Le rivoluzioni arabe esistono: perché le si disprezza?

All’origine delle rivoluzioni arabe

Cinque anni dopo la rivoluzione tunisina e l’avvio delle primavere arabe, la Tunisia torna ad incendiarsi: nella città di Kasserine centinaia di giovani diplomati e laureati stanno protestando per il diritto ad un lavoro.

Le primavere arabe sono state liquidate dopo troppo poco tempo. Già dopo il primo anno abbiamo ascoltato commentatori pessimisti sostenere che gli arabi non saranno mai maturi per la democrazia, altri agitare la minaccia dell’islamismo, tutti che si chiudevano nei tempi dei mass media: accade così che se una lotta dura più di un mese significa che «è finita in un vicolo cieco», se supera la durata di alcuni mesi «è una situazione senza sviluppi e impantanata».

È quantomeno ingenuo pensare che dei dittatori, da decenni al potere, si sarebbero arresi senza provare a resistere o anche che la loro caduta avrebbe significato un repentino cambiamento nel sistema sociale. I poteri in carica hanno potenti mezzi repressivi, la cui efficacia stiamo vedendo in questi tempi, anche se il ricorso a questi metodi non è stato e non sarà in grado di tacitare i cittadini né di riportare  l’«ordine». Ancora più temibile è il ricorso da parte di questi regimi ad una terribile arma: il confessionalismo, con l’intento di trasformare una rivoluzione contro un regime autoritario in una guerra settaria.

Le rivoluzioni costituiscono sempre un’impresa dagli esiti incerti e non possono avere una traiettoria lineare o una durata stabilita, essendo sottoposte a pressioni di varia natura, non da ultimo le interferenze da parte di potenze esterne per deviarne il corso e non minare pericolosamente lo status quo.

Cinque anni fa, il 14 gennaio 2011, il popolo tunisino si sbarazzò del dittatore Ben Ali, generando un moto rivoluzionario che avrebbe contagiato tutto il mondo arabo, dal Marocco all’Arabia Saudita, e che fece cadere o tremare le dittature arabe in nome della libertà, della giustizia sociale e della democrazia. In un articolo intitolato L’impossibile accade Serge Halimi scrisse:

I responsabili politici invocano volentieri la «complessità» del mondo per spiegare che sarebbe follia volerlo trasformare. Ma in talune circostanze tutto ridiventa molto semplice. Ad esempio quando, dopo l’11 settembre, l’ex presidente George W. Bush ingiunse a tutti di scegliere tra «noi e i terroristi». A Tunisi la scelta era invece tra «un dittatore amico e un regime di tipo taleban nell’Africa del Nord» Questo genere di alternativa conforta i protagonisti: il dittatore si proclama unico baluardo contro gli islamisti, indicati a loro volta come i suoi soli nemici. Ma il balletto si spariglia quando un movimento sociale democratico fa emergere gli altri attori, fino a quel momento esclusi da una coreografia codificata per l’eternità. Il potere, ormai con le spalle al muro, tende allora l’orecchio per cogliere nel malcontento popolare anche il minimo segnale di «maneggi sovversivi»; se esistono ne approfitta, altrimenti li inventa.

Le rivoluzioni sono imprevedibili e si verificano sempre là dove meno ci si aspetta un evento di questo tipo, perché i popoli governati da poteri repressivi dissimulano le proprie opinioni, pur coltivando magari l’idea che un cambiamento sia necessario. Prova di questo è il fatto che i governi (e le potenze interessate allo status quo) hanno avuto sempre una percezione sbagliata del terremoto che stava per travolgerli:

Il governo tunisino non ha nemmeno per un momento preso in considerazione l’ipotesi che le manifestazioni potessero segnare la fine del regime, allo stesso modo dei regnanti russi nel 1917. Due giorni prima del rovesciamento del potere, Mosca fu investita da uno sciopero generale, di cui la zarina Alexandra Fedorovna disse: «Se il clima fosse stato più rigido, [i manifestanti] se ne sarebbero rimasti tutti a casa loro. Ma passerà tutto lo stesso e tornerà la calma.» Re Luigi XVI non sfuggì alla constatazione per cui, dopo la presa della Bastiglia, domandò: «Ma è una rivolta?», al che il duca di Liancourt rispose: «No, sire, è una rivoluzione». (Tarik Tazdait e Naceur Chaabane, Anatomia delle rivoluzioni, Le Monde diplomatique)

Le sommosse iniziate in Tunisia ed Egitto nel 2010 e nel 2011 e che coinvolsero in seguito tutta la regione furono le più importanti rivolte che il Medio Oriente avesse mai visto in più di cinquant’anni. Questi movimenti popolari incarnarono un’enorme speranza collettiva, e bisogna dirlo dato che troppi si sono affrettati a respingerli in quanto condannati fin dall’inizio al fallimento o, peggio ancora, qualcosa di simile ad un complotto agitato dall’esterno.

