Giornata della Memoria: no, onorare e ricordare non sono la stessa cosa

Bambine ebree sulla St. Louis nel 1939 (a sinistra), piccolo rifugiato siriano in un campo profughi
Bambine ebree sulla St. Louis nel 1939 (a sinistra), piccolo rifugiato siriano in un campo profughi

Credo che giornate come questa non servano a ricordare, ma a onorare.

Ricordare è un’altra cosa, ed è una faccenda complessa e purtroppo molto contraddittoria. Quando i sopravvissuti dei lager nazisti iniziarono a implorare di «ricordare» intendevano riferirsi all'unico esercizio possibile della memoria: una memoria non rituale e claudicante, ma vivente, continuamente tradotta nell'oggi come pratica quotidiana di esercizio dell’umanità. Il genocidio nazista aveva operato attraverso un sistematico ingranaggio industriale di distruzione dell’umanità. Quello che i sopravvissuti ripetevano era: le forme saranno diverse, ma la distruzione dell’umanità potrebbe ripetersi ancora.

Onorare il martirio di tutte le vittime dello sterminio nazista spetta al 27 gennaio, così si è deciso. Che tutti si fermino qui però, per favore.

Onorare i martiri, non si vada oltre mettendo in gioco il proprio presente. Perché, superato il confine del doveroso onorare, cominciano i problemi. Il ricordo di una tragedia immane inizia a essere assediato da un insopportabile brusìo, un chiacchiericcio di cornice che stride come unghie sulla lavagna: «Perché non accada mai più», «Ricordare per non dimenticare» e via dicendo.

Stride, perché il ghetto di Varsavia è di fronte a noi. Il genocidio si consuma in Siria da 6 anni. Peggio, sta accadendo mentre si preferisce non sapere: per molti “libertà” è una parola sconcia, quando pronunciata a certe latitudini. Come ho già scritto, in futuro sarà arduo spiegare perché non ci fu interesse: l’argomento che non sapevamo non funziona più.

La memoria del genocidio nazista non è un oggetto candido da lustrare e riporre il giorno dopo, perché quell’eredità di umanità vive solo se preservata oggi. Ad esempio, nel giorno della memoria del 2009 Michel Warschawski, ebreo israeliano, scrisse ai leader di Israele che avevano appena concluso l’operazione Piombo Fuso su Gaza:

«Ehud Barak, Tzipi Livni, Gabi Ashkenazi e Ehud Olmert - non osate mostrare le vostre facce ad una qualche cerimonia in memoria degli eroi del ghetto di Varsavia, di Lublin, Vilna o Kishinev (…) Non avete diritto di parlare in nome dei martiri del nostro popolo. Non siete Anne Frank del campo di concentramento di Bergen Belsen ma Hans Frank, il generale tedesco che affamò e distrusse gli ebrei della Polonia. Voi non rappresentate alcuna continuità con il ghetto di Varsavia, perché oggi il ghetto di Varsavia è proprio di fronte a voi, preso di mira dai vostri carri armati e dalla vostra artiglieria, e il suo nome è Gaza (…) Noi, non voi, siamo i figli di Mala Zimetbaum e Marek Edelman, di Mordechai Anilevicz e Stephane Hessel».

La sola congiunzione tra onorare e ricordare, per onorare pienamente e realmente ricordare, è fare in modo che il sacrificio di quei martiri non sia stato vano.

Quella memoria avrebbe dovuto fornire una nuova consapevolezza all’opinione pubblica. Di fronte al genocidio siriano non sta avvenendo: la rivoluzione popolare è stata abbandonata (in special modo dalla sinistra), lasciando che il tiranno la reprimesse nel sangue e che i suoi alleati invadessero e bombardassero il paese in maniera implacabile.

Si dia un’occhiata a questo account Twitter: esso fa la lista dei nomi degli ebrei che erano a bordo della nave di linea oceanica St. Louis e che furono respinti dagli americani nel 1939. Rispediti in Europa, molti di loro furono sterminati dai nazisti.

Oggi l’Occidente è molto più sofisticato e lascia il lavoro sporco ai paesi confinanti. Europa e Stati Uniti hanno chiuso i loro cancelli ai rifugiati siriani. I numeri di coloro che sono stati accolti sono risibili e i muri al confine sono ovunque nei Balcani e nell’est Europa. In conseguenza di ciò, Giordania, Turchia e Libano sanno che dovranno occuparsi da soli di milioni di rifugiati siriani. Per evitare ad un numero ancora maggiore di persone di entrare nel paese, hanno chiuso i loro confini (la Giordania e il Libano nel 2014, la Turchia nel 2015). Lasciare la Siria oggi richiede il pagamento di centinaia di dollari a un trafficante, una somma che la maggioranza dei siriani non può permettersi. Ciò significa che milioni di persone sono intrappolate sotto bombardamenti, attacchi con armi chimiche, incendiarie e a grappolo senza poter fuggire e senza alcuna protezione da questi attacchi.

Bombardamento di Assad sul Ghouta, inizio 2017
Bombardamento di Assad sul Ghouta, inizio 2017

Il genocidio siriano, un mulinello di mostruosità che credevamo di aver lasciato nei testi scolastici, è sotto gli occhi di tutti, ma si è deciso di non volerlo vedere, di soprassedere, di sottovalutare. Molti dalla morale (a dir poco) problematica si sono persino spinti al punto di calunniare il sacrificio di questi martiri, bollandoli con un marchio d’infamia.

«Noi combattiamo per la nostra libertà e per la vostra, per il nostro orgoglio e per il vostro, per la nostra dignità umana, sociale e nazionale, e per la vostra». Questo fu l’appello inascoltato del Ghetto di Varsavia al mondo, nella Pasqua Ebraica del 1943. Ho ascoltato parole tremendamente simili provenire dai giovani che combattevano per la libertà in Siria, e sprofondare in un silenzio tremendamente simile.

E allora in questa giornata si onorino quei caduti ma, dato che si è deciso che i martiri siriani non esistono, si abbia almeno il pudore di tutelare il dolore muto e il martirio innominabile delle vittime del genocidio nazista dalla propria doppiezza: non si vada oltre, perciò, coinvolgendo il proprio oggi pieno di buone intenzioni e trasformando così la giornata della memoria di un crimine smisurato in un lavatoio per coscienze che, per un qualche motivo irrazionale, scelgono di non vedere la distruzione dell’umanità quando essa si presenta a colori.

[in basso la sede dell'intelligence militare di Damasco, la filiale 215, uno dei luoghi in cui nel 2011, 2012, 2013 sono stati torturati a morte dal governo siriano migliaia di partecipanti alle manifestazioni che chiedevano libertà e democrazia]

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