Il sacrificio di Giulio Regeni in un paese senza interesse

A quanti in Italia interessa davvero ciò che accade attorno a noi? È sufficiente guardare lo spazio che i nostri media “indipendenti” riservano alla politica estera per rendersi conto che riscuote poco successo e che sono altre le cose da dare in pasto all’opinione pubblica. Come se non bastasse, quelle rare volte in cui si affrontano vicende di questo tipo, solitamente in occasione di tragedie che colpiscono nostri concittadini o comunque cittadini occidentali, un fiume di retorica inascoltabile inonda tv e giornali e si accompagna al pressapochismo di analisi che forniranno spiegazioni semplicistiche ed immediate, sulla scia di un lutto generale ma rapido.

Il ritrovamento del corpo martoriato del povero Giulio Regeni ha suscitato il grande imbarazzo di tutti questi media che hanno sempre evitato di raccontare quello che accade in Egitto e in altri paesi i cui governi, offrendo lauti profitti ai nostri capitalisti, sono per questo ritenuti “amici”.

All’informazione italiana non interessa approfondire quello che sta avvenendo nel paese di cui siamo il primo partner commerciale: silenzio totale su arresti indiscriminati, assassinii legalizzati, tortura e stupro di Stato, criminali assoldati per attaccare i manifestanti. E, soprattutto, silenzio totale sugli scioperi che proprio in questo periodo hanno conosciuto una ripresa pur sotto la dittatura restaurata di al-Sisi.

Giulio Regeni Egitto rivoluzioneNel momento in cui Giulio è stato inghiottito dalla macchina repressiva del regime, i media si sono visti obbligati a parlarne, ma avanzando stupide insinuazioni dettate dall’ignoranza: «Cosa ci faceva davvero in Egitto?». Il punto è che Giulio, da non giornalista, faceva ciò che i giornalisti italiani spesso non fanno: stare sul posto ed essere in grado di analizzare gli eventi.

Attraverso le sue ricerche egli dimostrava esattamente quello che nessuno racconta e che molti non immaginano: il processo rivoluzionario egiziano è stato per il momento sconfitto, ma non è affatto finito e la sua fiamma cova sotto le ceneri. Soprattutto, dimostrava che esiste un Egitto diverso, di giovani, fabbriche e sindacati, che non si è arreso agli islamisti e che combatte allo stesso tempo la dittatura militare: chi vuole vederlo?

È molto diffusa la sensazione che più passa il tempo, più sfuma la possibilità di arrivare a conoscere la verità sull’assassinio di Giulio. Una cosa però è certa: di questa morte è responsabile il regime di al-Sisi e qualunque cosa esso dirà a riguardo avrà un’attendibilità pari a zero. Gli amici di Giulio, manifestando sotto l’ambasciata italiana, hanno lasciato un cartello: «Coloro che hanno ucciso Giulio sono gli stessi assassini che uccidono gli egiziani». Se ci si interessasse davvero a quello che accade vicino casa nostra, saremmo più consapevoli quando chiediamo giustizia: se quel regime con cui i capitalisti italiani stringono importanti accordi commerciali nega la giustizia a milioni di cittadini egiziani, come potremmo riuscire ad ottenerla? 

Giulio Regeni Egitto ambasciata italiana

La scintilla delle rivolte arabe si accese in Tunisia, e proprio in questi giorni la Tunisia è nuovamente attraversata da rivendicazioni di giovani e di disoccupati contro il governo. Eppure ancora una volta, come ha scritto Matteo Saudino, docente di storia e filosofia a Torino, 

una coltre di nebbia e silenzio copre la rivolta sociale dei lavoratori e dei giovani tunisini contro il governo per rivendicare lavoro, salario e diritti. Una laica lotta di classe nel mondo arabo? Impossibile! Ma loro non si fanno solo saltare in nome di Dio? E non si ammazzano tra di loro per la religione? Ma non sono tutti fanatici islamici? (…) armato di scimitarra, Corano e cintura esplosiva, sempre pronto ad uccidere in nome di Allah, militante di Al Quaeda o dell’Isis, profugo che ci invade, che spaccia, che ci ruba il lavoro, che si nasconde nelle nostre città per poi convertirci e conquistarci (…) Questo è l’unico arabo che vediamo o che i mezzi di informazione e gli opinionisti politici vogliono farci vedere. È l’unico arabo utile a chi ci governa: quello che legittima l’involuzione autoritaria delle nostre democrazie e le nostre guerre neo-coloniali.

L’Egitto ha conosciuto la più importante ondata di scioperi della sua storia dal 2006 al 2011, ma la stampa non se ne accorse. Oggi come allora, le uniche notizie che giungono quotidianamente riguardano la sicurezza del Mar Rosso, minacciata dai fondamentalisti, come se la sicurezza di una vacanza a buon mercato fosse la nostra unica preoccupazione.

Cosa è andato storto in Egitto? In un’intervista ad Al-Jazeera Gilbert Achcar, uno dei massimi analisti di Medio oriente, lo ha spiegato bene:

Questo è esattamente il problema della leadership, delle avanguardie politiche all’interno dei movimenti sociali capaci di dare una guida politica. Per esempio, prendiamo la “Rivoluzione del 25 gennaio”: fu un grande momento, un evento storico enorme, ma la rivolta fu dominata da grandi illusioni tenute dal movimento di protesta.

