidemia in un vivere paralizzato nella penuria e nella noia. Ormai nessuno, in quel coro vitale che reclamava “la nostra vita”, aveva più voglia di vederli. Ne comprendevano il disagio, ne lodavano la dignità del vivere, ma non ne sostenevano più le pretese, anche se si illudevano di averlo sempre fatto e, ancora poco tempo prima, avrebbero difeso con fermezza un tale convincimento.

Giunse infine il giorno in cui il governo impose a tutti di chiudersi in casa e i palinsesti televisivi presero a suggerire di riempire questo nuovo tempo con il lavoro agile e telematico, o magari coltivando la lettura, le arti e tutte le proprie passioni generalmente ingoiate da una vita che chiunque diceva affamata di tempo, oh sì, quanto affamata eppure irrinunciabile. Mi chiesi come questo motivetto potesse risuonare alle orecchie di quegli altri diavoli, se solo avessero dovuto affrontare l’emergenza con la busta di uno sfratto esecutivo sul tavolo della cucina, magari inquilini a caro prezzo di una casa, l’ennesima, fredda e inospitale. Molti di loro non avrebbero ricevuto alcuna misura economica di supporto, perché prestati a un lavoro che non prevedeva tutele in tempi di salute pubblica, figurarsi quanto era bastato all’epidemia per spazzarli via e non lasciarne nemmeno il ricordo.

Da diversi decenni non sapevano cosa fosse quella che il coro chiamava “la nostra vita”. Non erano una, ma molte vite grigie, insicure, abbandonate in balìa del quotidiano imprevisto. Si erano sentite dire ossessivamente che avrebbero dovuto cambiare con le proprie forze, perché le finanze pubbliche non erano più in condizione di farsi carico di tutti i loro bisogni: non avevano una casa e volevano una casa, non avevano un lavoro e volevano un lavoro, avevano la libertà di muoversi e non sapevano dove poter andare con le proprie poche forze. Invece, di fronte all’epidemia, ecco che il governo era determinato a spendere, e a farlo senza risparmiarsi. Allora non era vero ciò che si diceva, non era impossibile spendere se necessario, quantomeno non impossibile per natura. Urtando e scuotendo la nazione, obbligandola a chiudersi in casa, l’epidemia aveva messo tutti di fronte a un imprevisto generale. Quegli altri, invece, non conoscevano che le onde degli imprevisti ordinari.

Mentre gli ospedali lombardi provavano a reggere indefessamente l’urto micidiale dell’epidemia con incredibile abnegazione perché non tracimasse nel resto del paese, si riscopriva il valore della sanità pubblica: “Ehi voi, nessuno dovrà più toccare il sistema sanitario”. Ma la mannaia caduta sul sistema sanitario non era la stessa caduta anche sulle vite grigie di quei diavoli? E se per caso si fosse scoperto che quella mannaia era stata impugnata da tutte le bandiere, potevamo essere sicuri adesso che milioni di occhi, provati dalla minaccia dell’imprevisto generale, glielo avrebbero impedito?

Avevo paura dell’epidemia, e mi auguravo giorno e notte che si esaurisse presto. Ma senza dirlo, mi ripetevo parole sconvenienti: quando sarà passata e tornerà a correre quella giostra di indifferenza chiamata “la nostra vita”, sarà finalmente diverso per i poveri diavoli? Superato l’impatto del generale imprevisto, giungerà l’ora di farla finita anche con le esistenze grigie in balìa degli imprevisti senza stagione? Se, riguadagnata “la nostra vita”, dovessero imporre nuove mannaie per recuperare i denari spesi per l’emergenza, quegli altri che si rincuorano a vicenda sul dovere straordinario della pazienza vigileranno come mai fatto prima o ripeteranno ancora una volta il canto della responsabilità e del sacrificio ai poveri diavoli? In quei giorni drammatici erano domande sconvenienti. Non osai porle a nessuno.

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