Queste élites inguaribili


Ho atteso diverso tempo prima di esprimermi. Non che credessi alla buona sostanza della giostra di dichiarazioni, interviste, colpi di mano, contraddizioni, parole al vento, buoni propositi che caratterizza la vita tutta capitolina del ceto politico della sinistra ufficiale: la Roma politica è divenuta come non mai un palcoscenico totale per chi ne fa parte, un luogo dove si tenta di indirizzare il corso delle alleanze politiche muovendosi tra una riunione a porte chiuse e una telefonata al giornale perché l’intervista di domani raddrizzi il tiro di quanto dichiarato da quell’altro, non sia mai che… Deve essere un risiko quotidiano davvero esaltante, oltre che ben retribuito.

Ma la necessità di una svolta politica e sociale era tale da spingermi a temporeggiare, pur senza dare alcun credito a tendenze che custodivano il seme della propria rovina. Adesso il credito si è esaurito.

Osservavo con grande attenzione il movimento sorto dal teatro Brancaccio: attenzione, perché per la prima volta si poneva come obiettivo una discontinuità totale con le politiche del Partito Democratico degli ultimi 20 anni; ma parimenti preoccupazione, perché appariva rischioso e quantomeno contraddittorio coinvolgere ad occhi chiusi in questo percorso forze politiche – Mdp – che avevano condotto in prima persona quelle stesse politiche neoliberiste alla radice del disastro attuale (o che sono alleate con quelle stesse forze a livello locale – Sinistra italiana).

Da quel che si legge adesso l’idea di una sola lista a sinistra del Pd e radicalmente alternativa ad esso e alle sue politiche, con candidature scelte in maniera nuova e aperta, come si chiedeva al Brancaccio, non ci sarà più. Al suo posto una formazione con i partitini residuali della sinistra, guidata da Grasso, che sarà scelto per acclamazione dagli stessi partiti tra qualche giorno. Un progetto politico ed elettorale che appare a chiunque per quel che è: moderato e interno al sistema, diretto da quelle stesse forze che per anni hanno gestito politiche liberiste e antipopolari. Si dirà: non intendono allearsi con il Pd. Solo per ragioni di credibilità politica: respingono ogni alleanza elettorale, ma lasciano aperta la stessa possibilità nel prossimo Parlamento.

Inguaribili. Incorreggibili. Ingannevoli.

Dopo il fallimento del Brancaccio, il collettivo dell’ex OPG di Napoli “Je so’ pazzo” si è messo alla testa di un movimento per la creazione di una lista alternativa e popolare di sinistra. C’è da sperare che il tentativo abbia successo, ma bisogna riconoscere che questa divisione, pur mobilitando (forse) il rispettivo elettorato, genererà in parte un meccanismo di 
cannibalismo reciproco.

Ipocrite élites: perché quando le masse non ti seguono più, nemmeno l’oligarchia partitica sottostà al loro controllo e la legge ferrea di autoconservazione di ogni oligarchia prevale su qualunque considerazione dichiarata sui giornali. Queste élites politiche non hanno alcuna lontana percezione di cosa stia accadendo al di là del limite posto dalle mura aureliane.

Credono che sia sufficiente una manifestazione rumorosa o un’assemblea più o meno partecipata e acclamante rilanciata da qualche quotidiano (regolarmente è così che assumono decisioni di campo) a dare il riscontro della loro agibilità in tutta la penisola. Non immaginano neanche lontanamente che quella stessa manifestazione andrebbe deserta, e quella stessa assemblea sarebbe decisamente più turbolenta, se svolte in un luogo qualunque delle tante periferie di questo paese disastrato e sciagurato.

Anzi, è persino peggio di così. Non vorrei essere brutale, ma ci sono luoghi d’Italia dove, al solo chiedere di votare genericamente per “la sinistra” (senza entrare in ulteriori caratterizzazioni che non sarebbero comprese) alcuni sorridono beffardamente, altri si chiedono se esista ancora, i più ti rispondono che non hanno alcuna intenzione di sostenere quello che hanno (erroneamente) identificato come “la sinistra” negli ultimi due decenni. A questo punto è giunta la dispersione, la rassegnazione, la confusione. Si andasse loro a raccontare che la sinistra che si riscopre “vera”, e che si dice alternativa al PD, si presenta impettita con i nomi di sempre e si farà rappresentare da uno dei massimi esponenti di quel partito, fino a poco tempo fa. Il futuro di ciò che sarà è già scritto.

In quelle isole della solitudine si guarda con smisurato fastidio al palcoscenico romano: solo poche parole e di senso radicale, perché radicali sono divenute le condizioni della nostra esistenza, potrebbero avere presa da quelle parti. Poche parole chiare e inconfutabili, non stomachevoli giostre di alleanze, passi falsi, mediazioni. Ma quelle parole, e le azioni concludenti, per queste partiti non ci saranno.

Il percorso avviato al teatro Brancaccio aveva segnato alcuni punti irrinunciabili: una sola lista e alternatività totale alle politiche del centrosinistra degli ultimi 20 anni. Non solo di Renzi, bensì di tutta questa lunga e triste storia. Ma di fronte alla prospettiva di aprire le liste, di mollare la scelta di qualche candidato, di perdere sostanzialmente la certezza per la propria minuta oligarchia di sopravvivere alla bufera elettorale che va preparandosi, i partitini della sinistra hanno risposto di no. Non certo a chiare lettere, ma è così.

Non c’è più niente da dire che non sia già stato detto. Guadagneranno qualche voto sufficiente a sopravvivere, ma di certo anche l’indifferenza di chi pretendeva una svolta radicale e sa ben distinguere il vecchio e il nuovo, il vivo e il morto. Mentre lì dove si crede che la sinistra non esista più o si sorride beffardamente al sentirla nominare suonerà il megafono di qualcun altro.

Le elezioni non devono essere necessariamente un fine, ma bisogna superarle bene perché costituiscano uno strumento utile a riaccendere la passione e la mobilitazione di chi è stato lasciato in balìa della propria fragile esistenza.

Forse queste élites sopravvivranno, guadagnando qualche scranno per ripararsi da un futuro che si preannuncia turbolento, e tireranno a campare. La cosa peggiore è che fino a quel momento, se il progetto di una lista alternativa e popolare non dovesse avere successo, resteremo quel che siamo da tanto, troppo tempo: irrilevanti, sconosciuti. Soprattutto, soli.

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