La Palestina non è un’isola. Elogio eretico della solidarietà

Con la sua decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, Trump ha semplicemente confermato ciò che palestinesi e israeliani sanno già e hanno sempre saputo: che esiste una sola sovranità, quella israeliana, e che gli Stati Uniti sono un sostenitore di Tel Aviv. Ora il velo è stato strappato.

A differenza di quanto dichiaravano con preoccupazione osservatori ed esperti, in Palestina il quadro appare, seppur inquietante, molto familiare: non c’è nessuna rottura con la precedente politica americana, bensì una sua ratifica ufficiale. E Trump non ha ucciso nessun processo di pace, dato che il processo di pace è morto da tempo e si è trasformato in uno strumento retorico e diplomatico contro il popolo palestinese. 

A cavallo dell’inaudita dichiarazione di Trump tornano in questi giorni alla riscossa gli appassionati della politica dei fatti compiuti: «È così». Quei fatti compiuti che, ancora una volta, tenteranno larvatamente di consolidarsi in falsa narrazione dei fatti, erodendo come un tarlo il discorso pubblico su Gerusalemme e la Palestina fino al momento in cui nulla più si dirà del come e del perché si sia giunti dove saremo giunti. L’avvio di un nuovo capitolo nel ciclopico volume delle mistificazioni sulla storia del conflitto israelo-palestinese.

Come confermato da numerosi attivisti israeliani che lavorano per una Gerusalemme equa, Israele è pronta a tutto pur di assicurarsi una supremazia ebraica nella città.

Gerusalemme è sotto totale controllo israeliano da decenni. Risale al 1980 la Jerusalem Law, che legalizzò in maniera retroattiva la situazione di fatto conseguente alla Guerra dei Sei Giorni del 1967: Israele assunse così il controllo delle aree palestinesi ben oltre Gerusalemme est, spingendosi sin dentro la Cisgiordania e trasferendovi centinaia di migliaia di coloni. Parte da lontano la costruzione dell’area della Grande Gerusalemme che Trump oggi riconosce. 

Adesso Israele sta per mettere in opera l’atto finale della costruzione decennale di una Grande Gerusalemme ebraica che potrebbe richiedere la pulizia etnica di decine di migliaia di palestinesi, cacciati da una città in cui le loro famiglie vivono e lavorano da generazioni.

I cambiamenti demografici perseguiti da tempo saranno forse legittimati attraverso una serie di leggi che, come da tradizione nella storia dello Stato ebraico, scolpiranno un dato di fatto illegale in una formalità che svuoterà in anticipo qualunque futuro tentativo di pace, e in conclusione renderà nulle le ambizioni palestinesi su Gerusalemme est.

Attorno alla città migliaia di coloni illegali scalpitano perché attendono di essere incorporati. Dentro la città migliaia di palestinesi gerosolimitani, separati da una barriera di acciaio e cemento che corre nei loro quartieri, vivono sotto il costante pericolo di perdere lo status di residenti a causa di misure draconiane e del tutto arbitrarie, come già avvenuto a decine di migliaia di loro sin dal 1967.

La foto di un ragazzo palestinese, bendato e strattonato dai soldati israeliani, è divenuta simbolo delle proteste contro la decisione di Trump su Gerusalemme

E mentre rischiano di essere tagliati fuori da nuove modifiche amministrative, politiche crudeli implementano arresti notturni, demolizioni di case, requisizioni di terre e negazioni di servizi premendo su di loro perché se ne vadano. «Una pulizia etnica senza armi», come definita dagli attivisti di Ir Amin (un’associazione israeliana che lavora per una Gerusalemme equa per tutti i suoi abitanti), che aggiungono: «Israele vuole creare un simulacro di città senza i palestinesi. Quando può, procede a una pulizia etnica per cacciarli dalla città. E quando non può, fa in modo che diventino invisibili» (articolo qui).

Descritta unicamente sui media occidentali come la città delle grandi religioni, per gli abitanti della Palestina Gerusalemme è il perno della loro unità nazionale nonché l’emblema dell’usurpazione della propria terra.

In un contesto di oppressione così manifesta appare quasi superfluo ricordare agli appassionati della politica dei fatti compiuti che Gerusalemme è una città occupata: ogni azione intrapresa dalla potenza occupante, volta a imporre la sua giurisdizione e la sua amministrazione sulla Città, è illegale e dunque nulla e priva di validità… se solo la comunità internazionale non fosse quell’ignobile teatrino che ha abbandonato da tempo i palestinesi all’arbitrio dei fatti compiuti.

La rabbia palestinese si leva, perché la perdita di Gerusalemme significherebbe la sanzione finale della loro sconfitta, il momento in cui la decennale resistenza rischierebbe di entrare in agonia. 

***

Però. 

Però in quest’ondata di solidarietà per la Palestina, di bandiere, indignazione, mobilitazione, foto e parole che hanno riempito i social network capita anche di provare un senso di imbarazzo. E quando le azioni costruttive generano imbarazzo non resta che interrogare la nozione stessa di solidarietà, dato che su un terreno comune di identità e coerenze si stagliano enormi contraddizioni che, una volta di più, chiedono di essere spiegate.

