La rivolta morale e ciò che manca

La pacchia, l’Aquarius, la crociera, Regeni, i rom: stiamo assistendo all’inarrestabile ascesa di Matteo Salvini. Era evidente sin da subito che la Lega avrebbe costituito la struttura portante di questo governo. I ministri cinquestelle, formalmente in maggioranza numerica, sono apparsi presto timidi e impacciati di fronte agli scaltri uomini della Lega, navigati nella gestione del potere locale. E così Salvini, tanto più nella sua posizione di vice-primo ministro e ministro dell’interno, si è appropriato di un protagonismo spregiudicato e rapace, con la velata intenzione di cannibalizzare nel tempo l’alleato di governo.
Ritrovandosi i due partiti dentro l’incongruenza di dover assecondare aspettative dal segno sociale molto diverso, peraltro in un quadro di programma che ovviamente non prevede in alcun modo la messa in discussione del sistema dominante (“purché nessuno tocchi il Capitale”), ecco che la Lega devia l’attenzione verso una forte offensiva ideologica, concentrando la propria retorica su temi tristemente comuni ai tempi che corrono: islamofobia, lotta agli immigrati, patriarcato.
Prima che giunga il tempo di una complicata verifica di massa dell’aspettativa di migliori condizioni materiali di vita di ampi settori popolari (aspettativa che sarà delusa), questa offensiva farà molto male sul piano sociale.
Salvini sceglie accuratamente i temi da porre all’ordine del giorno pescandoli da una lista che è stata compilata anno dopo anno, additando bersagli noti, sollecitando rancori noti attraverso le parole più note, che riproposte ora suonano finalmente operative. Il successo è dirompente perché egli non sta costruendo nulla di inedito che debba essere prima vagliato, si sta invece appropriando di un sentire che ha contribuito a coltivare nel tempo per amplificarlo, voce primaria di un misto di paura, faciloneria, incultura e disprezzo della memoria. Dal punto di vista della sequenza degli eventi, qui assolutamente lineare, siamo agli antipodi rispetto alla storia recente della sinistra, che attraverso il momento isolato delle scorciatoie elettorali ha scavalcato lo scomodo retroterra di disagio e conflitto sociale, mai coltivato nel tempo: ribaltando così la sequenza, ci si attendeva di essere eletti in ragione della pretesa di rappresentare un malessere ignorato, ma ex post. Anno dopo anno quel retroterra trascurato, oltre che materialmente sempre più danneggiato da politiche antipopolari, è andato sfaldandosi: gli oppressi, divisi al proprio interno da idee razziste e securitarie, senza più reale rappresentanza; la sinistra politica senza più elettori.
Se di fronte a uno scempio della convivenza civile la rivolta morale è doverosa, non è però sufficiente. Bisogna dirselo con estrema chiarezza. Gli appelli alla ragionevolezza, la memoria di un passato tragico, l’indignazione morale sono un argine necessario, ma solo un argine: non riaccenderanno di per sé un senso di ritrovata umanità e di nuova coscienza della propria condizione sociale nelle ampie praterie della disumanizzazione e dell’inganno. Per il momento questa opinione pubblica non ascolterà argomentazioni del genere, e chi vi si oppone rischia di ridursi a testimone di un’indignazione nobile, ma che resterà improduttiva e che si muoverà sempre per reazione, nei tempi e nei modi dettati da Salvini.
Accanto all’argine della rivolta morale, affinché essa possa non solo contenere, ma anche avanzare, occorre togliere il terreno sotto i piedi alla Lega. Erodere le ragioni del suo consenso.
Non una comparazione storica, ma una sollecitazione a riflettere. Quando la Seconda Repubblica spagnola si ritrovò sotto l’attacco dei generali guidati da Franco il governo repubblicano si rifiutò di incontrare una delegazione di nazionalisti marocchini, giunta in Spagna per sollecitare un impegno a porre fine al dominio coloniale spagnolo sul Marocco. Eppure essi avrebbero potuto scavare il terreno sotto i piedi a Franco: il riconoscimento del diritto del Marocco all’indipendenza avrebbe privato Franco di una parte delle terribili truppe marocchine, asse portante della sua forza militare, mercenari reclutati tra gli strati più arretrati e arruolatisi per scarsa coscienza civile e nazionale e per assenza di prospettive dopo la sconfitta delle prime insurrezioni indipendentiste. Allo stesso modo, una radicale riforma agraria avrebbe creato grossi problemi a Franco nelle regioni occupate, come l’Andalusia, dove il problema della terra era molto acuto. Eppure il governo della Repubblica fece tutto il contrario di ciò che sarebbe stato necessario: né radicale riforma agraria, né indipendenza al Marocco. Difficile spiegarlo se non con l’interesse dell’Unione Sovietica di dare garanzie a Parigi e Londra, dimostrando ai recalcitranti possibili alleati nella lotta contro il nazismo che non c’era nessun pericolo di rivoluzione, e che comunque Stalin non la incoraggiava.
Togliere il terreno sotto i piedi alla propaganda di Matteo Salvini significa abbandonare qualunque timore di radicalità nella questione sociale, partendo dal rivendicare i bisogni negati a tutti gli ultimi, articolando l’antirazzismo e la lotta contro tutte le oppressioni in una visione comune.
Si sarà in grado di elaborare una proposta politica sociale realmente radicale, che possa smascherare a larga parte dell’opinione pubblica che la Lega, come qualunque destra razzista, è la stampella della destra del Capitale, di cui difenderà tenacemente gli interessi? Quella stessa destra del Capitale che, per impedire la diffusione del socialismo, si alleò coi movimenti fascisti e nazisti in Europa?
In assenza di un’architettura politica a sinistra stabile, diffusa e credibile verso l’esterno è utile partire dalle fondamenta: l’elettorato sarà disposto a immaginare una proposta davvero radicale, abbandonando quella vuota “responsabilità” che finora ha significato la più irresponsabile fine della speranza politica? Ci si è finalmente persuasi dell’esigenza irrinunciabile di una proposta sociale radicale, che non soggiace in partenza al timore dei mercati e di ogni altro vincolo che attualmente incatena ogni sviluppo progressivo della realtà materiale, ben sapendo a cosa si potrebbe andare incontro? Si è abbandonata una certa timidezza in fatto di radicalità sociale? Si è disposti ad allargare al terreno sociale quella radicalità che giustamente si difende sul terreno della convivenza civile?
I democratici e le organizzazioni sindacali hanno la massima responsabilità nell’abbandono e nella frammentazione degli ultimi che hanno prodotto la crescita di razzismo, xenofobia e idee securitarie, spianando così la strada alle fortune della Lega. Un’opposizione sostanziale a questo scenario non dovrebbe partire da lì. Né appellandosi all’Ue, che non ha alcun timore di un governo reazionario in Italia, per nulla interessata alle questioni umanitarie “purché nessuno tocchi il Capitale”.
È durata un decennio la sfiancante danza dell’antiberlusconismo, reazione civile del tutto isolata rispetto alla realtà materiale e sociale. Ora che la minaccia alla convivenza civile è persino maggiore, così come maggiori sono i bisogni, ci terrei a risparmiarmi lo stesso inefficace copione per i prossimi dieci anni.
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