Referendum, popolo della sinistra, giornalisti e il berretto di Carlo Bovary

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Nel corso della campagna referendaria avevo avuto la chiara impressione che il voto stesse assumendo una caratterizzazione di classe, ma avevo evitato di palesare questo sospetto perché sarebbe risultato sconveniente. Non per la dichiarazione in sé, ma per il contesto che si era venuto a creare: un contesto in cui quasi nessuno del popolo di sinistra credeva fosse il caso di includere nelle sue considerazioni «nel merito» per il No al referendum un minimo di connessione tra la riforma e tutto ciò che l’aveva preceduta (nonostante fossero gli stessi promotori a metterla in connessione), chiunque limitandosi ad affermare che la riforma andava respinta perché, dopo averla letta attentamente e giudicata «nel merito», era improponibile.

Secondo questo modo di ragionare eravamo tutti pari di fronte alla riforma, tutti uguali cittadini che dovevano solo capire se la riforma fosse adeguata o meno. Questa era stata l’impostazione data dal governo al dibattito, e questo la quasi totalità di chi si colloca a sinistra aveva fatto.

Adesso scopriamo che, come spiega bene Il Sole 24 Ore, all’aumentare del reddito è aumentata la propensione per il Sì e al diminuire del reddito la propensione per il No. A rincarare la dose arriva l’Istat, che dice che la povertà non si ferma, e al Sud corre da pazzi.

Sono passati tre giorni dal referendum e si possono ritenere esaurite le considerazioni generali. Quelle che ho raccolto io enucleano due diverse attitudini verso le cose:

Livello A – «Meridionali ignoranti!» (quando non sai a cosa appellarti, il razzismo anti-meridionale è sempre una buona scialuppa), «Vi meritate Salvini»; dal fronte opposto un simpatico «Ciaone». Nessuna deduzione, qui siamo a un livello da click-baiting;

Livello B, il più battuto da giornalisti e osservatori, oltre che dai politici – Si commentano gli effetti del referendum in termini di possibili governi tecnici, governi di responsabilità, grandi coalizioni, leggi elettorali da modificare ed errori politici del fu presidente del consiglio. Semplificando: «quando dividi i tuoi e unisci gli altri accade questo», «quando sei troppo arrogante accade questo», «quando perdi quell’iniziale carica anti-establishment che avevi accade questo», «quando abbandoni il camper per l’auto blu accade questo», «quando ti circondi di yesman accade questo».

A ciò si aggiunge un esiguo gruppo di rampanti giornalisti che, come se fossero sempre stati fautori di anglosassone pragmatismo nella narrazione giornalistica del disagio sociale, arrivano adesso belli belli a dire: «Ovvio, ragazzi! Lasci che la povertà dilaghi e speri di vincere il referendum? Bisognava essere davvero riformatori e riforme non se ne sono viste». Quanto sia onesta la loro analisi è confermato dalle loro aspettative: credere, ancora, nelle «riforme». Ma non erano riforme quelle che essi hanno definito tali negli ultimi anni? “Riforme”: mai parola fu più manomessa, Dio ci scampi e liberi da questa minaccia…

Lasciatemelo dire: ho la nausea, non ne posso più di questo modo infantile di osservare la realtà, di questa analisi scaduta, di questo vivere perennemente dentro le logiche delle cronache parlamentari. I cronisti parlamentari sono un segmento della categoria, non sono l’universo pensante. Dovrebbero saperlo i giornalisti (ma tranne alcune eccezioni non lo sanno, perché gli si è abbarbicato addosso un misto di pressapochismo e pensiero unico) e, a maggior ragione, dovrebbero saperlo gli elettori di sinistra. Sapere che non si ragiona sempre come se stessimo giocando al risiko della politica: molto entusiasmante, per carità, ma poi arriva il momento in cui la cruda realtà ti fa una pernacchia.

E hai voglia il giorno dopo a dire: «Ovvio che sia così» quando fino al giorno prima avresti detto «Eh no, parlare di queste cose non è restare nel merito, benaltrista che non sei altro».

È sufficiente dire due cose semplici: Renzi ha perso perché le sue politiche hanno impoverito e la riforma (confermata o respinta non fa alcuna differenza in tal senso) si inseriva in questo programma più ampio di chiusura a livello istituzionale di un cerchio di controriforme sociali avviate venti anni fa, soprattutto dai governi di centrosinistra (ma questo la minoranza del Pd e i giornalisti illuminati non ve lo dicono) e adesso giunte a un’accelerazione mai vista. Ma se questi osservatori non sentono di parlare di lavoro che non c’è, di povertà galoppante, di giovani senza futuro e tenacemente condizionati dalla famiglia di provenienza, di ricchi più ricchi e di poveri più poveri, di Sud in stato comatoso evidentemente devo concludere che non ci riescono.