Sebbene fu avviato da gruppi di opposizione, alcuni dei quali molto radicali, la gran parte del movimento di protesta era composto da forze politiche tradizionali che si unirono al movimento, come i Fratelli Musulmani e i Salafisti. Queste forze giocarono un ruolo chiave nel favorire illusioni in particolare sull’esercito.

Così il movimento di protesta finì per richiedere che l’esercito rimuovesse Mubarak. (…) La terribile illusione è che, mentre il principale slogan della rivolta era “Il popolo vuole buttare giù il regime”, molto pochi capirono che l’esercito è la spina dorsale del regime, e che è stato così per decenni. Il regime non potrebbe essere ridotto a Hosni e Gamal Mubarak ed i loro compari. Costoro erano solo la punta dell’iceberg. La spina dorsale del regime era l’esercito, che fu trasformato dall’epoca di Sadat in un grande gruppo commerciale ed una forza economica in cima al suo ruolo politico.

Si può incolpare la gente comune di aver abbracciato queste illusioni ed aver preso per buona l’immagine che le forze armate proiettarono di sé, ma ciò è possibile in mancanza di una leadership radicale capace di spiegare al popolo cosa c’era in gioco. La speranza che la gran parte del popolo possa imparare dalla sua stessa esperienza resta, ma non è così facile.

C’è un Egitto diverso, ma la verità è che nessuno lo vuole vedere. Non mancano neanche incredibili dichiarazioni di nostalgia dei regimi autoritari abbattuti dalle rivolte arabe nel 2011: evidentemente si ignora che la situazione regionale è stata esplosiva per lungo tempo prima del 2011 e che le rivolte scoppiarono proprio in seguito alla lunga accumulazione di rabbia e di lotte contro regimi non solo dittatoriali, ma responsabili dei più alti livelli di disoccupazione del mondo, in particolar modo giovanile e femminile. Quanto al fondamentalismo, esso iniziò a dilagare non a causa alle rivolte, ma proprio nel momento in cui la speranza suscitata dalle rivolte iniziò, per varie ragioni, a vacillare. Davvero non si capisce per quale ragione il desiderio di questi popoli di reclamare la propria dignità possa essere rimosso dalla storia.

Adesso la nuova dittatura egiziana riscuoterebbe un certo amaro consenso perché considerata utile, nonostante tutto, all’«unità delle forze contro il terrorismo»: inquietante, essendo praticamente la stessa carta ideologica dei regimi autoritari arabi per preservare il proprio potere:

Il popolo in Egitto può arrivare a capire che l’esercito è parte del problema, non parte della soluzione, ma il nuovo-vecchio regime li sta spaventando asserendo che l’alternativa al problema che esso rappresenta è un problema ancora peggiore. Questa è la carta ideologica definitiva di tutti i regimi arabi oggigiorno. Essi sostengono: «O noi o la Siria, la Libia, l’ISIS».

Il problema è che questo dibattito binario, dettato dal giusto timore del fondamentalismo, strutturato attorno al dilemma laicità Vs fondamentalismo, con le forze rivoluzionarie rimaste impantanate nel mezzo e scomparse dal dibattito, è falso:

Il problema non è religioso Vs laico, dove laico è sinonimo di progressista e religioso di oppressivo. Si può essere religiosi e progressisti, o laici e oppressivi. (…) Si tratta di dibattiti completamente falsi. Per esempio, il presidente egiziano al-Sisi è laico? Il partito salafita al-Nur, che lo supporta, un partito laico? Coloro che ritraggono Sisi come laico nei fatti stanno cercando una scusa per supportarlo. Tra questi rientrano molti degli auto-dichiarati progressisti che cercano di giustificare la loro posizione di supporto. Né Sisi né il presidente siriano Bashar al-Assad sono laici. Sisi, come Mubarak prima di lui, fa affidamento sui salafiti mentre Assad ammise il Salafismo in Siria anni prima della rivolta, perché entrambi credono che il Salafismo sia una forza conservatrice che smorza l’opposizione. Questa non è affatto laicità.

Il punto è che coloro che sono motivati da una fobia del fondamentalismo islamico per qualunque ragione stanno facendo un grosso errore nel credere che la dittatura sia il rimedio o l’antidoto alla deriva religiosa.

Forse un giorno sapremo, o forse non sapremo mai la verità sugli assassini di Giulio Regeni, ma probabilmente quel giorno l’indignazione, inseguita in questi giorni da tutti per rilasciare una dichiarazione rilanciata dalle agenzie e guadagnarsi un minuto sotto i riflettori, sarà un ricordo lontano. I media hanno già ripreso il proprio circo ed anche il nome della vittima sarà presto dimenticato.

Di certo noi non dimenticheremo Giulio: continueremo a reclamare verità e giustizia e ricorderemo il suo grande coraggio e la sua passione civile, così distanti da un Paese che, da qualunque lato lo si voglia guardare, conferma di essere un Paese mediocre.

Ciao Giulio, grazie di tutto e riposa in pace.

PS: nel prossimo articolo sulle rivoluzioni arabe cercherò di affrontare le troppe, incredibili illusioni dei sostenitori di Putin, e per riflesso dei sostenitori di Obama, sulla Siria. 

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