Repetita iuvant

Non vorrei sembrare brutale, ma rispetto alle ultime elezioni, ancora una volta, di concreto non c’è molto da dire. Non si può dire altro che non sia già stato detto. Il punto è che, paradossalmente, lo si dice troppo poco, perciò repetita iuvant. 

I fatti. Frutto diretto delle politiche economico-sociali del Partito Democratico, le destre riunite per l’occasione tornano in campo e vincono (vittoria piena di limiti, vista l’astensione enorme). Renzi e soci sommano alla batosta del 4 dicembre anche questa sconfitta netta, per nulla limitata dalle vittorie locali dei candidati del centrosinistra.

Ora, se lasciassimo ai cronisti “pane e Montecitorio” il resto della storia (dato che non possono fare a meno di illustrare ossessivamente “rese dei conti”, “equilibri interni”, “alleanze liquide” e via dicendo) ci basterebbero le tre righe di cui sopra per avere un quadro sufficientemente chiaro di quanto avvenuto. Tuttavia c’è qualcosa che manca, si diceva, ed è di nuovo il lungo periodo.

Perché se si vuole guardare la fine della storia è naturale che lì dove si è vinto si festeggi con entusiasmo, lì dove si è perso si condanni la gestione di Matteo Renzi. Ma se si guarda al lungo periodo, allora è facile capire che queste elezioni non sono altro che l’ennesimo tassello di una storia lunga. Una storia che parte da lontano e che vede da molto tempo il quadro politico italiano assolutamente fermo, marmoreo, asfittico, inerte, imperniato su due schieramenti soffocanti che praticano entrambi… le politiche del capitale.

Ha votato appena il 46% degli aventi diritto. Praticamente gli italiani non votano più. Questo è il dato più grave e non a caso banalizzato dai media nel tentativo di farlo apparire normale. Se liberismo e austerità sono l’unica politica ammessa da entrambi gli schieramenti, è naturale che una parte dell’elettorato se ne stia a casa o, a seconda delle circostanze, alterni il proprio voto ora agli uni ora agli altri.

Again: se qualcuno immagina possibili ritorni del centrosinistra, o che un cambio di segreteria possa invertire la rotta, si sbaglia di grosso. Cos’è che adesso preoccupa una parte dell’elettorato democratico? Matteo Renzi e la sua gestione del partito o le politiche, e quindi il partito, che rappresenta? E se tiriamo dentro il partito, Renzi ne è il prodotto diretto o la superfetazione temporanea? Ne è la causa o la conseguenza?(Questa domanda fu posta pari pari più di tre anni fa dal sottoscritto).

Renzi non è la superfetazione temporanea del suo partito: egli si inserisce (seppur con nuova spregiudicatezza) in una scia di politiche del capitale che il PD ha tracciato negli ultimi 20 anni. Lo stesso partito che a breve si presenterà nuovamente al cospetto di chi soffre di memoria selettiva chiedendo la sua fiducia per “fermare le destre”.

Ha tracciato negli ultimi 20 anni, e continua a farlo. Il “governo del silenzio” guidato da Gentiloni non è da meno. 17 miliardi di euro per “salvare le banche venete”: profitti privati, perdite socializzate. È il capitalismo perfetto. La spesa pubblica deve essere tagliata e lo Stato sociale non deve costare un euro in più, ma il salvataggio pubblico dei profitti privati non incontra ostacoli di sorta.

Perché, come i temporali d’estate, è nell’ordine naturale delle cose. Nell’ordine naturale di un sistema economico morente e redivivo che si regge su schieramenti politici complementari.

Questo è quanto. La memoria selettiva degli ultimi 20 anni è la più grande zavorra su qualunque progetto di risalita a sinistra. Questi sono i nodi che bisogna tradurre nella realtà concreta di un progetto che non tema di essere e di apparire radicale. In mancanza del lungo periodo, in primis quello passato e poi quello di fronte a noi, si continuerà a prendere parte allegramente a questa “rappresentazione della politica” senza poter incidere concretamente sulle esistenze di milioni di persone che continuano a scivolare inesorabilmente verso il basso.

Repetita iuvant.

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