Primavera araba 2011 proteste
Yemen, proteste ottobre 2011

Per la prima volta dopo generazioni milioni di persone si impegnarono nell’azione politica, scuotendo seriamente le strutture statuali e la morsa repressiva di regimi alleati dell’Occidente. Ma ci fu qualcosa di ancora più rilevante: questi movimenti avevano una dimensione regionale dovuta alla condivisione di caratteristiche ed esperienze tra persone di tutto il Medio Oriente.

Che cosa chiedevano? Ha ben scritto Adam Hanieh (A brief history of ISIS):

Dall’inizio di queste rivolte fu chiaro che la posta in gioco era ben al di là della semplicistica caricatura di “democrazia Vs dittatura” che molti commentatori assunsero. Le ragioni sottostanti che portarono le persone per le strade erano profondamente connesse alle forme del capitalismo nella regione: decenni di ristrutturazione economica neoliberale, l’impatto delle crisi globali ed i modi in cui gli stati arabi erano governati da regimi autocratici polizieschi e militari sostenuti a lungo dalle potenze occidentali.

Questi fattori devono essere visti nella loro totalità, non come cause separate o divisibili. Non necessariamente i manifestanti espressero in modo esplicito questa totalità come la causa della loro rabbia, ma questa realtà sottostante significò che le questioni profonde che il mondo arabo affronta non avrebbero potuto essere risolte attraverso la semplice rimozione di singoli autocrati.

primavere arabe fallimento dittatura

Le rivoluzioni non piacciono al potere economico

Chi imputa in modo volgare alle rivoluzioni arabe una presunta responsabilità nell’attuale estensione della barbarie fondamentalista non solo non conosce le ragioni materiali di quest’ultimo fenomeno e non saprebbe spiegare la rapida ascesa dell’ISIS, ma ignora un aspetto fondamentale: le rivoluzioni arabe non hanno (per il momento) vinto e non hanno ricevuto alcuna solidarietà né supporto nel perseguimento dei loro obiettivi radicali. È proprio il loro arretramento ad aver creato una frattura che i fondamentalisti hanno prontamente occupato.

La borghesia, araba e occidentale, non ama le rivoluzioni. Già un mese dopo, nel febbraio 2011, sempre Serge Halimi rispetto alla Tunisia:

In questo momento una frazione della società (la borghesia liberale) si sta attivando perché il fiume torni a scorrere nel suo letto; un’altra (popolazione rurale, impiegati senza futuro, operai disoccupati, studenti declassati) punta sulla marea protestataria scommettendo che non spazzerà via soltanto un’autocrazia invecchiata e un clan di accaparratori. Questi strati popolari, e in particolare i giovani, rifiutano l’idea di aver rischiato la vita solo perché altri, meno temerari e più ammanigliati, possano perpetuare lo stesso sistema sociale, magari ripulito delle sue escrescenze poliziesche e mafiose.

Ed aggiungeva:

Ma l’ipotesi che la lotta contro la dittatura personalizzata della famiglia di Ben Ali si estenda fino ad investire anche il dominio economico di un’oligarchia non entusiasma né gli operatori turistici, né i mercati finanziari, né il Fondo monetario internazionale (Fmi), i quali amano la libertà, ma solo quando riguarda i turisti, le zone franche e la circolazione dei capitali.

Proteste Tunisia 2011
Tunisia, proteste gennaio 2011

Ho detto che i manifestanti non si sarebbero accontentati della semplice rimozione di un dittatore. E così, per impedire che le strutture politiche ed economiche potessero essere spazzate via, la borghesia locale, sostenuta dalle potenze occidentali e dai loro alleati regionali, mise in campo differenti processi controrivoluzionari in ogni paese, attraverso vari mezzi e diversi attori.

Dal punto di vista delle politiche economiche le istituzioni finanziarie internazionali precisarono che le riforme neoliberali in Egitto, Tunisia, Marocco e Giordania dovevano essere portate avanti. Come farlo? Nel solo modo possibile, in un contesto di mobilitazione popolare così forte: tramite l’approvazione di leggi che avrebbero proibito le proteste di piazza, gli scioperi ed i movimenti politici.