Io non mi aspetto che la sinistra ufficiale che crede nelle leggi generali dell’economia possa ravvedersi, anzi la prendo talmente sul serio nel suo aver scelto quali classi rappresentare che a essa vorrei contrapporre una seria alternativa politica. Non mi stupisco nemmeno della dichiarazione di Renzi che dice «Non credevo mi odiassero così tanto», quasi come se fosse un problema personale: che l’attuale ceto politico viva in una bolla è assolutamente prevedibile. Sono così convinti che il solo bene possibile venga dal mercato che non riescono a immaginare altro, ma che lo facciano i giornalisti è non poco disperante e indicativo di una pigrizia cronica e di un generale scadimento dell’analisi.

Sono anni che ripetiamo che il PD, predicando l’affrancamento dalle classi sociali, ha invece scelto di ergersi a rappresentante di una sola classe sociale, non quella dei poveri e degli oppressi, ma quella dei ricchi e dei vincenti, e coloro che nel partito si fanno chiamare “sinistra del Pd” credono solo che sia il caso di indennizzare un po’ di più i perdenti della competizione. Questo è quanto.

La crisi è un mostro difficile da cavalcare e non bastano più i magheggi, l’egemonia culturale o la propaganda mediatica per convincere i poveri che sia loro interesse cambiare, ovvero favorire chi sta in alto. Ma questa rottura non trova più alcun referente politico da tempo, prova della mutazione genetica della sinistra ufficiale. Genetica, non a causa di un segretario o di un altro, riuscirete mai a convincervi di questo? Una sinistra che dopo decenni di adeguamento al riformismo liberista è divenuta espressione dei ceti vincenti nella competizione globale.

Ha scritto giustamente Giorgio Cremaschi che «l’elettore tipico di centrosinistra è il professionista medio borghese che vive nelle zone più centrali delle grandi città, è progressista sui diritti civili ma reazionario su quelli sociali, ama l’Unione Europea, rispetta i mercati e crede fermamente che il successo sia dovuto solo al merito. Questo nuovo borghese medio sta a metà tra i grandi ricchi che decidono tutto e coloro che aspirano a raggiungere la sua posizione. Tutti costoro formano un blocco sociale che ha vinto nei trent’anni di competizione globale e ha frantumato la massa dei poveri e degli impoveriti. Purtroppo, col perdurare della crisi, il controllo che questo blocco sociale esercita sui mass media e sulla produzione culturale non è più in grado di arginare quest’onda di rabbia».

Solo che il malessere, senza alcun referente politico, non trova nient’altro che il veleno della destra, populista o peggio estrema, che della questione sociale ne ha sempre fatto e ne fa soltanto un orpello.

Da tempo ormai per chi vota a sinistra la questione sociale ha un certo valore solo quando (e solo per il limitato tempo in cui) essa ti viene sfacciatamente incontro, ma non accade mai che sia tu ad andarla a cercare. È come quell’amico noioso e indesiderato che ti augureresti di non incontrare mai per strada, che fai di tutto per evitare, ma al quale una volta incontrato ti senti obbligato a simulare stentatamente un: «Prendiamo un caffè?»

Prima di parlare di leader e di partiti, cambiare il modo di pensare: quando verrà il tempo dell’autocritica? Quando un’analisi anche introspettiva di quanto creduto (come minimo) negli ultimi dieci anni?

Per quanto mi riguarda l’ho scritto per anni fino allo sfinimento, l’ho ribadito con urgenza dopo la vittoria di Trump, ho cercato di sottolinearlo più volte nel corso della campagna referendaria. Arrivo a credere a quanto diceva Sciascia rispetto a molti politici: talvolta non c’è bisogno di interrogarsi troppo per capire, bisogna solo ammettere che essi non pensano.

E allora le parole di Sciascia forse valgono anche per questa tenace attitudine a sottovalutare la questione sociale, a fingere di non vederla, da parte di un elettorato «responsabile» che a sinistra non andrebbe mai fuori dal seminato:

Io ho citato qualche volta quella pagina di Flaubert sul berretto di Carlo Bovary. Flaubert impiega mezza pagina per descrivere il berretto, tanto è complicato, ma infine conclude che somigliava alla faccia di un imbecille. Ora, molte delle cose complicate dei nostri giorni sono complicate in questo senso, nel senso della stupidità. Ci si arrovella tanto sul pensiero di certi uomini politici: credo che ad un certo punto dovremmo fare la semplicistica operazione di dire che non pensano. (Leonardo Sciascia)

E la domanda resta sempre aperta: a sinistra ci saranno orecchie disposte ad ascoltare?

Speravo che stavolta, dopo la deflagrazione della vittoria di Trump, sarebbe stato diverso, ma non lo credevo davvero e non è stato così. Quanto alla prossima volta, non ho motivo di crederlo.

Tutto come sempre, insomma. Non è successo niente.

Francesco Tronci

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