Referendum, entrare nel merito non significa parlare solo di norme

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Mi pare ci sia un problema di metodo.

Non ho mai avuto passione per quella diffusa tendenza a trattare le questioni muovendosi esclusivamente sul terreno formale. Pertanto mentre ascolto molti dibattere sul referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre mi coglie un senso di spaesamento. Nell’affrontare il tema della riforma costituzionale è riduttivo limitarsi a discutere della riforma stessa, isolando la singola questione da tutto il resto. «Non esiste una lotta contro una singola questione, perché non viviamo vite fatte da singole questioni» (Audre Lorde)

Entrare nel merito della riforma è ovviamente doveroso e ognuno si informa e si documenta come può.

[Piccola divagazione: se si avesse la stessa premura nel cercare di capire cosa nel frattempo sta avvenendo altrove, ad esempio in Siria, senza rifuggire nelle solite formule «È troppo complicato», forse metteremmo mano a più di un problema. Insomma, battersi per la difesa della democrazia e ignorare che mezzo milione di persone si sono fatte ammazzare per aver chiesto libertà e dignità non è uno spettacolo edificante, ma questo è un altro discorso]

Tuttavia, entrare nel merito non significa affatto, come vedo accadere troppo spesso, fermarsi al livello formale (giuridico) della discussione, ignorando completamente il contesto in cui questa riforma nasce e da cui è promossa. Non è un dato secondario, anzi, ne costituisce l’antefatto caratterizzante.

Ancora una volta ritorna l’importanza dell’analisi storica, per ricondurre il discorso nell’alveo del suo contesto storico e politico: è il solo modo per fuggire dall’asfissiante prospettiva dell’attualità (ciò che è avvenuto oggi, ieri o al massimo l’altroieri).

Spesso manca come cornice di qualunque ragionamento su questa riforma il disastro sociale in cui siamo precipitati e le politiche di governo che lo stanno formalizzando e implementando. Ho il timore che questa dimenticanza sia espressione di un atteggiamento (sedimentato anche a sinistra) che ormai considera questo disastro quasi come un elemento del paesaggio: un dato di fatto ormai assodato che, giorno dopo giorno, si finisce per accettare malamente.

Se non considerassi le reali motivazioni delle forze politiche al governo nel modificare la Costituzione italiana in maniera così imponente, mi verrebbe quindi da pensare che è assolutamente incredibile mettere in piedi una discussione di questa natura nel mezzo di un naufragio sociale che di certo non finirà a breve e di fronte al quale viene quasi spontaneo chiedersi: con una tale emergenza sociale era indispensabile mettere in piedi una discussione sulla necessità di modificare la Costituzione? Era proprio questa la priorità? Quale relazione esiste tra un tale disastro e il progetto di revisione costituzionale?

Invece una ragione specifica c’è. Se solo si componesse il puzzle reazionario che abbiamo visto assemblarsi negli ultimi anni (cancellazione dei diritti dei lavoratori, soffocamento economico della sanità pubblica e della scuola statale di ogni livello, smantellamento progressivo del sistema pensionistico, insensate spese militari, distruzione dell’ambiente, ecc.) apparirebbe più chiaro come l’intenzione di modificare la Costituzione italiana è nient’altro che la prosecuzione di questo percorso di smantellamento delle conquiste sociali e della riduzione degli spazi di democrazia.

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Facciamo un passo indietro.

Quando ci si trova di fronte ad una qualsiasi svolta politica radicale che rischia di modificare i meccanismi della rappresentanza e della democrazia è necessario concentrarsi sugli antefatti storici e culturali di una tale svolta per valutarne l’opportunità. Da cosa è stata preceduta questa presunta riforma? È stata per caso preceduta da una qualche istanza popolare, anche non maggioritaria, oppure solo da una consapevolezza diffusa che premeva sulla classe politica per cambiare la Costituzione nei punti oggetto della riforma? Niente di tutto questo.

