Poletti mente. Il merito è una truffa

Poletti ha dichiarato:

Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21. In Italia abbiamo un problema gigantesco: è il tempo.

Il discorso di Poletti è un chiaro esempio di come creare un dibattito fasullo. Accettare anche solo per un secondo quest’impostazione del discorso significa cadere in una trappola ideologica che dura da tempo, e durerà ancora. Se tutti si laureassero presto e bene la situazione occupazionale sarebbe diversa? Non scherziamo, per favore.

Come scrisse Alessandro Robecchi alcuni anni fa su Micromega, «è proprio perché la classe dirigente italiana ha poco o nulla a che vedere con il merito che il discorso sul merito attecchisce rigoglioso». Le classi dominanti

non invocano quasi mai il merito per sé (danno per scontato che, abitando in cima alla piramide sociale, il loro merito sia conclamato), ma per tutti gli altri, e segnatamente per quelli che potrebbero eventualmente, un giorno, prendere il loro posto. Il paradosso del «merito» così come viene oggi sbandierato è assai divertente e istruttivo. Si tratta, sulla carta, di far progredire i migliori. Ma a decidere chi siano i migliori è la struttura gerarchica già in essere, spesso formatasi prima dell’avvento del discorso sul merito.

Quando in Italia si affronta questo tema, giustamente l’attenzione cade sull’aspetto più evidente, più sfacciato, più ipocrita ovvero il potere onnipresente della nomenklatura che invoca il merito:

Non risulta dalle mie pur capillari ricerche, un figlio di ministro o sottosegretario, o grande manager pubblico o privato, o maggiorente di ogni tipo, che frigga le patatine da McDonald o consegni pizze a domicilio. Sono pronto a fare penitenza se mi si dimostrasse il contrario, anzi, in quel caso ne prenderei due, con le acciughe.

Ma il discorso sul merito non è tutto qui.

Ed è sulla valutazione del merito – di più, sulla gentile concessione di una valutazione del merito – che s’avanza il terzo enorme paradosso del merito, il più clamoroso, il più evidente e il meno esplorato.

Poletti mente, perché sa bene che in un paese medievale ed ereditario come questo le uniche credenziali d’accesso sono due: le relazioni o l’argent. Proprio così: relazioni o soldi.

Relazioni. Dall’università (dove senza uno straccio di “protezione”, ottriata unilateralmente da una sorta di autorità sovrana, come per lo Statuto albertino, non si vince neanche un dottorato di ricerca, tanto per iniziare col piede giusto), ai numerosi rapporti che è possibile intrattenere con la pubblica amministrazione, fino al mondo del privato. E le relazioni, salvo rarissime eccezioni, non nascono fra disuguali. L’idea di Poletti richiama quella di Berlusconi e della sua economia relazionale, quando disse: «Trovatevi un fidanzato ricco».

Senza relazioni, l’argent di famiglia, che consente di continuare la costosissima formazione post-universitaria, una fregnaccia su cui è stato creato un lucroso business, ormai imposta come apparente conditio sine qua non, sperando di indurre un qualche selezionatore a concedere… uno stage pagato al minimo, o sperando di “fare esperienza” gratis. Ancora una volta, quindi, occorrerà autofinanziarsi: hai l’argent? (bis). Più la formazione sul mercato è costosa, più dovrebbe essere remunerativa: si paga cioè una tangente per poter lavorare, ci si compra letteralmente il lavoro. Senza soldi o senza relazioni non si lavora. Il merito, il voto di laurea, gli anni di studio: di questi tempi, ovvero al tempo dell’erosione della democrazia, ed in questo paese, ereditario e medievale, sono solo scemenze, frottole per allocchi. O bugie per mentitori.

Sempre Robecchi:

Diciamo dunque che c’è merito e merito: quello turbo, supportato dalle condizioni sociali, e quello semplice, magari eccellente e comprovato, ma – ahimè – non piazzato già in partenza su un poderoso trampolino.

Perché con la stessa festante sicumera con cui si invoca il merito, si respinge, al contempo, qualunque possibile riferimento a una parola antica e desueta, poco moderna e impolverata, nostalgica e ideologica: uguaglianza. 

Parlare di merito senza parlare di uguaglianza, dunque, si configura come una truffa con destrezza. Truffa, perché il discorso contiene un oggettivo premio di maggioranza per chi già è favorito per posizione sociale, tradizione familiare, disponibilità economica. E destrezza perché si tenta di convincere chiunque sia appena poco più che totalmente imbecille che il farsi strada nel mondo dipende da lui soltanto, dalla sua capacità, dal suo merito e non dalla struttura della società, dai suoi meccanismi profondamente ingiusti. In pratica, qualunque discorso sul merito che prescinda dal discorso dell’uguaglianza non è altro che un chiaro disegno conservatore, volto a conservare, appunto, gli equilibri esistenti.

Bello, eh, il merito! Una grande tosatura delle insulse pretese della piccola e media borghesia, che aspirava a diventare ceto medio e viene ricacciata in basso. Perché non merita.

Merito meritocrazia Italia
Il mito di Sisifo: per aver osato sfidare gli dèi, Sisifo fu condannato a spingere un masso dalla base alla cima di un monte. Una volta raggiunta la cima, il masso rotolava nuovamente alla base. Per l’eternità.

Non vorrei sembrare brutale, ma ho letto molte reazioni alle parole di Poletti e credo che tra Poletti che si fa beffa di una diffusa illusione meritocratica e questa stessa illusione meritocratica non saprei proprio dove voltarmi per iniziare a preoccuparmi.

Ammaliata da una prospettiva di giustizia sociale basata sulla competizione, l’opinione pubblica invoca il feticcio vecchio e sempre nuovo del XXI secolo: il merito. Al contrario, la mobilità sociale per chi è meritevole ma senza mezzi si persegue con più democrazia, cioè con l’uguaglianza, cioè con l’abbattimento delle differenze economico-sociali, non con più “meritocrazia”, che di democratico non ha niente.

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