Incontrare Ilaria Cucchi

«Ti domando se dire che un accusato è innocente significa fallire un’indagine,

Sì, se l’indagine è stata concertata per fare di un innocente un colpevole»

José Saramago, Saggio sulla lucidità

Sabato sera a Lecce, seduto sul palco ad ascoltarla, mi è parso di toccare con mano, più di tutti questi anni di supporto a distanza, il peso immane della lotta di Ilaria Cucchi e la sua forza mite ed ostinata. Ascoltarla raccontare, in modo lucido e composto, le inenarrabili torture subite dal fratello, e la lunga serie di trappole seminate per farla desistere, significa precipitare in un autentico buco nero della democrazia italiana.

Ho seguito il caso di Stefano Cucchi sin dall’inizio, e a Roma avevo già partecipato alla presentazione del libro di Ilaria e ad un’assemblea organizzata frettolosamente dopo l’incredibile sentenza di assoluzione in primo grado nel giugno del 2013. Eppure stavolta qualcosa mi ha scosso: credo sia dipeso dal fatto che, a differenza di altre occasioni, ho sentito raccontare dal vivo un dolore così intimo, irrisolto eppure lucido, e l’ho visto divenire atto politico, farsi accusa, opinione, mobilitazione, aggregazione (in un modo probabilmente inatteso agli esordi per la stessa Ilaria).

Ilaria Cucchi processo

Il peccato mortale di queste persone semplici e coraggiose è stato quello di porre il problema della democrazia all’interno delle forze dell’ordine in Italia e di riuscire a trasformarlo in un tema sensibile per l’opinione pubblica.

Dopo la vergognosa assoluzione del giugno 2013 scrissi: lo Stato siamo loro. Perché è evidente che lo Stato italiano abbia dichiarato guerra alla famiglia Cucchi. Lo stesso avvocato Fabio Anselmo ha usato parole durissime, dicendo senza mezze misure: «Finora è stato celebrato un processo farsa», aggiungendo: «Mi accusano di fare i processi mediatici. A queste accuse rispondo sempre dicendo che faccio i processi nelle aule di tribunale e sui mass media, perché se non li facessi anche sui mass media questi processi non verrebbero mai celebrati nelle aule di tribunale».

Finora si è visto solo un processo a Stefano Cucchi, più che ai suoi assassini. Questa studiata strategia di manomissione della verità non ha trovato applicazione solo attraverso la concertazione delle indagini, ma soprattutto tramite una vera propaganda di stato che, come in altri casi, si è chiusa a tenaglia attorno alla famiglia per staccarla dal resto della comunità ed isolarla con un marchio d’infamia: la vittima era in qualche modo responsabile della propria sorte, se l’era cercata, perché «conduceva uno stile di vita ai margini», «un tossico», «uno spacciatore». L’effetto subdolo di questa propaganda è quello di fornire un argomento (la droga, lo stile di vita, ecc…) che la collettività potrà utilizzare in buona fede allo scopo di scansare il timore che una simile tragedia possa colpire i propri cari. In questo modo essa segnerà una rassicurante distanza dall’evento tragico e dalla famiglia stessa: «A noi non potrebbe succedere, si trattava di un tossico (o uno sbandato, un asociale)», «Che ci faceva a quell’ora per strada?», «La famiglia non sarà stata capace di badare a lui», eccetera.

La forza di Ilaria Cucchi è stata quella di rispondere a questo meccanismo diffamatorio ristabilendo il significato delle parole con cui i media erano soliti riferirsi al fratello, riportando ogni volta i fatti alla loro sostanza e ribaltando quell’accusa infamante di essere «fuorilegge» rivolta alla vittima combattendo con la convinzione dichiarata di ripristinare quella stessa legalità repubblicana violata invece dallo Stato che muoveva queste accuse: «Nessuno mi sentirà mai dire che mio fratello non doveva essere arrestato, ma Stefano è morto, ed è morto di dolori in seguito ad un violento pestaggio, nelle mani dello Stato. Non sto facendo una battaglia contro le forze dell’ordine, voglio che sia chiaro. Però esiste un problema». Ecco cos’hanno di simpatico le parole semplici, avrebbe potuto scrivere Saramago.

Non è stato facile ascoltare il racconto dei dettagli più atroci dell’agonia di Stefano, dettagli di cui non ero a conoscenza in modo così tanto particolareggiato, ma era indispensabile per avere piena contezza dell’ingranaggio di violenza cieca e di irrimediabile indifferenza che lo ha ucciso.

Faccio una breve digressione. Conosco il ruolo che oggettivamente svolgono gli apparati dello Stato in un sistema come quello in cui viviamo: l’intera storia della Repubblica italiana sta lì a dimostrarlo. So bene anche che esiste una differenza tra la magistratura (essendo il suo personale, in misura tutto sommato limitata, permeabile alle spinte che vi sono nella società, grazie a regole di accesso e di avanzamento di carriera che lo rendono autonomo) e l’apparato poliziesco (dove trovare tracce di questa permeabilità è impresa ardua). Premesso ciò, in casi come questo è la semplice legalità repubblicana a venire meno.

