Nakba: il naufragio della Palestina non è un’opinione

Ogni volta che si parla del conflitto israelo-palestinese, l’opinione pubblica ha l’abitudine di considerare i fatti solo nella prospettiva dell’attualità. È invece fondamentale redistribuire gli spazi: l’attualità non può assorbire l’intera riflessione, perché il rischio è quello di non guardare al modo in cui i fenomeni hanno preso piede, alle loro ragioni di fondo: solo la storia può scongiurare questo rischio.

Il 15 maggio ricorre l’anniversario di una storia tragica, insoluta e da troppi ancora misconosciuta.

Sessantotto anni fa, il 14 maggio 1948, lo Stato di Israele nasceva, e nasceva su un crimine. Mentre Ben Gurion leggeva al mondo il suo discorso di fondazione dello Stato, un intero popolo guardava le stelle lontano da casa: nella bella stagione, espulsi con la violenza nel silenzio del mondo da poco uscito dal secondo conflitto mondiale, mai avrebbero immaginato che una patria potesse dissolversi. Quando capirono che invece era avvenuto, diedero un nome a quella data tragica: Nakba, catastrofe.

Trent’anni prima, nel 1917, aveva avuto inizio una storia particolare, in cui la colonizzazione britannica della Palestina si univa al progetto sionista di uno stato vuoto di palestinesi. Un pericolo, quest’ultimo, inizialmente non percepito come il più minaccioso dei due, poiché arriva tra i bagagli del suo temibile padrino, la Gran Bretagna, prima potenza imperiale del mondo.

Cominciava così un dramma con tre personaggi, il cui testo era stato scritto fuori dalla Palestina, in Gran Bretagna, da due degli attori: l’amministrazione della Corona Britannica e il movimento sionista. La rappresentazione del dramma sarebbe terminata nel 1948: Nakba, catastrofe.

Dirà Arthur Koestler, con una sintesi eloquente: «In Palestina, una nazione ha solennemente promesso a una seconda il territorio di una terza».

I due coautori della trama all’inizio non sanno, naturalmente, che verrà la barbarie nazista, che renderà ineluttabile la creazione del Focolare nazionale per gli ebrei, né possono immaginare che un nuovo impero, quello statunitense, scalzerà la Gran Bretagna e ne occuperà il posto. Circostanze che, se non cambieranno il fatto che la programmazione dello svuotamento della Palestina è presente sin dall’inizio nella mente dei sionisti, daranno un contributo decisivo alla sua realizzazione.

Perché, trent’anni dopo l’avvio del dramma, i palestinesi partirono? Tra i numerosissimi aspetti di questa tragedia che sono stati indagati, relativamente poco è stato detto su come la Palestina sia stata svuotata del suo popolo, sulle modalità con cui i suoi abitanti partirono mentre la loro patria lentamente si dissolveva. Invece spiegare il come è indispensabile per giungere al perché

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Rifugiati palestinesi, 1948

Soprattutto, serve a sgombrare il campo dalle false ragioni di questa partenza accumulatesi nel tempo, essenzialmente tre. «I palestinesi sono partiti obbedendo agli ordini dei loro dirigenti diffusi dalle radio arabe» è la prima e la più longeva. Una variante della prima è che, traditi dai loro effendi che avevano venduto le terre prima di scappare all’estero, abbandonati al loro destino, essi si avviarono verso le frontiere: qui incontrarono gli eserciti arabi che chiesero loro di evacuare la zona per facilitare l’ingresso delle loro truppe in Palestina. La terza, infine, sorta in seguito ai lavori dei “nuovi storici israeliani”, ammette che vi fu una partenza di massa, ma annovera l’espulsione tra gli incidenti di guerra: non il risultato di una pregressa intenzione di espellere, ma una tragica circostanza. Fino al 2004, quando lo storico israeliano Benny Morris, terminate nuove ricerche d’archivio, dichiarò che c’era stata un’espulsione generalizzata e vari massacri. Aggiungendo che sarebbe stato meglio andare fino in fondo col lavoro…

Lo storico e scrittore palestinese Elias Sanbar (giusto a titolo di esempio), in un libro bellissimo e di piacevole lettura (Il Palestinese. Figure di un’identità: le origini e il divenire, Jaca Book), sulla scorta degli innumerevoli studi esistenti sull’argomento, ha smontato una ad una queste false ragioni, spiegando in modo dettagliato secondo quali itinerari, interiori e materiali, i palestinesi varcarono la frontiera per sfuggire all’implacabile macchina delle espulsioni messa in moto dai sionisti e basata sulla strategia delle triangolazioni-strozzamenti delle località palestinesi.