Se guardiamo agli antefatti assistiamo ad uno spettacolo che sarebbe stato prodromico del disastro che avremmo sperimentato sul piano economico-sociale: queste riforme nascono per volontà del governo su impulso di un Presidente della Repubblica che, all’esplodere della crisi economica, assurge a vero capo dell’esecutivo, per accondiscendenza e debolezza di un ceto politico insipiente.

La crisi economica, perciò, non solo stravolge i rapporti economico-sociali, ma costituisce l’occasione propizia per modificare il tradizionale funzionamento delle istituzioni. Quanto alla campagna referendaria in corso il capo del governo, con un impegno totale e beneficiando della credibilità (e dei mass media) di cui può godere sempre chi detiene il potere, pare condurre una delle tante campagne elettorali a sostegno di una parte politica e, affermando di lasciare la politica se la riforma non dovesse essere confermata (ma egli è notoriamente un bugiardo), trasforma il referendum in un plebiscito su un governo temporaneamente in carica e non in un giudizio su una Costituzione che dovrà durare anni.

Questa riforma, con il pretesto populistico della “semplificazione”, punta sostanzialmente a normalizzare il conflitto e il dissenso, sia all’interno della maggioranza di governo che nei territori, concentrando i poteri nell’esecutivo e scavalcando il delicato sistema di contrappesi scelto dall’assemblea costituente.

Quali sarebbero le conseguenze in concreto? Cittadine e cittadini, già delusi dalla politica, si ritroverebbero ancora più espropriati del proprio potere decisionale rispetto alla scelta dei rappresentanti. Considerando che la politica monetaria, quella di bilancio nonché quella commerciale non sono più solo in mano agli Stati nazionali, gli elettori diverrebbero ancora meno influenti sulle scelte politiche, economiche e sociali che li riguardano. In aggiunta a ciò, il sistema elettorale denominato Italicum ripropone in maniera grottesca la logica del Porcellum.

A guardare la storia d’Italia viene alla luce una lunga tradizione politica che ha visto lo schieramento conservatore provare a minare il parlamentarismo secco e il proporzionalismo (celebri i casi della legge Acerbo e della “legge truffa”).

Rispetto al sistema elettorale, il proporzionalismo che si inserì nel corpo della Costituzione del 1948 non era semplicemente un sistema elettorale tra tutti, ma una scelta scaturita da una riflessione politico-culturale: il diritto ad un’uguale rappresentanza. È l’articolo 48 che afferma che «Il voto è personale ed eguale, libero e segreto», e per eguaglianza si intende proprio lo stesso peso attribuito a tutti i voti espressi. Solo il sistema proporzionale, infatti, garantisce l’esatta rappresentanza del voto espresso nell’urna, l’equivalenza tra il “voto in entrata” e il “voto in uscita”. Purtroppo un vocabolario politico che ormai ammette solo espressioni come “voto utile” (che è la distorsione politica del principio di rappresentanza) e “premio di maggioranza” (ovvero la distorsione elettorale del principio di maggioranza) ovviamente nasconde queste semplici evidenze con un richiamo forsennato ad una fraintesa “stabilità” e “governabilità”.

Quanto al parlamento, si trasformerebbe il Senato in un ramo del Parlamento non elettivo, riempito da notabili locali secondo logiche partitiche e in assenza di contropartite a vantaggio dei cittadini.

Se queste tendenze sono sempre state presenti nella storia italiana, la loro realizzazione in questa fase storica è decisamente preoccupante, considerati i rapporti di forza sul terreno economico-sociale. Allarghiamo la visuale al contesto europeo.