Allo stesso tempo, si passò all’iniziativa politica e militare diretta nella regione: l’intervento militare occidentale che spaccò la Libia, la feroce repressione guidata dall’Arabia Saudita della rivolta in Bahrain ed il colpo di stato militare in Egitto (luglio 2013) che confermò il ruolo funesto degli Stati del Golfo nell’arretramento del processo rivoluzionario egiziano.

E poi, più di tutti, la Siria.

Nessun discorso sulla rivoluzione siriana può essere fatto senza precisare che la rivoluzione del popolo siriano è parte del processo rivoluzionario che ha coinvolto l’intera regione, e che ne condivide le dinamiche. Le due cose sono inseparabili. In Siria si combatte, come negli altri paesi della regione, per la libertà, la dignità e la giustizia sociale, ed in questa lotta i siriani hanno dovuto fronteggiare un regime autoritario e vari gruppi islamisti e jihadisti che si oppongono ai loro obiettivi. Anche in questo caso i fattori scatenanti sono stati una crescita disuguale, alti tassi di disoccupazione, repressione violenta delle manifestazioni, giovani che hanno studiato ma senza prospettive, borghesie parassite con un tenore di vita scandaloso.

Una certa interpretazione della tragedia siriana grida vendetta. A costoro verrebbe da chiedere: perché i siriani non dovrebbero aspirare agli stessi diritti democratici che abbiamo conquistato nel tempo e che adesso cerchiamo di difendere dal tentativo delle classi dominanti di cancellarli o di eroderli? Dovrebbero rinunciarvi in nome di presunte (e, tra l’altro, infondate) ragioni geopolitiche?

Più di altri fattori, la devastazione sociale e fisica della Siria da parte del regime di Assad rafforzò un senso di disperazione che andò a rimpiazzare lentamente l’entusiasmo e le speranze del 2011. Assad, pur di restare al potere, ha massacrato il suo popolo, provocando centinaia di migliaia di morti e la fuga di milioni di persone oggi disperse dentro e fuori dalla Siria: un esodo biblico.

Dov’era l’ISIS nel 2011? Sempre Adam Hanieh:

L’ISIS e le sue incarnazioni precedenti furono fondamentalmente irrilevanti per le prime fasi di queste rivolte, dimostrazioni di massa, scioperi e creativi movimenti di protesta che scossero il Medio Oriente durante il 2011. Infatti, il solo commento di cui l’ISIS (al tempo conosciuto come Stato islamico dell’Iraq) fu capace in seguito al rovesciamento del dittatore egiziano Hosni Mubarak fu una dichiarazione contro il secolarismo, la democrazia ed il nazionalismo, sollecitando gli egiziani a non “sostituire ciò che è meglio con ciò che è peggio”.

Tuttavia, poiché le iniziali aspirazioni ad un vero cambiamento apparivano sempre più ostacolate, l’ISIS e altri gruppi jihadisti emersero come un sintomo di questo capovolgimento, espressione dell’apparente riflusso nel processo rivoluzionario e di un crescente senso di caos.

Nel 2011 si è persa una grande occasione, perché stava venendo alla luce quel soggetto collettivo capace di spazzare via dittature, islam radicale wahabita ed intrusioni delle potenze occidentali, nonché di prendere parte alle lotte che in tutto il mondo si combattono per la democrazia contro il capitalismo. Nella storia le rivoluzioni non hanno sempre vinto, e molte volte sono state sopraffatte dalla reazione. Questa è l’attuale situazione nel mondo arabo, ma non sarà così ad aeterno.

Come ha detto Gilbert Achcar, tutte le cause economiche, politiche e sociali che hanno acceso la miccia della rivoluzione cinque anni fa sono ancora lì, e si stanno aggravando. Ormai tornare indietro è impossibile.

Perché nessuna solidarietà verso le rivoluzioni arabe?

Non dimentichiamoci di loro, non disprezziamoli, rendiamo omaggio ai loro eroi e alle loro vittime e aiutiamoli, senza bombardamenti né islamofobia, a riprendere fiato (Santiago, Alba Rico).

PS: Questo articolo non vuole (e non poteva) essere esaustivo. Proverò ad affrontare nei prossimi articoli i molti punti sollevati: l’ascesa dell’ISIS, le contraddizioni delle forze politiche nel mondo arabo e, soprattutto, l’idea diffusasi in Europa, anche a sinistra, che nella rivoluzione siriana non ci sarebbe nulla da difendere, le illusioni dei sostenitori della Russia, quelle dei sostenitori degli USA.

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