Perché una lenta impazienza? – Chi sono

Una lenta impazienza, la mia

Nel Libro di Giobbe, sabreen significa “coloro che possiedono la pazienza”. Noi ci siamo dovuti iniziare a questa pazienza biblica, a questa antica pazienza ebraica, più di cinque volte millenaria […] si è dovuta imparare “l’arte dell’attesa”. Di un’attesa attiva, di una pazienza incalzata, di una resistenza e di una perseveranza che sono l’opposto dell’attesa passiva di un miracolo. Perché “il miracolo non è di questo mondo, ma anche le assi più dure si possono trapassare da parte a parte”.

Daniel Bensaïd, autore di Una lenta impazienza (Edizioni Alegre, 2012), definisce l’opera un «apprendistato della pazienza e della lentezza», un libro in cui ripercorre un tragitto militante ed intellettuale che si infrange, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo, con l’età della sconfitta di chi aveva lottato fino ad allora per una società più giusta, l’età del riflusso e dell’apoteosi del mercato. Era iniziata nei primi anni ‘80 quella che molto più tardi avrei imparato a chiamare la controrivoluzione liberista: un periodo che, con l’avvento al potere di Thatcher e Reagan, avrebbe inaugurato l’immane vittoria dei ricchi.

Era dunque giunta l’ora di armarsi di una lenta impazienza, di ispezionare le fondamenta […] Occorreva per questo sottoporre l’eredità alla prova di un mondo che si sbriciola via via che si mondializza, delle nuove dominazioni imperiali e delle identità ambigue, delle sfide ecologiche e bioetiche, della democrazia partecipativa al tempo della rivoluzione dei mezzi di comunicazione.

Questo tentativo di comporre la tensione propria di una pazienza attiva, e per questo inquieta, impaziente appunto, costituiva secondo Bensaïd la strategia per inaugurare un nuovo apprendistato perché, purtroppo, «era giunta l’ora» di farlo.

Una lenta impazienza Francesco TronciSono nato a metà degli anni Ottanta, e quando a partire dai primi anni Duemila  iniziai a conoscere la politica e le cose del mondo quell’ora era scoccata da tempo. Il nuovo millennio spalancava le porte ad un mondo ormai smontato e rimontato secondo i dogmi della nuova religione del mercato: terminati i primi 25 anni di politiche liberiste, avrei saputo tanto tempo dopo, l’1% più ricco della popolazione mondiale pesava quasi quanto il 60% più povero, ma questo spaventoso incremento del divario non sembrava sufficiente a rimetterle in discussione. Anzi, più che invertire la rotta il nuovo millennio impresse un’accelerazione.

Una vera amarezza, doversi educare sin da subito ad una pazienza non rassegnata. A differenza di Bensaïd, per me quella pazienza attiva ed inquieta non era una strategia nuova per navigare nell’età della sconfitta, al contrario sarebbe stata la sola strategia politica mai sperimentata, l’unica per evitare la resa alla rassegnazione, la pesante matrice che avrebbe improntato di sé tutto il mio seppur breve itinerario politico, dagli esordi fino ad oggi, senza soluzione di continuità. Se il buongiorno si vede dal mattino…

Perché? Perché quegli anni mi offrirono lo spettacolo di una quotidianità politicamente diàfana, in cui non succedeva nulla di buono. Capii da subito che non ci sarebbe stato un ieri ed un oggi, ma un oggi uguale a domani, e a dopodomani. Il cambiamento sociale, inteso come cambiamento delle condizioni materiali di vita delle persone, per molti era un’urgente, improrogabile necessità, eppure questa urgenza non trovava spazio, suonava come un linguaggio astruso ed inascoltabile in una modernità ormai comprensibile, chiara, definitiva.

Dove risiedeva il cambiamento sociale? Mi guardavo attorno. Nell’area politica chiamata «centrosinistra» la normalizzazione del quadro politico sarebbe culminata nella creazione di un partito formato quasi esclusivamente da dirigenti, pensato per rivolgersi ad un elettorato sostanzialmente senza problemi economici o lavorativi e avente come unico fattore aggregante la rappresentazione che dava di sé e del proprio passato. In questa acritica e fideistica autorappresentazione il disagio sociale e le questioni materiali erano tenuti a distanza con malcelato imbarazzo e, non di rado, con una certa animosità nei confronti delle rivendicazioni delle classi popolari, mentre i paradigmi neoliberisti comuni a tutti i partiti socialisti e socialdemocratici europei venivano ormai considerati l’unica possibile lettura della realtà. Allora come oggi i nuovi referenti sociali sono gli stessi referenti sociali della destra, a cui si cerca di sottrarli, mentre di fronte ad interessi contrapposti si predica l’equidistanza: il punto è che quando non si sceglie, alla fine si sceglie sempre il più forte.

