Non è successo niente. Storia di un equivoco lungo 16 anni

Mi stupii nuovamente dell’incredibile capacità umana

di trasformare la realtà nell’immagine dei propri desideri e dei propri ideali.

Milan Kundera, Lo scherzo

C’è un pensiero che mi ossessiona: ho iniziato a scrutare le cose del mondo e della politica 16 anni fa, all’alba del nuovo millennio, ma ad oggi non so ancora cosa sia e che effetto faccia il progresso sociale quando dà prova di sé nel mondo. Un progresso anche minimo, o magari pure solo abbozzato: niente di niente. Mentre ci penso non tiro in ballo i dirigenti di quell’area politica che si accende quando si parla(va) di lavorare alla liberazione dell’essere umano (dirigenti sui quali non è necessario aggiungere altro), ma sento di riferirmi agli elettori della sinistra mainstream a quelli della sinistra radicale. Perché anche il fattore individuale ha il suo peso nella storia: certamente relativo, ma ce l’ha.

Sedici anni non sono affatto pochi. Il nuovo millennio spalancava le porte ad un mondo ormai smontato e rimontato secondo i dogmi della nuova religione del mercato, un discorso egemone che non tardò a svelarsi per quello che realmente era: prima ancora che ingiusto, essenzialmente falso.

Questa smisurata vittoria dei ricchi, infatti, non era solo il risultato di concrete scelte politiche, ma si fondava su un’ideologia, quella neoliberista, in palese attrito con la realtà dei fatti e tra le più dogmatiche mai conosciute dalla modernità.

Oggi come negli ultimi sedici anni il discorso egemone in Italia, anche tra molti di coloro che si dichiarano di sinistra, è senza dubbio quello di destra, e se è vero che nella comunicazione politica ogni singola parola usata esprime il quadro di riferimento (il cosiddetto frame) ideologico di chi la sta usando, e inquadra ogni problema secondo quella prospettiva, determinante fu lo stravolgimento delle parole. Ad esempio, il passaggio (antecedente in realtà ai miei anni Duemila) dall’uso di «sinistra» a quello di «centrosinistra» (così come, con differenti caratteristiche, il passaggio da «destra» a «centrodestra») fu un’operazione di costruzione di un nuovo quadro di riferimento in cui diventava assolutamente prioritario «andare al centro» per poter vincere. In realtà, dato che il centro non esiste e chi si di dice di centro è in realtà di destra, significava semplicemente spostarsi a destra alla ricerca dei presunti “moderati”, trascinandosi appresso politiche economico-sociali antipopolari.

Dove risiedeva il cambiamento sociale? Mi guardavo attorno. Nell’area politica chiamata «centrosinistra» la normalizzazione del quadro politico sarebbe culminata nella creazione di un partito formato quasi esclusivamente da dirigenti, pensato per rivolgersi ad un elettorato senza grossi problemi economici o lavorativi e avente come unico fattore aggregante la rappresentazione che dava di sé e del proprio passato. In questa acritica e fideistica autorappresentazione il disagio sociale e le questioni materiali erano tenuti a distanza con malcelato imbarazzo e, non di rado, con una certa animosità nei confronti delle rivendicazioni delle classi popolari, mentre i paradigmi neoliberisti comuni a tutti i partiti socialisti e socialdemocratici europei venivano ormai considerati l’unica possibile lettura della realtà. Allora come oggi i nuovi referenti sociali sono gli stessi referenti sociali della destra, a cui si cerca di sottrarli, mentre di fronte ad interessi contrapposti si predica l’equidistanza: il punto è che quando non si sceglie, alla fine si sceglie sempre il più forte.

Del tutto subalterne a quest’area, forze politiche minoritarie di sinistra che si definivano «di alternativa» inseguivano l’obiettivo del governo a costo di giocarsi ogni credibilità, risultando così sempre più invotabili.

Il confronto destra/sinistra era puramente propagandistico, perché i presupposti teorici di fondo di quell’ideologia egemone nell’economia e nella politica erano generalmente ritenuti ovvi, manifesti, perfino orientati al perseguimento del bene comune, oppure non ricevevano un’adeguata opera di contestazione da parte di quelle forze politiche «di alternativa» che avrebbero dovuto occuparsene.

Dopo sedici anni, quella questione sociale che già all’epoca mi appariva politicamente tanto ignorata (da un elettorato ossessionato dalla folgorante vittoria della destra nel 2001 e assolutamente incapace di capire cosa avesse generato quel successo) quanto prioritaria è sempre lì, si staglia crudele nell’empireo delle buone intenzioni, vittima della stessa indifferenza politica e per giunta, a seguito della grande crisi economica, ancora più carica della stessa brutale urgenza di vita.

