Ci riprovo: referendum, quella semplice verità concreta

Renzi referendum

Ciò che penso della riforma costituzionale (da dove nasce e a quale scopo) nonché del metodo sbagliato attraverso cui la discussione si è sviluppata (discussione formale avulsa dal contesto politico-sociale della riforma, anche a sinistra) e dei rischi che si corrono in questo modo l’ho già scritto qui e qui sul blog.

In particolare, ho contestato il modo settoriale in cui si sta valutando la riforma, analizzandola solo a livello formale e isolandola dal contesto in cui essa si inserisce. Questo ragionare a compartimenti stagni e senza mai valicare i confini del terreno approntato dai promotori della discussione stessa mi riporta alla mente quanto avvenuto nell’estate del 2015 in occasione della crisi tra il governo Tsipras e l’Unione Europea. La quasi totalità dei commentatori sui media e sui social network ignorava il fatto che quel loro improvviso interesse, ossessivo e scomposto, per le cose dell’economia, che faceva il paio con un disinteresse sostanziale per le cose della politica, era parte del problema e non della soluzione. Soluzione che, così impostata la discussione (i promotori dei diktat europei non avrebbero potuto chiedere di meglio), non poteva arrivare per la Grecia. E nei fatti non è arrivata. Come scrisse Altan in un’arguta vignetta: «Bisogna abolire l’economia: impedisce di pensare liberamente».

altan_abolire-leconomia

A dieci giorni dal referendum, mi piacerebbe tornare sull’argomento non per ribadire i miei convincimenti, ma per porre una sola domanda a coloro che ritengono sia giusto votare Sì, che è poi un modo per contestare questa tendenza a discutere delle cose in modo poco sostanziale (tendenza che anche i sostenitori del No a sinistra purtroppo non hanno abbandonato).

Si tratta di una domanda che in questi mesi non ha ancora ricevuto risposta. Per quanto mi riguarda, a questa domanda ho già risposto nei precedenti contributi, ma la pongo solo perché l’ingenuità di molte argomentazioni a sostegno della riforma si fonda sempre sullo stesso espediente: l’esclusione del reale dalla discussione. 

Nel fare ciò vorrei sgombrare il campo da riferimenti a questo o quel politico, mettendo da parte le motivazioni più o meno tattiche che li portano a collocarsi da un lato o dall’altro della barricata e sorvolando sulle numerose volgarità che stanno farcendo un dibattito noioso, miope e vacuo. Proviamo a parlare delle cose, che non esiste un modo diverso di fare politica se non parlando delle cose.

Per attitudine, nonché per formazione, non mi riesce di seguire argomentazioni che non siano concrete e verificabili. Perciò niente frasi vaghe («le riforme»), niente slogan («la modernizzazione»), niente costruzioni di senso tendenti all’immaginario («il futuro»). Qualcuno in passato sostenne che non esiste verità che non sia verità concreta. Invece, non da ora e non solo su questo, stiamo assistendo al dispiegarsi di una relazione inversamente proporzionale, in cui al crescere dell’emotività e della foga del discutere corrisponde una diminuzione della concretezza di quanto si sostiene. 

Non amo i sondaggi né presto loro troppa attenzione, ma l’unico sondaggio che in questo momento sarei curioso di effettuare dovrebbe prevedere un semplice quesito:

Tra tutte le questioni dibattute nel corso della campagna referendaria, qual è il tema che NON hai mai sentito approfondire?

E sono certo che tutte le diverse risposte potrebbero essere ricondotte ad unità nel modo seguente: «Non ho sentito ancora cosa cambierebbe in concreto nella mia vita con l’approvazione di questa riforma costituzionale». Non è il solo motivo, ma è uno dei motivi alla base di una fetta così rilevante di indecisi. 

Perché, nel mulinello di parole e di immagini che i promotori della riforma diffondono senza risparmiarsi, qualcuno che non riduca il reale solo al Monopoly della politica, alle alleanze, ai sussurri e alle strategie di palazzo dovrà pur porre loro questo punto: in che termini la riforma influirebbe positivamente, e in che termini la mancanza di una riforma ha finora influito negativamente. Però, attenzione: va spiegato quale influenza avrebbe su lavoro, casa, diritti, salute, mobilità sociale, pensioni.