Del tutto subalterne a quest’area, forze politiche minoritarie di sinistra che si definivano «di alternativa» inseguivano l’obiettivo del governo a costo di giocarsi ogni credibilità, risultando così sempre più invotabili.

Il confronto destra/sinistra era puramente propagandistico, perché i presupposti teorici di fondo di quell’ideologia egemone nell’economia e nella politica erano generalmente ritenuti ovvi, manifesti, perfino orientati al perseguimento del bene comune, oppure non ricevevano un’adeguata opera di contestazione da parte di quelle forze politiche «di alternativa» che avrebbero dovuto occuparsene.

Appariva evidente che questa lunga notte si sarebbe spinta fino alle soglie di chissà quale giorno, nessuno avrebbe potuto dire quando.

Non ho potuto far altro che provare a dotarmi lentamente e faticosamente di un bagaglio teorico leggero, ma essenziale per resistere ad un discorso egemone che non tardò a svelarsi per quello che realmente era: prima ancora che ingiusto, un discorso essenzialmente falso.

Questa smisurata vittoria dei ricchi, infatti, non era solo il risultato di concrete scelte politiche, ma si fondava su un’ideologia, quella neoliberista, in palese attrito con la realtà dei fatti e tra le più dogmatiche mai conosciute dalla modernità.

Un discorso egemone di destra

Oggi come negli ultimi quindici anni il discorso egemone in Italia, anche tra molti di coloro che si dichiarano di sinistra, è senza dubbio quello di destra, e se è vero che nella comunicazione politica ogni singola parola usata esprime il quadro di riferimento (il cosiddetto frame) ideologico di chi la sta usando, ed inquadra ogni problema secondo quella prospettiva, determinante fu lo stravolgimento delle parole. Ad esempio, il passaggio (antecedente in realtà ai miei anni Duemila) dall’uso di «sinistra» a quello di «centrosinistra» (così come, con differenti caratteristiche, il passaggio da «destra» a «centrodestra») fu un’operazione di costruzione di un nuovo quadro di riferimento in cui diventava assolutamente prioritario «andare al centro» per poter vincere. In realtà, dato che il centro non esiste e chi si di dice di centro è in realtà di destra, significava semplicemente spostarsi a destra alla ricerca dei presunti “moderati”, trascinandosi appresso politiche economico-sociali di certo non di sinistra.

I vocaboli e le espressioni più ripetute erano (in ordine alfabetico):

casa (di proprietà); coalizione; concorrenza; clandestini; costo del lavoro; flessibilità; governabilità; globalizzazione; guerra (ed esportazione della democrazia); imprenditore di te stesso; legalità; mercato; merito; missioni di pace; moderatismo; privatizzazione; privilegiati; revisionismo; riformismo; senso comune; senso di responsabilità; sicurezza; sondaggio; unità del paese; vivere al di sopra delle proprie possibilità; vittoria elettorale.

Icona una lenta impazienza il problema del capitalismoDa questi derivavano diverse narrazioni tossiche, assolutamente mistificatorie, con cui ci hanno riempito le teste, senza che nessuno mettesse in atto una poderosa opera di contronarrazione. Le principali erano:

– l’armonia propria del libero mercato è stata turbata da decenni di eccessivo intervento dello Stato in settori dai quali avrebbe dovuto restare fuori, da rivendicazioni sociali che non sono non più sostenibili, da una negoziazione del costo del lavoro fatta secondo criteri che ledono l’attività dell’imprenditore, considerato “un vero eroe”;

– il merito, perché una comunità basata sulla competizione avrebbe giustamente premiato i migliori. Una vera truffa ideologica, il merito, dato che a decidere chi siano i migliori e attraverso quali criteri giudicarli meritevoli e selezionarli sono sempre le classi dominanti, ovvero i senza merito. Quelle classi che non invocano mai il merito per sé, perché credono che, abitando ai piani più alti della piramide sociale, il loro merito sia oggettivo.