Devo essere onesto, sento un senso di solitudine politica che diventa sempre più irrimediabile. Non nasce adesso, ha praticamente caratterizzato per intero questi primi sedici anni della mia vita politica attiva.

Il popolo della sinistra mainstream (e, di riflesso, spesso anche quello della sinistra radicale) ha sempre preferito avere a che fare con le proprie percezioni più che con le azioni concludenti delle forze politiche che sosteneva. Eppure non sarebbe stato arduo chiedersi: cos’è un partito? La natura di un partito non dipende certo da ciò che esso sostiene di essere, ma va stabilita sulla base delle sue azioni concludenti: non conta la narrazione che offre di sé, ma ciò che concretamente fa. E per quanto possa riconoscere che anche il piano emotivo appartiene alla politica, non si può sempre fuggire dalla realtà materiale.

Gli stessi che hanno creduto entusiasticamente nella definizione di “ventennio berlusconiano” ignorano che Berlusconi governò solo per 9 anni su 20. Ci hanno mai pensato? Nei rimanenti 11 anni i diversi governi di centrosinistra, o sostenuti dal centrosinistra, inaugurarono le più drastiche e micidiali controriforme sociali della storia della Repubblica (lavoro, pensioni, scuola, casa, immigrazione). La destra non fece altro che estendere quel disastro. Estendere, non inaugurare. Estendere.

L’antiberlusconismo mainstream non ha mai mostrato l’intenzione di ammettere la sostanziale continuità tra le politiche di austerità del secondo governo Berlusconi e quelle del centrosinistra. Era una bestemmia anche solo accennarlo, e ricordo benissimo l’imbarazzante sproloquio che si poteva udire dopo una tale affermazione. Non c’era politica, non c’era analisi: «Non hai capito che è in gioco la democrazia? – Vuoi che vinca ancora? – Se tornerà a vincere, la responsabilità sarà di coloro che ragionano in questo modo – Vuoi che ci portiamo appresso una vergogna per cui il mondo ci ride dietro? Impedire che torni a governare è la priorità assoluta, il resto si vedrà».

La conclusione di questa storia fu eloquente. A fine 2011 bastarono una settimana di lieve aggressione finanziaria e la pressione congiunta delle autorità dell’UE e di quel settore europeista del capitalismo nazionale, con la sponda politica offerta dal Presidente della Repubblica e dal centrosinistra, per cacciare Berlusconi e sostituirlo con il governo tecnocratico di Mario Monti. In un attimo il decennale discutere sul “fascismo” berlusconiano, l’impero dei media, il controllo dell’informazione, la “videocrazia”, la democrazia in pericolo evaporò e quel centrodestra che solo pochi mesi prima appariva invincibile all’antiberlusconismo mainstream scomparve per sempre, perlomeno nella misura in cui lo avevamo conosciuto.

Evidentemente in quella presunta analisi qualcosa non andava, ma il tempo delle riflessioni non è mai arrivato: si dimentica tutto e si procede senza apprendere dai propri errori, probabilmente perché non li si è mai considerati tali. D’altronde è il bello della politica: se non ne hai uno stringente bisogno materiale, ci puoi giocare.

Come pochi cercarono di ripetere più volte, l’antiberlusconismo italiano rafforzò il potere di Berlusconi, perché ignorava costantemente le cause reali del suo successo e, pur di evitarne il ritorno al potere, giustificò e legittimò le controriforme e l’austerità del centrosinistra. Ciò significò l’autodistruzione della sinistra italiana, divenuta sempre più invotabile, e l’ulteriore degenerazione neoliberista del Partito Democratico.

Insisto: tra i vari barattoli che avete nella credenza, cercate di rintracciare quello con la scritta “questione sociale”, prendete una compressa e scioglietela nel frullato dei vostri convincimenti e della vostra militanza degli ultimi 16 anni. Capirete subito cosa avete erroneamente creduto e mai messo in discussione fino ad oggi.

Perciò quanto avvenuto nelle scorse settimane all’interno del PD (“scissione”) e alla sua sinistra (“campi progressisti” e nuovi soggetti) è assolutamente insignificante dal punto di vista sostanziale, ovvero dei contenuti, e questa è una constatazione assolutamente politica. Non c’è molto da aggiungere. Ma se in quei giorni uno slancio imprevisto mi avesse indotto a esprimere un’opinione, allora mi sarei limitato a dire che si tratta di uno scherzo di cattivo gusto: uno scherzo nel quale la reale natura delle forze politiche in campo (delle loro politiche e concezioni sociali, dei blocchi che rappresentano) viene incartata, celata dietro emozioni solleticate ad arte, per l’ennesima volta.