In realtà è capitato, anche se pochissime volte, che qualche giornalista ponesse la domanda: perché una disoccupazione così alta, una desertificazione industriale così estesa, un’emigrazione crescente, un impoverimento dilagante dovrebbero giovarne? E la risposta di ministri, ministre o presidenti del consiglio è sempre stata molto istruttiva: un’imbarazzata capriola all’indietro per riprendere la solita litanìa composta da «le riforme», «invocare il cambiamento», «la modernizzazione della nostra democrazia», «l’allineamento dell’Italia ai paesi più avanzati del mondo», «è sempre preferibile il poco al niente», «l’occasione unica e non ripetibile a breve», «il futuro», «il sogno». Niente di concreto.

Il punto è che le vite di chi ascolta non sono slogan e un’affermazione, per essere concreta, deve mettere tutti e due i piedi nel contesto in cui viene elaborata. Il contesto italiano da cui partiamo è quello di un paese in cui le disuguaglianze tra ricchi e poveri sono aumentate, nel periodo tra il 1990 e il 2010 (quindi includiamo tutti i governi recenti, nessuno escluso) come in nessun altro paese d’Europa, finendo secondi dietro al Regno Unito (Istat, maggio 2016). E con l’arrivo della crisi economica anche la percezione della disuguaglianza è diventata sempre maggiore (verrebbe da dire, non è mai troppo tardi!), come dimostra questo studio presentato da Oxfam pochi giorni fa. 

oxfam_disuguaglianze_italia

Provate ad avvicinare un disoccupato, un precario, uno sfrattato e a parlargli di «riforme», «futuro», «sogno», «modernizzazione»: parlare vagamente di «futuro» a chi ha l’urgenza di pensare a domani, o al massimo a dopodomani, è un’operazione a dir poco insolenteE una retorica costruita nient’altro che sul «futuro», mentre il presente è una palude putrida che si evita accuratamente di nominare, è una retorica che non ammette perdenti, una retorica elitaria, una retorica per chi sta bene, in altre parole una retorica classista.

Si tratta del tallone d’Achille dei promotori della riforma, il solo e unico punto che non viene mai affrontato a dovere: cosa cambia in concreto per la mia vita se passa la riforma? E mi stupisce che una sanzione della stessa riforma che sia però ispirata a concretezza non interessi affatto. Anzi, probabilmente porre questa domanda suonerà inconsueto (il che è davvero sintomatico).

Quando invece la questione viene sollevata, e bastano poche parole per farlo, salta subito agli occhi. Nella sua ultima intervista al Corriere, Andrea Camilleri ha espresso il suo giudizio sugli aspetti formali della riforma, ma poi si è lasciato andare ad una valutazione che tocca esattamente il dato di realtà: «Renzi mi fa paura quando racconta balle: ad esempio che il futuro dei nostri figli dipende dal referendum. Mi pare un gigantesco diversivo per realizzare un altro disegno». E all’intervistatore che gli chiede quale, egli risponde: «Mi sfugge, ma c’è».

A chi sostiene le ragioni della riforma, vorrei dire: perché questo punto pare preoccuparvi così poco? Eppure dovrebbe essere il fine ultimo di qualunque decisione politica: incidere concretamente sulla realtà materiale, ovvero lavoro, casa, diritti, salute, pensione, mobilità sociale.

Perciò da un ipotetico sostenitore del Sì non vorrei sapere il suo giudizio sui punti della riforma: vorrei che mi dicesse se ha capito come e in che misura potrebbe cambiare in concreto la sua e la nostra vita, se si è mai posto questa domanda o se l’ha mai posta a qualche promotore della riforma. 

Se pensa di saperlo, sarebbe il caso di approfondire il punto, no? 

Se invece non si è posto questo problema e ha deciso di sostenere la riforma costituzionale appoggiando la sua puntuale analisi dei 47 articoli ad argomentazioni come «le riforme», «invocare il cambiamento», «la modernizzazione della nostra democrazia», «l’allineamento dell’Italia ai paesi più avanzati del mondo», «è sempre preferibile il poco al niente», «l’occasione unica e non ripetibile a breve», «il futuro», «il sogno» c’è un problema

È ovviamente legittimo aderire ad argomentazioni così inconsistenti, ma ragionevolmente non mi aspetterei che lo facciano individui la cui esistenza è pressata, adesso e non in un indefinito futuro, dall’estremo bisogno di un cambiamento sostanziale delle cose. 

Perché, considerata l’enormità del disastro sociale generale, eredità finale di più di 20 anni di desertificazione neoliberale di centrodestra e di centrosinistra, c’è un estremo bisogno di impegnarsi a costruire un cambiamento. Concreto, perciò imponente e radicale

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