Correlato al merito, un invito: «Diventa imprenditore di te stesso!», punto finale di un processo di assoggettamento in cui la persona diveniva un “capitale umano” da valutare e misurare secondo la logica dell’offerta e della domanda, del guadagno e delle perdite, dell’investimento del singolo (in formazione, esperienze) e della sua redditività. Una concorrenza con sé stessi (oltre che con gli altri), un processo di auto-valutazione continua che, di fronte ad una realtà che nega sistematicamente le promesse di realizzazione e di autonomia, non genera una denuncia contro i rapporti di potere, ma frustrazione e senso di colpa;

– l’assenza decennale di qualunque politica abitativa: «Abitano tutti», si precisava. Come dire che in Italia abitare è un fatto, non un diritto. Fine del discorso, noioso discorso, mentre intanto si continuava a costruire immobili che restavano invenduti e gli appartamenti sfitti si sommavano a milioni, fino a scoprire solo ultimamente e con ingenuo stupore l’esplodere dell’emergenza abitativa;

– la guerra infinita per «diffondere la democrazia nel mondo»;

– da ultimo, il debito pubblico italiano spacciato come risultato di un tenore di vita di chi lavora «al di sopra delle proprie possibilità», mentre è pressoché impossibile (e non a caso) sentire parlare di debito privato;

Per la sinistra «di alternativa» vincere per governare assieme alle forze “riformiste” (mai una parola è stata usata tanto a sproposito) era divenuto un obiettivo in sé. «Per fare cosa? E con chi?» erano invece due quesiti assolutamente improponibili. Scriveva Luigi Pintor già nel 2003, nel suo ultimo editoriale:

La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno […] Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo […] Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell’uccisione e della soggezione di sé e dell’altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile.

La crisi economica ha interrotto una tale rappresentazione della realtà con la brutalità propria di questo sistema economico ed ha svelato ogni finzione politica a sinistra. Infatti, le forze politiche minoritarie che si dicevano di alternativa hanno pagato il prezzo della loro collaborazione subalterna  e della continua scissione tra le roboanti dichiarazioni ed il livello dell’azione e sono state completamente estromesse dal parlamento, mentre la sinistra moderata ha potenziato le controriforme sociali alla luce del sole, rivestendole prima con la retorica dell’emergenza (lo spread, il debito, la crisi) ed in seguito riprendendo e potenziando il vecchio ritornello della modernizzazione.

Nel frattempo, un paio di generazioni (dai 30 ai 40 anni di età) sono state definite «perdute». Per sempre. Milioni di persone il cui essere «perdute» significa che lavoreranno una vita senza tutele, passeranno da un contratto breve all’altro per raggiungere infine una pensione ridicola. Il livello consolidato della disoccupazione di massa non viene attaccato, quello della disoccupazione giovanile è disastroso, la prospettiva di un impiego stabile è stata polverizzata, il pareggio di bilancio inserito in Costituzione assieme alla libertà individuale e di pensiero, le pensioni tagliate in modo forsennato. Un sistema economico moderno e a misura d’essere umano, non c’è che dire.

Nel suo ultimo libro il sociologo Luciano Gallino, rivolgendosi ai nipoti, afferma:

Quel che vorrei provare a raccontarvi è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea. A ogni sconfitta corrisponde ovviamente la vittoria di qualcun altro. In realtà noi siamo stati battuti due volte. Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità.

Senza

l’apporto di una dose massiccia di stupidità da parte dei governanti, dei politici, e ahimè di una porzione non piccola di tutti noi, le teorie economiche neoliberali non avrebbero mai potuto affermarsi nella misura sconsiderata che abbiamo sott’occhio. Pensate a quanto è successo nell’autunno 2014. All’epoca i disoccupati sono oltre tre milioni. I giovani senza lavoro sfiorano il 45 per cento. La base produttiva ha perso un quarto del suo potenziale. Il Pil ha perso 10-11 punti rispetto all’ultimo anno prima della crisi. E che fa il governo? Si sbraccia allo scopo di introdurre nella legislazione sul lavoro nuove norme che facilitino il licenziamento. Come non concludere che siamo dinanzi a casi conclamati di stupidità? (o forse di malafede).

Qui stiamo.

Se la politica è scelta, opposizione tra cose, gruppi sociali, visioni del mondo, se è scontrarsi, e non conciliare l’inconciliabile, allora il mio itinerario è partito dalla fine, dato che fino ad oggi ho conosciuto solo la fine della politica. Questo blog vuole essere una sorta di autorisarcimento per un senso di solitudine politica che dura da troppo tempo e un indennizzo verso tutte quelle parole che non hanno trovato ascolto nel mio breve itinerario politico. Soprattutto, vuole essere un modo per parlare del mondo «contro la malafede che assicura che il mondo va bene e non va cambiato, contro la rassegnazione che sussurra che la disuguaglianza è naturale ed eterna».

L’austerità non potrà essere un destino ineluttabile se si riuscirà ad avanzare fuori dalla notte della democrazia e dai gorghi di un’esistenza feroce e disumana cui ci si è da troppo tempo rassegnati.

Benvenute, benvenuti!