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Un paio di anni fa lo storico britannico Perry Anderson scrisse una lunghissima analisi sulla prestigiosa London Review of Books intitolata The Italian Disaster. Analizzando la crisi dell’UE e la situazione italiana in particolare, Anderson parte dall’idea di fondo di una crisi europea impossibile da limitare al terreno economico e che coinvolge la democrazia stessa, ma la approfondisce in modo originale riscontrando nella vita politica degli Stati membri le stesse linee di tendenza presenti in Europa, in un processo osmotico di degenerazione della democrazia e di diffusione della corruzione in linea con l’avvento del dogma neoliberale (l’articolo è estremamente interessante e molto lungo, qui il link).

Il primo sintomo, quello più noto, «è la deriva degenerativa della democrazia in tutto il continente», e precisa che di questa deriva «la struttura dell’Unione europea è allo stesso tempo causa e conseguenza». E prosegue in modo impietoso:

I referendum sono regolarmente rovesciati, se superano la volontà dei governanti. Gli elettori le cui opinioni sono disprezzate dalle élite rifuggono l’assemblea che li rappresenta nominalmente, mentre l’affluenza diminuisce ad ogni successiva elezione. Burocrati che non sono mai stati eletti controllano i  bilanci dei parlamenti nazionali espropriati anche di poteri di spesa. Ma l’Unione non è un’escrescenza su Stati membri che potrebbero altrimenti essere abbastanza sani. Essa riflette, tanto quanto approfondisce, tendenze a lungo termine al loro interno. A livello nazionale, praticamente ovunque, i dirigenti addomesticano o manipolano i corpi legislativi con maggiore disinvoltura; i partiti perdono membri; gli elettori perdono la convinzione che contano, poiché le scelte politiche si riducono e le promesse di diversità nelle campagne elettorali diminuiscono o spariscono una volta al potere.

Questo mantra della “riforma” appartiene ad un discorso ormai dominante che, da Blair in avanti, si è imposto nella scena politica come un argomento assolutamente indimostrabile (le riforme, il fare, il modernizzare). A tal proposito, Renzi si è richiamato a Tony Blair sin dall’inizio e sul particolare rapporto tra i due, nonché sulla loro ideologia, Anderson scrive:

Per i banchieri e gli industriali il suo fascino [di Renzi] è stato più apertamente economico. Il liberismo – il libero commercio delle materie prime, inclusi la terra e il lavoro – diveniva una dottrina non della destra, ma della sinistra illuminata. La sua parola d’ordine era innovazione piuttosto che uguaglianza, per quanto si considerava quest’ultima come un ideale rispettabile se inteso correttamente come carriera aperta ai talenti, soprattutto imprenditoriali. Blair era considerato il leader che aveva capito tutto ciò, definendo un esempio stimolante del tipo di politica di cui l’Italia aveva urgente bisogno.

Il culto di Renzi verso Blair riflette, in un certo senso, i limiti provinciali della sua cultura: egli è chiaramente ignaro del fatto che l’oggetto della sua ispirazione, Blair, oserebbe a malapena mostrarsi in pubblico nel paese che un tempo ha governato. Ma in un altro senso ha costituito un biglietto da visita per il più grande amico di Blair in Italia.

Così contestualizzata la riforma assume tutt’altro aspetto, né vale come argomento il confronto con altri paesi europei che non sconterebbero i nostri problemi per aver riformato le istituzioni, secondo quanto dicono i sostenitori del Sì. Nessun paese europeo è estraneo a questo meccanismo di esproprio degli spazi di democrazia e di conseguente corruzione.

Se l’antefatto è vuoto di istanze popolari ed è solo pieno di misure antipopolari, è certamente doveroso occuparsi del contenuto della riforma, ma è imprescindibile integrare il dibattito giuridico sulla riforma modernizzatrice con alcune perle di questa “modernità” che, dal punto di vista economico-sociale, si sta rivelando un inganno tragico. È un vocabolario terribile di negazione del diritto alla felicità.