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Migliaia di palestinesi si accalcano sulle spiagge nel tentativo di sfuggire a un pesante bombardamento. Molti annegarono nell’esodo di massa (immagine tratta da Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina)

La tesi di Davide contro Golia, ovvero di una guerra condotta e vinta nel 1948 dai sionisti contro un avversario (gli eserciti arabi) incredibilmente superiore, a lungo propagandata, è stata completamente travolta dalle opere degli storici israeliani e palestinesi. Se l’essenziale della verità è stato così stabilito, purtroppo il dogma dell’innocenza israeliana ha continuato a propagandare quei pretesti duraturi che hanno reso i palestinesi doppiamente vittime: per aver subito l’espulsione e per essere stati responsabili della propria sciagura.

La spiegazione del come agì la macchina delle espulsioni, dicevamo, fonda perciò quella sul perché i palestinesi partirono.

Eppure, evidenziate tutte le ragioni, Sanbar conclude che

la causa decisiva della partenza, quella che consentì a tutte le altre di agire fu, in realtà, la più semplice.

I palestinesi cominciano a lasciare il loro paese solo perché sono convinti che una patria, anche se occupata, non possa volatilizzarsi. Non avendo realizzato i cambiamenti intervenuti nel mondo, non riescono a credere che una presenza secolare, che si perde nella notte dei tempi, possa in poche settimane essere cancellata. Peggio. Quando si rendono conto che è giunto il momento di varcare la frontiera, se ne vanno, convinti, come tutti i rifugiati del mondo, che il loro esilio sarà di breve durata.

Ammassate alle frontiere, lo sguardo volto al loro paese ancora visibile, decine di migliaia di esseri umani attendono. Poi, quando capiscono che la loro sorte è segnata, si fa strada in loro una terribile convinzione: hanno subìto una catastrofe, una nakba (…) il sentimento assolutamente generalizzato di essere stati non soltanto spogliati di una patria, ma di essere stati ognuno, individualmente, personalmente, derubati.

(…) Autunno 1949: la terra di Palestina è naufragata. Ricoperta da un’altra – Sous Israël la Palestine, scriverà Ilan Halevi – ha perduto il suo nome. Ovunque risuona la stessa antifona: la Palestina, i palestinesi, non esistono. Se c’è un problema è quello dei rifugiati…arabi.

Il progetto coloniale che vedeva gli assenti dissolversi negli Stati arabi confinanti, però, non ha funzionato. Mettendosi di traverso al vento della storia, i palestinesi tornarono visibili ed è una responsabilità internazionale il loro diritto al ritorno e ad una patria, perché internazionale fu la responsabilità di averli resi invisibili.

Perciò, venendo ai nostri giorni, non c’entra niente l’antisemitismo, né la religione, argomenti usati con meccanica malafede da una propaganda volgare e a buon mercato: c’entra la cacciata di 850.000 persone dalla loro terra. E, particolare troppo poco ricordato, c’entra l’impossibilità di tornare a casa.

«Jaffa la grande, dagli affascinanti suoni orientali – vi regna il silenzio, e quel silenzio mi fa paura… un silenzio profondo, un silenzio pieno di mormorii. Sì, il mormorio, e quanti orrori celati dietro questo mormorio! Che cosa accadrebbe se, Dio non voglia, le cose si dovessero rovesciare?». Queste le parole inquiete di Jossef Weitz, l’infaticabile espulsore in una Giaffa svuotata, ma la paura sarebbe stata rapidamente scongiurata, dato che lui stesso aveva lanciato e applicato nel Comitato per il trasferimento il celebre slogan: «Perché non possano tornare mai più».

Il sionismo, di destra e di sinistra, calvalcò così l’ultimo colpo di coda del colonialismo europeo, e da allora continua a commettere crimini nella più totale impunità.

Se la ricerca ha stabilito l’essenziale della verità storica (in realtà difesa sin dagli anni Cinquanta dagli storici palestinesi, ma giudicata credibile solo dopo l’avallo dei “nuovi storici israeliani”… quarant’anni dopo), allora questa dovrebbe essere universalmente accettata, come si fa con la vita di Giulio Cesare, le signorie italiane o le guerre napoleoniche. Invece ad ogni buona occasione di discussione per il grande pubblico si sente ancora sostenere, attraverso una banalizzazione disperante, che siamo di fronte ad uno scontro tra «diverse opinioni» in merito ad una storia in cui all’origine «i torti e le ragioni sono da entrambe le parti».

Il discrimine non passa tra opinioni diverse: passa tra coloro che conoscono i fatti e coloro che non li conoscono affatto. E, rispetto a  chi li conosce, tra coloro che, avendoli conosciuti, li accettano e coloro che si ostinano a negarli, per malafede o per il disagio che provocherebbe la loro accettazione.  

Dichiarò ad un giornale un vecchio dirigente israeliano: «Non credo che raggiungeremo mai la pace. Se fossi al posto loro, non potrei mai perdonare quello che gli abbiamo fatto».

La pace e la riconciliazione sono inconcepibili con l’amnesia: esse si fondano sulla giustizia, il cui presupposto ineludibile è la verità.

Nessuna oppressione dura in eterno. Al momento, però, non si trova neanche un raggio di speranza.

All’umiliazione perpetua di quel popolo bisogna volgere lo sguardo e la coscienza.

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