La pandemia rivela, ma più della pandemia ha potuto Bergamo

La pandemia rivela, ma più della pandemia ha potuto Bergamo. Sotto i colpi inclementi di una mannaia che frantuma esistenze con inaudito accanimento, infettando persino l’aria di terrore sepolcrale, Bergamo è tramortita. Non si può dimenticare, e se più tardi ricordare sembrerà sufficiente allora si sarà dimenticato. Ma la tragedia cupa di Bergamo ha rivelato molto, così tanto che il tempo della pandemia non è sufficiente a contenere lo sconcerto della rivelazione. La responsabilità di quella rivelazione occuperà il tempo dopo la pandemia, se solo non lo si occuperà diversamente. Perché non è il tempo della pandemia a generare, come per inconsapevole gemmazione, quello della rinascita, ma solo l’intenzione di partire da una qualche rivelazione che la pandemia ha illuminato.

Si sente ripetere che l’atteggiamento irrazionale dei padroni delle fabbriche avrebbe incendiato la tragedia di Bergamo. Di certo poche cose del mondo che era, o perlomeno poche cose utili, sono infine giunte a essere irradiate dal chiarore della pandemia come non accadeva più da tempo. Il cinismo brutale dei padroni delle fabbriche, e l’accettazione generale del loro abuso, è stata certamente una delle più preziose: irradiata ovvietà, così brutale, così tollerata. Mai così illuminata.

Per settimane hanno ricattato i decisori politici, e questi hanno dimostrato una volta di più di non essere argine a quell’abuso. Non sconvolge? Giorni grotteschi in cui, in una Lombardia travolta, si assisteva allo spettacolo di una società che girava in senso clamorosamente irrazionale, producendo beni non di prima necessità ma non di ultimo profitto.

Sono i bollettini sanitari ad aver detto quello che non si può dire: che i padroni delle fabbriche che contano sono irrazionali e parassitari. Spinti, quasi obbligati a fare profitti. Il modo in cui questo avviene a loro poco importa: può essere la speculazione, la guerra, o la produzione nel corso di una pandemia. Scriveva qualcuno che farebbero affari anche con le corde che li impiccheranno. Non vanno divisi in buoni e cattivi: quelli si preoccupano solo di accumulare.

Una pandemia senza precedenti ha soffiato in un deserto politico senza precedenti. Rivela questioni enormi con una chiarezza disorientante, ma nel deserto non si ha più voglia di grandi cose. Non è dato sapere da chi saranno ripagati gli interventi del governo, peraltro molto insufficienti. Se aumenteranno il debito, da chi saranno ripagati? E allora, conoscendo già la risposta, perché non una patrimoniale? Perché non una tassazione radicalmente progressiva? E, su queste gambe, un reddito di quarantena? Se la pandemia non avesse trovato il deserto, molte voci adesso lo avrebbero preteso, per loro e per chi la voce l’ha persa da tempo.

Ma c’era il deserto, e nello stesso deserto già si intravedono nuovamente i tratti dell’allucinazione collettiva: il dovere della battaglia campale contro ogni sospiro del leader della Lega. La stessa allucinazione che sempre spiega a chi non capisce, un talk show ormai fuori controllo in cui è prioritario cambiare le opinioni degli altri, mai la realtà degli altri. Che sciagura la politica dell’opinione. Il leader della Lega non arretrerà mai con le allucinazioni, di questo ognuno può essere più che certo. Le rivelazioni, invece, potrebbero accecarlo.

La responsabilità della rivelazione di Bergamo è grande, pesante, e occuperà il tempo dopo la pandemia. Se solo non si deciderà di occuparlo diversamente.

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