  • POVERTÀ ASSOLUTA – La povertà riguarda 1 milione e 582 mila famiglie, il numero più alto dal 2005 ad oggi. Le situazioni più difficili sono quelle vissute dalle famiglie del Mezzogiorno, dalle famiglie con due o più figli minori, dalle famiglie di stranieri, dai nuclei il cui capofamiglia è in cerca di un’occupazione o operaio e dalle nuove generazioni (Rapporto Caritas 2016, ottobre 2016)
  • DISOCCUPAZIONE – La disoccupazione è all’11,4%, quella giovanile è al 38%, I NEET sono al 31,1% (agosto 2016). Come previsto, terminati gli incentivi del Jobs Act calano le assunzioni (-8,5%) e aumentano i licenziamenti «per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo» (in due anni sono passati da 35 a 46 mila: il 31%). In più, tra gennaio e agosto 2016 quasi 97 milioni di voucher (Osservatorio Inps sul precariato, ottobre 2016) In questo senso, gli sgravi del Jobs Act si confermano come uno spostamento di reddito nazionale dalla finanza pubblica (ovvero dalle tasse pagate per mezzo del salario) ai profitti. Inoltre la decontribuzione non ha avuto alcun effetto espansivo: le assunzioni che hanno fruito degli sgravi non hanno generato nuove assunzioni, per esempio attraverso i maggiori consumi dei nuovi assunti.
  • SALUTE – 11 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi (Censis, giugno 2016)
  • EMIGRAZIONE – 107 mila italiani sono emigrati nel 2015 (Migrantes, ottobre 2016)
  • DISUGUAGLIANZA – Sempre più trentenni non possono che continuare a vivere con i genitori (sei su dieci), la laurea non è più un fattore di miglioramento sociale e quello che davvero fa sempre più la differenza è nascere nella famiglia giusta, in Italia ma in fondo anche in Europa: c’è una correlazione sempre maggiore tra il livello professionale dei genitori, la proprietà della casa e la posizione dei figli. L’Italia ha avuto un incremento record della disuguaglianza passata, secondo la misurazione dell’indice di Gini, dallo 0,40 del 1990 allo 0,51 del 2010. L’Italia è tra i Paesi dove è maggiore infatti il vantaggio degli individui con status di partenza “alto”, cioè che a 14 anni vivevano in una casa di proprietà e che avevano almeno un genitore laureato e con professione manageriale. (Rapporto Annuale Istat, maggio 2016)
  • SFRATTI – Nel 2014 più di cento sfratti al giorno. I provvedimenti emessi nel periodo 2005-2014 sono cresciuti del 69 per cento. Il crescente numero di persone senza casa è reso ancor più paradossale e insopportabile se si pensa che, al contempo, aumenta costantemente anche il consumo di suolo per la costruzione di edifici a uso abitativo così come la quantità di immobili inutilizzati, sfitti o abitati da non residenti, sia pubblici che privati (L’Espresso, dati del Ministero dell’Interno)
  • FAME – In Lombardia dall’inizio della crisi la povertà è aumentata del 250%, e 60 mila bambini soffrono la fame, 13 mila solo a Milano (Banco alimentare Lombardia)

Questo panorama non deve essere mai dimenticato o sottinteso. L’idea di uguaglianza è stata polverizzata. Bisognerebbe rivedere la corrispondente voce sul vocabolario.

Non c’è niente di moderno, o di riformato, di produttivo, di innovativo e di democratico nel volto economico-sociale di questa modernità feroce e disumana che ci sta privando della vita in maniera mai vista e a cui ci si è da troppo tempo rassegnati.

Le modalità decisionali che, in questi anni, hanno consentito al governo e alle forze economiche e sociali che lo sostengono di cancellare o di falciare in maniera drastica le conquiste sociali ottenute in decenni di lotte verrebbero così formalizzate in un disegno istituzionale di impronta autoritaria, per perseguire in maniera più agevole questa politica antipopolare.

