40 anni dopo: su Pasolini, Mamma Roma e il silenzio degli sconfitti

[Articolo del 4 novembre 2015]

La celebrazione di Pasolini a 40 anni dall’omicidio è stata rivoltante. Si può certamente discutere in maniera critica di Pasolini, ma riproponendolo depotenziato e assolutamente rassicurante, collocandolo a metà tra la fine del mondo contadino ed i boccoli romantici dei capelloni, si è riproposta l’immagine propinata dalla cultura dominante che lo perseguitò, dagli eredi giornalistici di chi lo calunniò e dagli eredi politici di chi lo picchiava per strada.

L’Italia di Pasolini era un paese terribile, in cui i quadri di una magistratura e di una polizia mai epurate erano espressione diretta di quelle del periodo fascista, un’Italia in cui lo Stato torturava gli oppositori politici ed usava i fascisti, quasi mai messi in galera, per frenare con la violenza l’avanzamento delle lotte sociali. Pasolini odiava ferocemente la borghesia e le sue incarnazioni istituzionali, detestava lo Stato e desiderava abbatterlo, riconosceva le istanze sociali della Resistenza ed il suo tradimento in quell’Italia che nel dopoguerra aveva incarcerato i partigiani e amnistiato torturatori della peggior specie, denunciava l’atteggiamento di collaborazione di classe della dirigenza del Partito Comunista Italiano.

Fu l’intellettuale più perseguitato dai giudici e calunniato dalla stampa nella storia di questo paese, attraverso una persecuzione a mezzo stampa che costituisce un abisso di luridume omofobo, un autentico letamaio di vendette dello Stato e della borghesia. Non solo perché omosessuale, non solo perché comunista. Perché omosessuale, comunista e apertamente contro la borghesia, i suoi partiti (in primis la Dc), il suo Stato, le sue istituzioni di polizia e militari, i fascisti. In ogni epoca l’ideologia dominante è l’ideologia delle classi dominanti. Anche su Pasolini, anche oggi.

anna

Sei minuti, di una bellezza e di una verità senza eguali.

Gli ultimi sei minuti di “Mamma Roma”, il secondo film di Pasolini, scatenarono, nel 1962, un’ondata di violenze fasciste, l’intervento della censura e denunce per oscenità da parte dei carabinieri. Da qui in avanti un’onda d’urto censoria e repressiva colpirà Pasolini, fin dopo la sua morte.

Perché questo finale fece riemergere l’inconfessabile verità di Stato sulla morte di Marcello Elisei, 19 anni, nel carcere di Regina Coeli, lasciato morire appena tre anni prima e qui richiamato indirettamente dal giovane Ettore, figlio di mamma Roma, che muore in prigione, sofferente, con la febbre alta ed invocante la mamma, legato in mutande e canottiera ad un letto di contenzione. «Aiuto, aiuto, perché mi avete messo qua?… Non lo faccio più, lo giuro, non lo faccio più… So’ bono, adesso… Mamma, sto a mori’ de freddo… Sto male… Mamma!… Mamma, sto a mori’… È tutta notte che sto qua… Nun je ‘a faccio più…».

La terribile storia della morte di Marcello Elisei, ovvero la violenza e la tortura dell’Italia repubblicana e dei suoi apparati repressivi contro oppositori politici e detenuti si legava alla violenza dello Stato borghese verso le classi subalterne. Questo denunciò Pasolini, e da quel momento la borghesia italiana iniziò a vendicarsi senza sosta. Continua a farlo ancora oggi, perché ancora oggi questi sei minuti costituiscono una condanna definitiva.

Gli ultimi sei minuti di “Mamma Roma” sono per me sconvolgenti. Roma non sa dove sia finito il suo Ettore e, con lo sguardo basso, trascina il suo carretto dopo aver bevuto, piangendo, una tazza di latte: «Lasciame pèrde, a Piè». Al ragazzo che, con leggerezza, prova a rassicurarla, evita proprio di rispondere. Quel silenzio che guarda l’asfalto del Quadraro è, per me, l’attimo più doloroso del film.

«De quello che uno è, la colpa è solo sua, ‘o sai, sì?», diceva poco prima senza molta convinzione Roma, tornata a prostituirsi. «Ma chi te l’ha messe in testa tutte ste fregnacce?», rispondeva l’amica Biancofiore. «Er prete. Me pareva na Bibbia vivente, ahò! Non ho voluto ricomincià da zero… ma che te credi che null’ho capita? E tu lo sai perché mi’ marito, er padre de Ettore, era ‘n farabutto disgraziato? […] Tutti morti de fame, ecco perché. Certo che se c’avevano i mezzi erano tutte persone perbene. Allora de chi è la colpa qua, de chi è la responsabilità. Allora de chi è la colpa qua, de chi è… Spiegamelo te allora, perché io nun so’ nessuno. Che te sei er Re dei re».

Ma adesso, a sei minuti dalla fine, ha vinto la rassegnazione, l’impossibile avanzamento sociale. Il silenzio che guarda l’asfalto del Quadraro è una delle cose più belle e più vere che abbia mai visto in un film. Quel silenzio di chi guarda a terra, di chi ha fallito, di chi è ritenuto colpevole della propria condizione, di chi non può competere e non compete. 

E quanti tra gli estimatori di Pasolini vogliono ancora ascoltarlo, quel silenzio?

Non rispondo, ognuno si interrogherà. Per quanto mi riguarda è ciò che più motiva la mia idea di mondo. 

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