Perché è così diffusa la percezione che le forze dell’ordine in Italia non sentano come imperativo il  muoversi all’interno della legalità repubblicana? Esiste un problema, se ad esempio 140 diversi pubblici funzionari vedono per giorni Stefano Cucchi in condizioni disperate e non sentono di intervenire, o se i protagonisti diretti del pestaggio non danno alcun segno di pentimento, o se il resto dell’apparato, quando non diffama i familiari, resta in silenzio o esprime solidarietà in modo molto riservato.

Esiste un problema enorme.

Casualità vuole che, proprio il giorno in cui incontravo Ilaria Cucchi, il blog Insorgenze diffondesse una sconcertante nota informativa della Direzione centrale della Polizia di prevenzione che sdogana il movimento neofascista CasaPound. È successo infatti che la figlia di Erza Pound, signora Mary Pound vedova de Rachewiltz, ha fatto causa al movimento, contestando l’uso del nome del poeta da parte dei «fascisti del terzo millennio». Allora l’avvocato di CasaPound ha chiesto al giudice di acquisire informazioni sulla natura del gruppo politico al ministero dell’Interno. La nota della Polizia di prevenzione nasce proprio dalla richiesta del giudice: una nota che, scrive il blog, i fascisti di via Napoleone III stanno tentando di utilizzare come un biglietto da visita anche in altre cause.

Una organizzazione di bravi ragazzi molto disciplinati, con «uno stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nelle rispetto delle gerarchie interne» sospinti dal dichiarato obiettivo «di sostenere una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio». Chi scrive non è uno storico ma un funzionario della polizia di Stato (…) Il testo della informativa che potete leggere in integrale qui sotto fa ricorso ad un’abile strategia linguistica che tende ad eufemizzare i passaggi più scomodi. Non viene opportunamente mai citato il termine fascismo, né tantomeno si precisa che fu una dittatura, al suo posto si usa un sinonimo neutralizzante come «ventennio», di cui si da acriticamente atto della possibilità di rivalutarne «gli aspetti innovativi di promozione sociale»…

 E se qualcuno dovesse lamentare atti di violenza squadristica e spedizioni punitive, la tesi della nota è quella di scindere le responsabilità individuali da quelle dell’organizzazione, addossandone la colpa a militanti indisciplinati e magari troppo facinorosi per via della frequentazione delle curve ultras

«ambito in cui l’elemento identitario si coniuga a quello sportivo divenendo spesso il pretesto per azioni violente nei confronti di esponenti di opposta ideologia anche fuori dagli stadi».

CasaPound, associazione «rigorosa nel rispetto delle gerarchie interne», non ha alcuna responsabilità.

«Il sodalizio organizza con regolarità, sull’intero territorio nazionale, iniziative propagandistiche e manifestazioni nel rispetto della normativa vigente e senza dar luogo ad illegalità e turbative dell’ordine pubblico».

Esiste un problema molto grave di cultura democratica all’interno di questi apparati e sul suo mancato riconoscimento le principali forze politiche si danno la mano, dato che la legge sul reato di tortura al momento risulta arenata e dimenticata al Senato da mesi e il ddl sul numero identificativo è anch’esso congelato.

Però Ilaria non è sola: ormai ha attorno una vera rete di protezione civica e democratica cresciuta spontaneamente sulla scia di un coraggio che non si è lasciato piegare. E forse si sentiranno un po’ meno soli anche molti parenti di detenuti che, con la voce rotta dall’emozione, cercano questa giovane donna per affidarle la loro solitudine.

Una guardia giurata, padre di un ragazzo detenuto per droga, ha raccontato: «Mio figlio è stato spezzato in due durante l’arresto. Era coinvolto in una storia di cocaina. […] Non contesto che sia stato arrestato, ma il trattamento che ci riservano è sempre improntato al disprezzo: per loro mio figlio resta sempre un ex drogato ed io il padre di un ex drogato. Ho fatto visita a mio figlio oggi pomeriggio: piangeva, perché è recluso in una cella in cui se uno sta in piedi, gli altri due devono restare a letto. Quando ha saputo della tua presenza qui mi ha pregato di venire. L’altro giorno sono andato a consegnare un documento e, per il solo fatto di avere chiesto alcune spiegazioni, si sono agitati ed ho temuto che mi mettessero le mani addosso. Sono andato via con la coda tra le gambe, promettendomi di non andarci più da solo. Nessuno dice che non debbano pagare, ma non è giusto essere trattati così».

Se le cose cambieranno saremo certamente debitori a lei e a tutte le altre famiglie che stanno combattendo contro gli abusi in divisa. Un debito inestinguibile.

Con gratitudine.

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