Il Grande Problema

La pandemia non genera. Dissi che la pandemia rivela, continuo a pensarlo. Nel libro dello svelamento della pandemia dell’A.D. 2020 si staglia, gigantesco, il Grande Problema: la politica, cioè le parole dei molti sulle cose materiali, è morta. È morta da molto prima della pandemia, è tanto che le parole dei molti non sanno nominare le cose materiali, ma la pandemia ne ha scoperchiato il sepolcro. Nessun annuncio di resurrezione, quella è proprio morta. Le parole dei molti non sanno più nominare le cose materiali. Calma, non c’è da stupirsene. Volendolo, lo si poteva sapere. Ora lo si può anche vedere. Sempre volendolo.

Da quando osservo le cose del mondo non mi pare sia mai avvenuto in maniera così clamorosa: i padroni delle fabbriche non si stanno risparmiando per fare, senza troppe cautele, i padroni delle fabbriche come si conviene. La pandemia rappresenta un intralcio smisurato, e allora tanto vale fare i padroni delle fabbriche senza camuffamenti istituzionali da anni Duemila.

Il sospetto sempre più inquietante di pressioni per impedire la zona rossa a Bergamo, le pressioni per impedire la chiusura delle fabbriche, le pressioni per rendere il decreto del governo sulla chiusura delle fabbriche lo strumento per lasciare le fabbriche aperte (grazie a un’autocertificazione). Ognuna di queste pressioni ha fatto morire qualcuno, nessuno di questi era un padrone delle fabbriche. Se la politica, cioè le parole di ognuno sulle cose materiali, non fosse morta da molto tempo sarebbe parso sufficiente per scrollarsi di dosso questa apatia da commentatori compulsivi di ogni prurito (o felpa, o rosario o tweet) della politica e dire: se c’è modo di ripartire dopo la pandemia, da questi non si può ripartire per nessuna ragione al mondo. Se non fosse morta, si diceva.

Adesso vanno oltre, è il loro mestiere irrazionale e parassitario. Confindustria sta esercitando pressioni enormi per far ripartire le attività produttive dopo Pasqua, non passa giorno senza leggere un nuovo allarme lanciato, e puntualmente raccolto da stampa e governo, da un “rappresentante delle imprese”. Sanno che il governo di centrosinistra li ascolterà. Sanno che qualunque governo li avrebbe ascoltati.

Gli scienziati rispondono timidamente che seguire la loro linea sarebbe pericolosissimo, mancando evidenze di molte cose, evidenze per le quali si richiede tempo e risorse. Parole sprecate, quelli stanno continuando a cannonare un senso comune già prostrato al più mediocre buonsenso politico per terrorizzare. Non riescono a contenersi nemmeno nel mezzo di una pandemia, schermati nei loro appartamenti non andranno di certo a infettarsi. Si è riflettuto un minimo su questo? “Riaprire, o non ci saranno soldi, non ci saranno soldi!”, ripetono i possidenti, gli azionisti, i grandi manager.

E poi: i soldi ci sono o non ci sono?

Se si tratta di far naufragare gli strumenti dello stato sociale, non ci sono. Mai. Tenere a mente.

Se si tratta di impedire il naufragio dei profitti miliardari di numeri molto ristretti di interessi feroci lo Stato ne pompa a miliardi. Perché, si sa, il buonsenso e l’atteggiamento istituzionale degli anni Duemila insegnano che quegli interessi sono i nostri, gli interessi di tutti e di ciascuno. Senza le imprese non si vive (?) Sulle spalle di chi cadranno le misure “a tutela delle aziende” che lo Stato adotterà in deficit? Avrebbe chiesto la politica pure questo, se ancora viva.

Perché parrebbe sufficiente per dire: non ci provate neanche, non si potrà ripartire vessando i già vessati. E se, invece di accumulare debito, il governo pizzicasse i patrimoni di multinazionali e grandi imprese? Li sapevamo ricchi, ma non sono ricchi. Hanno patrimoni giganteschi. E non di tutti e di ciascuno, come gli interessi, su questo gli anni Duemila non sono riusciti ad allucinare. Di quei patrimoni vietato parlare, grande spazio alla loro ributtante attività di filantropi.

Cose grandi avvengono, dalla tragedia di Bergamo in avanti. Grandissime. Peccato che la politica, cioè le parole dei molti sulle cose materiali, era già morta. La responsabilità di Bergamo interrogherà, occuperà il tempo dopo la pandemia. Se non si è già deciso di occuparlo diversamente.

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