Ogni volta che i Palestinesi hanno subito un’aggressione israeliana, i siriani sono scesi per le strade, a prescindere dalla diversità di opinioni di ognuno sulla politica palestinese o sulla politica dell’una o dell’altra fazione palestinese. La loro ostilità nei confronti di Israele era mossa da ragioni morali e umaniste, non razziali o religiose.

Ma a seguito della feroce repressione subita per mano dal regime dal 2011, accade anche che l’identificazione con il popolo palestinese si trasformi da una mera solidarietà identitaria araba, che in conclusione faceva il gioco dell’oligarchia degli Assad (da sempre dipinta come solidale con la causa palestinese), a una solidarietà più emancipatrice e umana.

Non certo automaticamente, ma grazie a un prezioso lavoro politico tuttora in corso, entrambi i popoli hanno ora la possibilità di identificarsi l’un l’altro come protagonisti di una lotta comune e di un comune massacro, sfilandosi dalle dichiarazioni di troppi rappresentanti palestinesi che tristemente non mancano di ripetere ancora la versione dei fatti confezionata a Damasco.

Eppure, nel momento in cui entrambe le voci si sono confuse levando un grido di dignità, la sinistra della libertà dei popoli ha scelto di ignorarne una: qui si lotta per la libertà di un popolo, lì no.

E allora qui si sostiene la lotta contro uno Stato occupante e usurpatore, lì si nega la legittimità del diritto di maledire apertamente un tiranno di cui fino al 2011 si poteva appena sussurrare il nome.

Siriani e palestinesi-siriani hanno pagato un prezzo altissimo per l’affermazione di questa feroce dinastia. 

Se la solidarietà politica riscopre nell’infinita tragedia palestinese il suo slancio più istintivo, la Nakba siriana è tragicamente muta. E ammutolita. Perché nel processo di palestinizzazione che i siriani hanno subito ad opera del regime la giustizia della loro causa non ha trovato supporto politico nella sinistra globale. 

Perciò la questione resta aperta e mantiene un’essenzialità ormai divenuta brutale: come si possa condannare uno stato coloniale di popolamento e di apartheid e al tempo stesso sostenere un regime autoritario patrimoniale diretto dalla stessa famiglia da più di 40 anni.

Una risposta è dovuta alle vittime, in particolare alle vittime siriane-palestinesi che hanno affrontato la tortura, l’esilio o la morte per mano di un regime fascista e dei suoi sostenitori settari e imperialisti.

Per quale ragione considerazioni del genere continuano a suonare eretiche?

In questa notte dell’ipocrisia, il più rigido e inamovibile dogmatismo verso i propri convincimenti procede di pari passo con il più apatico disinteresse. Le voci delle vittime stavolta non trovano ascolto, se non quando spogliate di qualunque istanza politica nella tragica essenzialità della voce dei rifugiati. Trovano ascolto i deliri di un regime mostruoso che peraltro non conta più nulla e che è persino acclamato dai fascisti di mezzo mondo.

Queste non sono opinioni, e alla luce dei fatti risulta difficile credere che una tale semplificazione binaria del mondo contemporaneo possa richiedere un atto di fedeltà così ferreo.

Anche stavolta in Siria si è levato un grido di solidarietà per la Palestina. Questa solidarietà è una pratica vivente, non un esercizio retorico, ma questo elemento non suscita ammirazione. Solo sospetto.

La Siria ha offerto un’interessante prospettiva per discutere della natura umana. L’aspetto più sconcertante dei tempi bui che viviamo è che si è scelto di non sapere. L’invasione russa della Siria, l’assedio, così come l’uso delle armi più distruttive del pianeta, armi chimiche incluse, sono stati trasmessi in diretta: la più grande tragedia del XXI secolo è stata la prima ad andare in onda sui social media.

In futuro sarà arduo spiegare perché non ci fu interesse: l’argomento che non sapevamo non funziona più. Sono tempi molto eccitanti per riflettere sulla natura umana, si diceva: un punto in più per coloro che, come i capitalisti, ci ritengono malvagi e individualisti; un punto in meno per chi crede nello spirito di un’incondizionata solidarietà per i popoli oppressi. 

Israele torna a colpire Gaza, l’aviazione russa bombarda civili presi per fame in Siria, l’Arabia Saudita sta polverizzando lo Yemen. Se non si abbandonerà questo binarismo Usa e alleati / Russia e alleati comodo e rassicurante, abbracciando un pensiero che passi dal livello degli Stati e delle élite a quello dei popoli, e che faccia procedere assieme tutte le istanze di libertà e diritti e le loro sovrapposizioni, ci si condannerà a una solidarietà troncata e sbiadita. 

La Palestina non è un’isola. La sinistra sorda potrà cercare conforto nel più resistente fortino dei propri convincimenti, chiudere le porte a doppia mandata per impedire lo spiffero di qualunque perplessità, chiamare a raccolta il sostegno dei punti di vista e con essi ripetere a più riprese che quelle vittime sono una macchinazione. Non servirà.

Perché la lotta della Palestina per la libertà e la giustizia non è un’isola, e le domande poste dalla rivoluzione che ha infiammato il paese che le siede accanto non smetteranno di pararsi innanzi alla sinistra che non vuole sapere, chiedendole perché quella solidarietà che credevamo universale prese la forma di un’eresia.

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