Resistere non può essere la fine della storia

Le urla miserabili che hanno accolto Carola Rackete al suo arrivo sulla terraferma mi hanno lasciato un senso di muto sconcerto. Quel disprezzo sconsiderato, quei morsi di violenza patriarcale sghignazzante non sono più soltanto scorie scaricate sulla tastiera celando scrupolosamente le mani dietro un monitor, ma sentono di poter respirare in mezzo alle parole ammesse. Anzi, di essere incredibilmente la sola parola dalla parte di chi, al di qua del mare, non ha più diritti da diverso tempo. Loro pensano, e molti con loro.

Erano pochi balordi, in realtà, eppure non hanno avuto alcun tentennamento e hanno intonato l’inno di una brutale farsa di stato che, in pillole quotidiane, sta inquinando le parole e le vite degli ultimi come un’onda nera formidabile. Parole, pensieri, desideri politici di un mondo a misura degli ultimi, a misura di chi da tempo vive una feroce esistenza materiale, senza più appigli politici, stanno annegando nella risacca di una fogna. E non lontano da qui altri ultimi annegano in mare, ancora.

Nei giorni scorsi leggevo considerazioni molto perentorie: si farà il possibile per resistere con la parola, le azioni, l’impegno materiale e morale, ma è tutto chiaro, evidente, imbarbarito. Perduto. Meglio andarsene altrove.

Oggi, dopo che Carola è stata fortunatamente scagionata da un’accusa ingiusta, la disperazione si è trasformata in giubilo: «Per fortuna che c’è la legge».

Ebbene, la politica sta dopo quella rassegnazione e dopo questo giubilo doveroso. Il loro orizzonte limitato mi risulta stretto. E non lo dico perché rifugiarsi nella legge è troppo spesso un’illusione, o perché la solidarietà a Carola veniva anche da forze politiche che hanno inaugurato la stagione della guerra ai migranti e della Libia come porto sicuro, o ancora perché l’indignazione europea fa salvare le vite a Carola e intanto non le salva essa stessa (e non le salverebbe se non ci fosse Carola). Questi sono elementi stridenti arcinoti. È un’altra la ragione che mi porta a pensarlo, e ha un carattere tremendamente pragmatico.

Appartengo a una generazione che non sa che emozione susciti il cambiamento materiale collettivo, quando si manifesta. Non l’ha mai visto. Sta fortunatamente partecipando alla diffusione di una maggiore consapevolezza sulla vera natura della cultura patriarcale e di come questa schiacci le esistenze di donne e Lgbt, ma al contempo conosce un razzismo insolitamente pervasivo.

Stretta nella morsa di condizioni storiche micidiali, in cui la frusta della reazione di forze economiche senza più freni è stata presa in mano da forze politiche piegatesi, chi più chi meno, a una falsa modernità (ma con la doppiezza dell’uso di un linguaggio ancora antico), è nata in mezzo al deserto politico che era stato predisposto tutto attorno per i perdenti della competizione sociale. Quegli ultimi che, vicini o lontani, tornavano così al proprio posto. In fondo.

Assistere, al massimo resistere. Così, l’incidenza degli ultimi tre decenni sulla storia del nostro tempo è stata, finora, pressoché irrilevante: forse il contributo più inconsistente nella storia della Repubblica.

In queste condizioni ci si è chiusi parecchie volte nell’entusiasmo di vittorie provvisorie, celebrandole come fossero un risultato determinante, ignorando un lento e inesorabile arretramento così a lungo che quando si manifestò nei suoi effetti aveva ormai assunto la forma di una valanga. Nel momento in cui la valanga ha travolto ogni cosa, è subentrata la rassegnazione: e chi lo recupera questo paese?

Un pezzo grande di società composto da persone che vivono male non ha intenzione di provare pietà per chi annega in mare. Spaventoso, siamo d’accordo, ma non è politica assistere al declino. Questo pezzo di elettorato popolare siede dalla parte sbagliata, alimentando un veleno razzista che, prima o dopo, diverrà veleno e politiche antipopolari e finirà col travolgerli.

È urgente riprendersi il loro consenso, partendo dai loro legittimi bisogni materiali. Diversamente, servirà a molto poco spiegare loro il valore di una pietà che non vogliono provare.

È necessario strapparli uno ad uno a quel veleno, ci conviene e conviene a loro, se si sarà radicali sui bisogni. Appellarsi al potere della “cultura” è una piacevole carezza che ci si concede, ma la cultura non salva di per sé se non crea relazione: e da molti anni a questa parte, al di là degli sforzi silenziosi di chi diffonde una cultura preziosa e diversa lontano dai riflettori, quale nuova relazione creano le occasioni di diffusione della “nostra” cultura, quella con cui ci identificano i più e con cui molti di noi si identificano? Quante teste cambia?

La vicenda di Carola Rackete, oltre al coraggio di una ragazza di rara umanità, ha mostrato il lato migliore e peggiore del nostro tempo. Resistere è un dovere, ma non può essere la fine della storia, lo si deve soprattutto a chi non può permettersi di non provarci ancora.

Bisogna che si sappia a ogni ora: gli ultimi, tra di noi e dall’altra parte, possono solo sperare nella politica. Che negli ultimi decenni è stata a lungo un inconcludente assistere, nei momenti più critici resistere. Ma non può che essere, sempre, soprattutto, insistere.

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