Siria, le gambe di Abdelbasser e la sepoltura della sardina

Dopo Aylan, dopo Omran di Aleppo, dopo Ayah che non piangeva più, ecco a voi Abdelbasset di Idlib, il nuovo volto dell’orrore in Siria, il bambino le cui gambe sono state fatte a pezzi ieri da un barile-bomba dell’aviazione di Assad lanciato contro civili sfollati. A 10 o 12 anni perde in un colpo solo le gambe, la madre e la sorella, spinge sulle braccia e implora il padre di sollevarlo: «Papà, prendimi in braccio!».

Proprio ieri ricorreva l’anniversario delle grandi manifestazioni contro la guerra in Iraq nel 2003. E adesso, 14 anni dopo? Adesso c’è che Abdelbasset è siriano e quindi, se non un terrorista (come dicono quelli dalla morale degenerata) è comunque un pezzo di una massa amorfa di vittimismo e di sofferenza sulla quale può essere proiettata ogni genere di cosa, e il missile che lo ha colpito è un missile di pace: lo sostiene la sinistra assieme alla destra, assieme ai pacifisti e assieme ai famigliacristiani. E quella sinistra che non lo sostiene, invece, praticamente non sa ancora cosa dire o cosa fare. Quindi è così, chi ha da obiettare qualcosa?

Un momento però: quale Abdelbasset? Abdelbasset è uno spettro. Non esiste. E il social network che ne diffonde lo strazio non potrà in alcun modo correre in suo aiuto, perché al di fuori della rete sociale Abdelbasset e le sue gambe volate via per sempre non sono mai esistiti. Ciò che la coscienza civile e politica rimuove non esiste più, e se compare sullo schermo dello smartphone è un avatar.

La pietà istantanea è assolutamente insignificante. Come si diceva ancora un mese fa, la solidarietà politica e la mobilitazione, espressione di autentica consapevolezza politica rispetto a quanto sta avvenendo, non sono richiami ideali: a questo bambino, forse, avrebbero salvato gli affetti e le gambe. A chi toccherà domani? E fino a quando?

Abdelbasset non potrà più mettersi in piedi, ma non sarà mai ricurvo come la morale contorta, assopita nell’indifferenza, dell’opinione pubblica che si definisce di sinistra, moderata e radicale. Solo un novello Francisco Goya sarebbe in grado di rappresentare questa comunità politica deceduta, in preda ormai all’allucinazione e all’intontimento mentre si compiono barbariche atrocità. O forse basterebbe parafrasare quanto lo stesso Goya ha già immaginato nel suo inquietante Entierro de la sardina, la sepoltura della sardina.

A sinistra, Abdelbasser pochi istanti dopo il bombardamento; a destra, “El entierro de la sardina”  

Si vede una folla frenetica e frastornata che balla e si dimena per celebrare la fine del Carnevale, preda delle maligne superstizioni della vecchia Spagna. Ma al centro del dipinto, sovrastando questa grottesca pagliacciata, si erge un’insegna con l’immagine di un sorriso sbilenco che allude alle atrocità compiute in Spagna durante la guerra d’indipendenza di quegli anni: una guerra che a sua volta aveva rinfocolato le peggiori superstizioni del paese.

L’opinione pubblica di sinistra si è unita da tempo a quell’immagine grottesca. E, all’ombra delle sue superstizioni e dell’idolatria “geopolitica” di un tiranno genocida e dei suoi alleati, continua vergognosamente a dimenarsi.

Il 17 febbraio, a un giorno dal massacro in cui ha perso entrambe le gambe, il piccolo Abdelbasser viene trasferito in Turchia con suo padre e suo fratello (la madre e la sorella sono rimaste vittime della strage)

Altri testi che potrebbero interessarti:
Precedente Giornata della Memoria: no, onorare e ricordare non sono la stessa cosa Successivo Non è successo niente. Storia di un equivoco lungo 16 anni