Roma, lo sfratto ai Giubbonari e quel tema che a sinistra manca da sempre

[Articolo del 10 aprile 2016]

«Siamo pronti a resistere». Nientedimeno! Al circolo PD di Via dei Giubbonari (Roma) si sono montati la testa, dopo che il TAR ha confermato lo sgombero della loro storica sede per morosità e assenza di concessione. Tutto attorno, ai tempi bui dei prefetti al potere, la furia di Tronca non distingue nemmeno tra gli immobili del Comune concessi ai privati a canone irrisorio e spesso neanche incassato, da un lato, e la miriade di onlus che si occupano di malati, di minori, di disagio psichico assieme a luoghi di associazionismo popolare che offrono servizi sociali in quartieri difficili (come la palestra popolare di San Lorenzo).

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Fonte: L’Huffington Post

Non entro nel merito della vicenda, mi interessa invece approfondire le reazioni dei militanti di questa storica sede, perché le considero paradigmatiche di una forma mentis ben radicata nell’area del centrosinistra. Ho detto che si sono montati la testa, perché i toni risultano roboanti quanto grotteschi. Accade così quando una militanza tranquilla, piacevole, stimolante e lontana chilometri dai luoghi amari del dolore e del bisogno di tutti i santi giorni riceve improvvisamente uno scossone di realtà.

Un luogo politico e storicamente importante come quella sede non va trattato secondo le leggi di mercato, su questo si può anche essere d’accordo. Tuttavia le loro argomentazioni fanno quasi tenerezza ed il plot è sempre lo stesso, quello delle grandi occasioni: tirare in ballo in modo strumentale la memoria della Resistenza, inserire la propria specifica questione nella più generale lotta per «gli spazi di democrazia in città», cui adesso si aggiungono dei recenti ritrovati di consapevolezza: «Ehi voi, il Comune sta sgomberando una palestra popolare a San Lorenzo e tante altre realtà di utilità sociale!», «Le ragioni dei numeri non possono prevalere sulle persone». Verrebbe da pensare: ma non mi dire, davvero sta avvenendo questo?

Nella città di Mafia Capitale e dell’establishment corrotto il prefetto ha dichiarato guerra alle esperienze dal basso più interessanti. L’unico suo obiettivo sembra quello di ricondurre l’uso del patrimonio pubblico alle logiche del mercato. E fino ad oggi?

Sono anni che a Roma (e in Italia) il potere politico democratico (che di politico e di democratico non ha nulla) sgombera o assiste agli sgomberi: centinaia le persone senza casa buttate in mezzo alla strada per morosità o inserite in liste d’attesa bibliche per un alloggio senza che l’emergenza abitativa fosse mai elevata a tema politico, sentito e dibattuto a livello partitico, decine gli spazi popolari e quelli occupati che nel tempo sono scomparsi, ed il partito in cui militano i resistenti dei Giubbonari è l’attore protagonista di tale deriva. Mentre avveniva tutto questo, dove erano costoro? A Via dei Giubbonari, probabilmente a parlare d’altro.

Ma cosa c’entra nello specifico il caso della sede del circolo Pd con gli spazi sociali a rischio di sgombero che, in un ambiente urbano invivibile, hanno organizzato in questi anni la sopravvivenza, la resistenza ed il cambiamento? E cosa accomuna la militanza democratica a quelle esperienze? Nulla.

Al contrario, per restare solo su Roma (ma Bologna, Milano, Genova non differiscono), Ignazio Marino, certamente onesto e palesemente silurato dal suo partito dopo aver osato immaginare un cambio di rotta in alcuni settori chiave del malaffare romano, non impresse certo una svolta rispetto ai suoi predecessori per quanto riguarda il tema del diritto all’abitare e degli spazi popolari. Scrive Micromega in Privatizzazioni e sgomberi, ecco la Roma di Tronca:

È segnale dello smarrimento generalizzato delle identità e dei progetti politici, rectius del mutamento genetico in senso propriamente neoliberale del centrosinistra sedicente democratico, il fatto che a mettere fine a quelle esperienze abbia provato più di ogni altro la giunta Marino, minacciando una mastodontica operazione di polizia in città, ordinando una valanga di sgomberi. La lista dei mandanti dell’operazione ha le sembianze di un perverso scaricabarile: Bruxelles, Corte dei Conti, Procura della Repubblica. L’intento è dichiarato: ricondurre l’uso del patrimonio pubblico alle logiche del mercato, affittando gli spazi di proprietà pubblica a canone commerciale, mettendoli a reddito, e affidando la selezione degli assegnatari alla presunta imparzialità dello strumento del bando (leggi: alle velleità del funzionario di turno) la solida garanzia dei migliori privilegi agli amici degli amici degli amici.

