Partire dalla fine sarà un pessimo inizio

Se guardassimo la mole stupefacente del palazzo di Mafra, in Portogallo, affascinati dalla riuscita finale di un’impresa tanto titanica, rischieremmo di non immaginare neanche lontanamente su quante ossa rotte, pozze di sangue e schiene piegate e corpi schiacciati si ergono le sue fondamenta, edificate da orde infinite di popolani trattati come schiavi e sorvegliati dai soldati per assecondare il fervore religioso di Giovanni V.

La società dell’informazione social di base informa solo sulla fine. In questa nuova declinazione della conoscenza dei fatti ogni racconto parte dalla sua conclusione e da quella conclusione proseguirà, in avanti e sempre restando in superficie. Non più storie che ebbero un inizio, ma storie che iniziano dalla fine: prima della loro conclusione non se ne ha notizia in misura significativa. Detto in altre parole, l’analisi (che per sua natura parte sempre dall’inizio), lenta, articolata e laboriosa, è stata soppiantata dalla cronaca (che non analizza, ma si limita a esporre), più agile per nuotare nell’estrema economia di battute del social network che tutto ingoia.

Probabilmente molti ormai credono che la cronaca sia analisi e che l’esposizione dei fatti conclusi sia un attrezzo sufficiente a comprendere. Ma spesso una storia valutata dalla fine genera errori gravi, talvolta mostruosamente gravi.

Quando l’opinione pubblica verrà a conoscenza della cacciata dell’ISIS da Raqqa sarà la fine della storia, e si crederà con sconcertante superficialità che sì, qualcuno senza volto avrà pagato il prezzo di questa battaglia, ma dopotutto un prezzo accettabile.

Nel generale decadimento dell’analisi, la solidarietà politica è diventata una figura buffonesca. La Siria non violenta che si sollevò contro il tiranno non sa cosa sia, non l’ha mai ricevuta: l’ha ricevuta il tiranno. E difatti il web si riempie della sua versione del passato del paese, ma di quello raccontato da chi si sollevò non vi è traccia in misura equivalente. E ora le potenze occidentali, con subdola flemma, sussurrano che Assad potrà restare al potere.

Adesso che l’Occidente dice che Assad potrà restare, si può affermare con relativa sicurezza che il genocidio siriano e la distruzione del paese sono internazionalmente sponsorizzati (Yassin Al Haj Saleh).

E ancora: 

In poche parole tutto questo significa che la morte di chi è morto non ha valore, che la tortura di quelli che sono stati torturati non merita considerazione e che non ci sarà nessun risarcimento per la distruzione della vita di milioni di persone. Ci stanno dicendo che le centinaia di migliaia di persone assassinate hanno perso la vita invano e che le grida dei torturati e il dolore delle madri, dei padri e dei bambini non importano. Che il sangue non è il prezzo della libertà e che le vittime non sono il sacrificio per la salvezza. In poche parole, i nostri morti non sono martiri e non abbiamo nessuna causa. (Yassin Al Haj Saleh, Lettere a Samira)

È sempre una questione di passato: a seconda di quale conosci (o meglio, non conosci), chiami le cose. Così anche la cacciata dell’ISIS da Raqqa sembrerà un evento senza passato, al tempo in cui il suo passato non fu raccontato.

Raqqa è divenuta una città-obiettivo. Ed è un baratro totale, o forse peggio di quanto il vocabolo possa provare a delineare. Liberatasi dalla morsa del tiranno nel corso della rivoluzione, si è trovata in seguito soffocata dall’arrivo dei fascisti con la barba. Adesso Raqqa pare essere solo quello, la città dell’ISIS, e in questa riduzione scompare ogni traccia di vita, di speranza, di una qualche forma di lotta politica, di passato.

Ma quello che diventerà il passato ignorato di Raqqa, e che adesso è il suo presente, ha trovato chi lo racconta. Dall’interno della città un giornalista siriano, che usa lo pseudonimo Tim Ramadan per proteggersi la vita, ha scritto da ultimo un articolo per il Guardian narrando con straziante verità cosa significa vivere nella città-obiettivo dell’intera comunità internazionale.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/aug/28/raqqa-stealing-dead-civilians-electricity-water-food?CMP=share_btn_tw

Tutti bombardano Raqqa senza sosta, e il paesaggio circostante ormai è cosa nota: né la sinistra radicale (e ovviamente nemmeno quella mainstream), né il fu pacifismo sentono l’urgenza di chiedersi quali esistenze sono rimaste intrappolate tra la pioggia di bombe e i fascisti con la barba, i quali impediscono a chiunque di fuggire minando le strade o piazzando cecchini sui tetti. Ben sapendo come incutere timore, appendono in piazza i corpi di chi osa provare a scappare. Niente acqua, niente elettricità, niente cibo se non quello preso dalle case dei morti sotto le bombe.

Questa non-vita non sconcerta e non suscita più interrogativi, questo è l’aspetto più grave: l’analisi del passato, come si diceva, ha perso terreno.

La solidarietà politica, come si è già detto, è ormai divenuta uno spettro.

E, al di là del caso specifico, l’opposizione alla guerra è stata relativizzata: bombe? Mi si dica chi ha bombardato, perché capisca se indignarmi o meno. Usa, Francia e Gb? O Russia, Siria e Iran? 

Non funziona così. Non sarà relegando ai margini le più tremende mostruosità del nostro tempo che chi afferma di battersi per la libertà e l’uguaglianza dei popoli preserverà la propria integrità politica e morale. Consiglio vivamente di leggere l’articolo di Tim Ramadan: il racconto di come la vita resista al fascismo dell’Isis e alle bombe del mondo vale almeno un’intera settimana di informazione italiana.

Se dopo la lettura ognuno di noi proverà perlomeno un istintivo quanto insostenibile imbarazzo, vorrà dire che non tutto è ancora perduto.

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