È da tempo, ormai, che le decisioni politiche vengono elaborate in sedi riservate e senza consenso elettorale e da lì calate sui cittadini e sul parlamento, considerato un intralcio in questa dinamica oligarchica. Infatti, maggiore è il potere del parlamento, più è difficile ridimensionare lo stato sociale. Un orientamento di segno opposto, invece, punta ad una redistribuzione del reddito a favore del profitto e delle rendite. Ma non è una prospettiva: una tale trasformazione è già avvenuta e la riforma costituzionale non fa che razionalizzarla, adeguando la Costituzione a questa nuova realtà.

Ecco perché, se si caratterizza il proprio NO dal punto di vista sociale, non solo non si perde di vista la solidarietà verso chi sta subendo le conseguenze più nefaste di questa fase storica, ma è più facile capire (e far capire agli indecisi) che l’attacco alla Costituzione assume un significato allarmante. Ancora più allarmante se si considera il fatto che in tutta l’UE i diritti democratici sono sotto attacco e Tsipras ha dato il suo contributo, disprezzando il risultato imprevisto di un referendum da lui voluto, ma voluto con l’inconfessabile speranza che gli elettori appoggiassero la scelta della resa che egli aveva già assunto.

C’è però un argomento, tra quelli utilizzati dai promotori della riforma, che considero il più insopportabile ed insultante: l’economia, la produzione, i salari sarebbero rilanciati da una riforma costituzionale. Come? Quando? Perché? Ovviamente questa è solo propaganda. Non esiste alcun nesso scientificamente verificabile tra ripresa economica e riforme, né agganci a solide basi storiche, politiche o culturali per la stessa affermazione.

Sono le dinamiche politiche e i rapporti sociali a modificare la realtà materiale, e la Costituzione nulla c’entra rispetto ai disastri di una classe politica antipopolare, incapace e corrotta. 

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Lo spettacolo della lotta in corso è davvero deprimente, così polarizzato tra l’arroganza del premier da una parte e, sul lato opposto, una coalizione tra i suoi inconsistenti avversari della sedicente “sinistra” del PD e le varie sigle che si contendono il progetto di costruire un nuovo soggetto riformista formalmente esterno al PD, ma non in antagonismo con esso. C’è il rischio che l’opposizione alla riforma coincida con il volto dei rappresentanti della vecchia politica screditata.

Allo tempo stesso espressioni come «la Costituzione più bella del mondo» non significano granché, dovendo calare la lotta dentro questo disastro sociale per darle concretezza. Anche perché, a guardarla con occhio critico, non è un caso che la Costituzione Italiana sia rimasta in gran parte inattuata, dato che è strutturata in modo da prevedere delle dichiarazioni simboliche molto eloquenti, che però sono subito disinnescate  da altri passaggi che si aprono a qualunque soluzione. Basti pensare all’art. 11 contro la guerra, utilizzato varie volte per giustificare la partecipazione a numerosi conflitti proprio col pretesto di “garantire la pace e la giustizia tra le nazioni”.

Ma, al netto di queste considerazioni, resta il fatto che l’attuale attacco alla Costituzione, così inserito nel quadro generale, è certamente allarmante e richiede una mobilitazione notevole. Chi a sinistra voterà NO dovrebbe caratterizzare sul piano sociale la propria opposizione alla riforma e spendersi attivamente, senza sottovalutare il fatto che l’assenza per anni della sinistra dal terreno delle lotte, unita alla sua subalternità nelle istituzioni, è stata rimpiazzata da sentimenti di rassegnazione e passività (e questo soprattutto per evitare di illudersi in ipotetiche fughe in avanti nella prospettiva del dopo referendum). Chi invece è ancora indeciso dovrebbe includere il dato di contesto nelle proprie riflessioni, pena un ragionamento incompleto e superficiale.

Estrapolare la riforma dal contesto che la sta vedendo nascere costituisce un errore di analisi. Essa non è un elemento isolato nel panorama rovinoso di questa modernità, ma si configura come un concentrato di tutte le sue tendenze.

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