Che lo facciano i dirigenti è abbastanza prevedibile. Mi augurerei, invece, che l’opinione pubblica di sinistra si rendesse conto di aver giocato troppo negli ultimi 16 anni e che il tempo delle proprie facili e comode illusioni dovrebbe essere finito da un pezzo, ora che per moltissimi individui la vita materiale si colloca un dito sopra la più crudele e buia sopravvivenza, se da quelle parti qualcuno se ne ricorda ancora.

Ma nutrire aspettative in tal senso si rivela subito un azzardo, dal momento che la stessa opinione pubblica dovrebbe avviare una riflessione seria su di sé, essendosi adagiata da diverso tempo sull’esercizio di una memoria corta e selettiva quando si tratta di valutare i governi di centrosinistra degli ultimi 20 anni. Perché di memoria corta e selettiva si può morire ancora, anche se si è già morti. Con poche parole, chiare, dense e parimenti radicali si può invece provare a tornare in vita.

«Mi stupii nuovamente dell’incredibile capacità umana di trasformare la realtà nell’immagine dei propri desideri e dei propri ideali», scrive Milan Kundera ne Lo scherzo, appunto. A quasi dieci anni dal deflagrare della crisi economica e a 20 anni dall’avvio della «stagione del centrosinistra», lo scherzo si ripete nuovamente e sembra non finire più.

In quest’ennesima operazione emozionale, le parole vengono nuovamente travisate. Ciò è possibile dal momento che il significato materiale delle parole della politica è da tempo divenuto una creatura imprendibile e, per quanto possa apparire paradossale, esse non hanno più un significato materiale condiviso: negli ultimi vent’anni alcune di esse (“riformismo”, “socialismo”) sono state utilizzate in modo propagandistico per rivestire fatti, scelte, azioni che mai avremmo nominato in quel modo, quasi come se ciò costituisse una naturale evoluzione del loro senso originario, e non il loro completo stravolgimento.

Ma non tutti hanno l’urgenza di mettere ordine tra le parole: perché quando un elettorato vagamente progressista dimostra di non avere più neanche un barlume di coscienza collettiva, ciò che fa la differenza, ciò che pesa è la nuda e cruda condizione materiale individuale. Ecco allora che per molti elettori dalla felice condizione materiale quest’incredibile alterazione lessicale è tutto sommato sopportabile (se non persino auspicabile), altri, invece, vivono una quotidianità così spietata da avere l’estrema urgenza di riportare quelle parole alla loro dimensione essenziale, provando a tenere testa ad un arretramento che assume i connotati dell’avanzamento, così come la perdita quelli della conquista.

Per dire, ad un ipotetico elettore del nuovo millennio privo di qualunque formazione storica, cosa suggerirebbe oggi la parola “socialismo”? Qualunque politica sociale situata un passo prima che cominci la destra. Qualcuno dirà che non è così? Si faccia avanti.

Quando il fattore emotivo annebbia la vista e obnubila la ragione non si fa politica: si gioca. Peccato che il costo di quel gioioso giocare non sia uguale per tutti. Perché questi 16 anni di cecità, infantilismo politico e individualismo spinto di un elettorato di sinistra che ha sempre più proclamato con festante sicumera concezioni sociali di destra hanno un costo umano differenziato quando sale la marea del disastro sociale. Ancora una volta è la condizione materiale di ognuno, ovvero il trampolino da cui ci si lancia nell’agone politico, a fare la differenza: per alcuni era già solido, pertanto riescono a stare galla come prima, più di prima. Altri no, avevano urgente bisogno di quel progresso mancato, e così oggi annaspano pericolosamente. Ma c’è perfino di peggio: perché moltissimi sono definitivamente annegati o stanno annegando.

Tra chi si è dedicato per anni al risiko della politica ci sarà qualcuno che ricorderà che l’oggi politico è conseguenza di ieri e non un’imprevista sciagura della modernità? Ricorderà il suo contribuito esiziale nel contenere questa marea di sfruttamento, sofferenza e dolore, mentre si accinge a giocare una nuova partita? Non lo ricorderà, non lo ricorda. Per questo glielo ricordo io

È un problema serio e poco considerato ciò che si verifica quando la dimensione emotiva travalica il proprio ambito per occupare tutto lo spazio, stravolge il senso delle parole, annebbia la vista, semplifica il pensiero anche di chi lamenta la semplificazione del pensiero (degli altri).

E a proposito di semplificazione, cerchiamo di capirci. Alla luce di quanto si è mosso di recente nel Pd e alla sua sinistra, cos’è che più sta indignando una parte dell’elettorato? Matteo Renzi e la sua gestione del partito o le politiche, e quindi il partito, che rappresenta? E se tiriamo dentro il partito, Renzi ne è il prodotto diretto o la superfetazione temporanea? Ne è la causa o la conseguenza?