Per i progressisti in Italia, dirigenti e militanti, la casa è da tempo un fatto, non un diritto, ed il vocabolo è stato lentamente deprivato del suo contraltare politico: diritto all’abitare. La casa è diventata così il presupposto logico e implicito di qualsiasi proposizione: non se ne parla, perché sarebbe come parlare dell’ovvio. Un po’ come dire: «Diritto all’abitare? Ma abitare è un fatto, non un diritto: in Italia abitano tutti!».

Quando il paesaggio arido di povertà e disoccupazione, lavoro servile e precarietà, di affitti alle stelle e speculazione, quando questo paesaggio di solitudine determinato dalle politiche della crisi economica scoperchiò l’emergenza abitativa (e assieme a questa pose con maggior forza anche la questione degli spazi sociali) l’unica logica ammessa fu quella dell’ordine pubblico: a livello di governo si proseguì lungo la solita strada, ovvero neanche l’ombra di una politica abitativa (e non c’è da stupirsi); ad un livello più basso di militanza di partito, nessun cambio di consapevolezza: un sordo concetto di “legalità” come unico orizzonte.

Negli stessi anni ascoltai Ugo Mattei sostenere che

Le occupazioni pongono problemi politici necessari. Occupazioni di case, di teatri. Non possiamo credere di confrontarci con queste lotte per i diritti come se fossero un problema di ordine pubblico. Queste lotte richiamano la legittimità costituzionale, contro chi illegittimamente priva le comunità della funzione sociale dei beni. Spazi abbandonati, case abbandonate, funzionali solo a logiche speculatorie, possono essere legittimamente rivendicate. 

Altrove, invece, cambiano le parole. Ho trascritto la parte centrale (dal minuto 2.00 del video) del brevissimo discorso che il leader di Podemos, Pablo Iglesias, tenne alla chiusura dei seggi in occasione delle ultime elezioni politiche spagnole lo scorso dicembre. Poche parole, chiare, pragmatiche. Ed una ripetizione: «indifferibile e imprescindibile». 

Ecco il significativo passaggio iniziale. Fate attenzione alla sequenza delle priorità, niente è casuale:

La Spagna ha votato un cambiamento di sistema e ciò ha una serie di implicazioni costituzionali indifferibili e imprescindibili. In primo luogo, blindare a livello costituzionale i diritti sociali è indifferibile ed è imprescindibile. Questo significa che il diritto ad un alloggio degno, che paralizzare gli sgomberi senza alternativa abitativa, che difendere la sanità pubblica e l’istruzione pubblica richiede uno scudo costituzionale e ciò è indifferibile e imprescindibile.

 e la trascrizione completa della parte programmatica di questo breve discorso :

España ha votado un cambio de sistema y esto tiene una serie de implicaciones constitucionales inaplazables e imprescindibles. En primer lugar, el blindaje constitucional de los derechos sociales es inaplazable y es imprescindibile. Esto quiere decir que el derecho a una vivienda digna, que paralizar los desahucios sin alternativa habitacional, que defender la sanidad pública y la educación pública requiere un blindaje constitucional y esto es inaplazable e imprescindibile. Se requiere también de la misma manera, inaplazable e imprescindibile, una reforma del sistema electoral que lo adapte al criterio de proporcionalidad que establece la Constitución española, y esto es inaplazable e imprescindibile. Y al mismo tiempo, entendemos como inaplazable e imprescindibile reformar la Constitución para que haya una moción de confianza ciudadana al gobierno en caso de cumplimiento del programa. Esto quiere decir que un gobierno que no cumpla su programa a mitad de mandato podrá ser revocado por parte de los ciudadanos.

Il vocabolario utilizzato non ammette fraintendimenti (indifferibile e imprescindibile, blindare, paralizzare) e al primo posto delle priorità materiali compare proprio il diritto all’abitare, da corazzare per sempre attraverso la dignità di diritto costituzionale. Chi ha mai ascoltato negli ultimi 20 anni un leader di sinistra o di centrosinistra pronunciare un discorso simile la sera delle elezioni?

Torniamo adesso all’inizio della storia. Mi auguro che quegli spazi non si trasformino nell’ennesima attività commerciale, ma a guardare il centro di Roma (soprattutto il deserto della sera, quando le attività chiudono) non c’è da essere ottimisti. Ogni volta che mi trovo a passare da via dei Giubbonari scruto quella targa dedicata a Guido Rattoppatore, partigiano morto a Forte Bravetta: non solo per il fascino dei richiami storici e politici che essa inevitabilmente suscita, ma parimenti perché costituisce un preciso strumento di misurazione delle distanze.

I democratici «pronti a resistere» scoprono solo ora che le nostre vite contano meno dei bilanci, che gli spazi di democrazia diminuiscono sempre più, che non è vero che abitano tutti in Italia, che gli sfratti esistono (da decenni) e sono una terribile condanna per chi li subisce. Scoprono che la disperazione dei deboli non era mai andata al mare.

Perciò non ci provate: non esiste alcuna connessione tra voi e questa vita feroce.

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