La rivolta delle cose

[Pensieri sparsi su ieri, Venerdì nero]
E così gli operai della logistica di Amazon si sono messi di traverso per tentare di far inceppare l’inesorabile turbina dei consumi a comando e dello sfruttamento più antico di un’azienda 4.0 che, dietro tecnologie estremamente avanzate, cela politiche anti lavoratori degne della fine dell’Ottocento. In un giorno di massimi profitti le hanno inflitto un danno attraverso lo sciopero, l’arma più classica di cui dispongono e di cui molti soloni avevano ormai decretato la fine. Un inaspettato Red Friday.

A guardarlo dall’alto, il Venerdì nero mi pare segni un momento simbolico nella costruzione nelle società europee del perfetto consumatore totale. Un processo che negli USA, il punto più avanzato dello sviluppo, aveva già dato prova della trappola su cui si fonda e che nelle società europee è stato spinto larvatamente poco tempo fa dalle “riforme” avvelenate introdotte col pretesto della crisi economica.

Per decenni la società dei consumi chiedeva, appunto, di consumare, ma era al contempo forte la consapevolezza politica che il tempo di vita sarebbe stato preservato e il tempo del lavoro contenuto, imbrigliato.

Il passo successivo, pochi lo ricorderanno, fu la decisione del governo italiano di prolungare l’orario dei negozi, un sontuoso grimaldello che, sotto l’apparente intenzione di facilitare gli acquisti dei cittadini-consumatori e innalzare il ritmo dei consumi, scardinava un modello di civiltà.

Lì dove ciò era già avvenuto, come negli USA, la deregolamentazione degli orari dei negozi aveva accompagnato in parallelo l’aumento della giornata lavorativa, e la cosa non stupisce. Il modello finale è una giornata interamente occupata dal lavoro, e il tempo supplementare dai consumi di un povero individuo che, esausto, non possiede più tempo per se stesso e, lavorando da mattina a sera, ha bisogno di un risarcimento da ricercare nelle meraviglie merceologiche di un centro commerciale.

Al culmine della modernità resta solo questo: produrre e consumare, consumare e produrre. Persino la notte appare ormai una perdita di tempo, e intollerabile appare la caduta del PIL in questa fase della giornata in cui il sole ha la cattiva abitudine di illuminare l’altra metà del mondo. L’essere umano ad una dimensione è il grande successo conseguito dal capitale e da un sistema che ora freme come un’abietta mostruosità ferita per azzannare tutto ciò che resta fuori dalla sua portata.

Adesso si è passati al livello successivo: consumare molto, consumare sempre e persino a comando. Ieri ripensavo al breve romanzo del sempre denso Saramago dal titolo Oggetto quasi: nell’immaginario surreale di Saramago può anche accadere che gli oggetti assumano una personalità e un’inedita moralità, ribellandosi ai loro proprietari e dando prova di pensiero e capacità decisionali.

Nell’episodio intitolato significativamente “Cose”, la vita è finita nelle cose e queste, ribellandosi, un giorno iniziano a scomparire: i palazzi restano senza facciata, scale e ascensori non ci sono più, le strade senza pavimentazione, gli individui si ritrovano nudi e le città si deteriorano. Gli esseri umani decidono di muovere guerra contro questa intollerabile sollevazione degli oumi: oggetti, utensili, macchinari e installazioni. Ma quando stanno per bombardarla, la città e con essa le cose sono sparite, e al posto delle armi, delle divise dei militari e delle stesse fondamenta compare una moltitudine sterminata di uomini e donne. Cos’era successo? Prima la sollevazione delle cose, e adesso?

Adesso bisogna ricostruire tutto. Non c’era altro da fare, visto che le cose eravamo noi. Gli uomini non saranno mai più rimessi al posto delle cose.

Precedente Queste élites inguaribili Successivo Dodici mesi invano