La personalizzazione porta fuori strada, sia i sostenitori che i detrattori. Perché se i primi credono che solo l’arrivo dell’uomo forte potrà risolvere le questioni aperte, i secondi immaginano (ma come fanno?) che con un altro nome il socialismo del XXI secolo sarà alle porte.

Il sociale, questo sconosciuto: l’elettorato della sinistra mainstream ha smesso da tempo di caratterizzare le proprie decisioni politiche dal punto di vista sociale, ovvero lì dove si stabiliscono i conti tra chi guadagna e chi perde.

Dopo 16 anni di trastulli improduttivi l’estrema destra cresce, e cresce in tutto il mondo, vestendo i panni della ribellione: il caso francese è particolarmente inquietante e pericoloso. Ovviamente essa usa il sociale come un orpello, ma è nuovamente nel sociale che risiede la sola possibilità di fermarla, contrastando al tempo stesso il suo razzismo, il suo sessismo e la sua omofobia. La «destra sociale» è un’impostura, la sinistra sociale è l’unica immaginabile. O è sociale, o non è. Se non lo è, non esiste, non serve. E difatti da 16 anni non esiste, come scrisse Luigi Pintor, anche se pochi hanno avuto il coraggio di ammetterlo. 

Ma prendere sul serio il pericolo rappresentato dalla destra estrema impone una messa in discussione di quanto si è creduto finora, anche in Italia: la sinistra, alleandosi nuovamente con le forze socialdemocratiche, dovrà sottostare alle loro agende politiche. Quelle politiche hanno aperto la strada alla crescita della destra estrema, come si potrebbe considerarle un argine a salvaguardia della democrazia?

I partiti socialisti e di centrodestra andrebbero ritenuti ugualmente responsabili di questa deriva. Non possiamo incolpare la marginalità sociale per la crescita dell’estrema destra: sono i centristi ad aver reso popolari le sue convinzioni. Ciò che ha fornito ai fascisti, in Francia e altrove, un rinnovato supporto è stata la distruzione della solidarietà collettiva, il declino trentennale del movimento dei lavoratori e la convergenza tra partiti socialisti e di centrodestra dagli anni Ottanta ad oggi. Il bilancio dei loro governi è stato disastroso: un aumento micidiale delle disuguaglianze, disoccupazione a livelli titanici e precarietà spinta oltre ogni limite.

Hanno creato, soprattutto, la diffusa percezione che non esiste alternativa. In altre parole, hanno distrutto quasi ogni forma di speranza politica.

Se questa lotta contro un crescente fascismo si limiterà alla semplice difesa delle istituzioni politiche e del regime economico vigenti, in un’alleanza tra le forze “democratiche” in nome dell’ ‘antifascismo’, essa sarà destinata a fallire. Solo combattendo le politiche neoliberali che hanno creato le condizioni per un’ascesa della destra estrema, opponendosi parimenti a razzismo, islamofobia, omofobia e ogni altra forma di oppressione, si potrà immaginare un’alternativa politica seria che dia senso alle parole, apparendo credibile agli occhi di tutti coloro che lavorano o che non lavorano affatto, scomparsi da tempo dall’immaginario di un elettorato che non sembra interrogarsi sulle proprie responsabilità.

Adesso assistiamo a presunti ravvedimenti da parte di pezzi di ceto dirigente che avrebbero riscoperto il sociale. Hannah Arendt scriveva che «La politica non è un asilo: in politica obbedire e appoggiare sono la stessa cosa». Perché è ovvio che la contesa in atto nel Pd e alla sua sinistra più prossima non separa diverse concezioni della società, ma solo differenti modalità di gestione del partito e del potere.

Nel frattempo, un paio di generazioni (dai 30 ai 40 anni di età) sono state definite «perdute». Per sempre. Milioni di persone il cui essere «perdute» significa che lavoreranno una vita senza tutele, passeranno (quando va bene) da un contratto a termine all’altro senza mai raggiungere una pensione degna di questo nome. Il livello consolidato della disoccupazione di massa non viene attaccato, quello della disoccupazione giovanile è disastroso, la prospettiva di un impiego stabile è stata polverizzata, il pareggio di bilancio inserito in Costituzione assieme alla libertà individuale e di pensiero, redditi e pensioni sforbiciati a più riprese. 

Quanto all’elettorato, dopo 16 anni di ricreazione, tra un’elezione provvisoria e una manifestazione rumorosa, il quadro sociale a cui siamo giunti è il più brutale e funesto «Si salvi chi può».

Questa è una responsabilità storica, individuale e collettiva assieme, che non ha ancora dato luogo ad alcuna seria riflessione sul proprio operato. 

Una responsabilità che l’elettorato della sinistra mainstream tranquillamente ignora, continuando a sorvolare sul dolore sociale e su ciò che lo ha generato.

Una responsabilità che chi ha lucidità e memoria delle cose non potrà perdonare.

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