Il consenso duttile

Nella fissità di questo lunghissimo, amaro ventennio del niente politico, nello stagno di rapporti sociali feroci non abbiamo spostato nemmeno un fiammifero. Un bilancio sconcertante, eppure la nascita dell’ultimo governo rivela che sarebbe bastato molto poco: affidare al caso le sorti di una politica di progresso sociale. È l’idea che, in maniera velata e con qualche passeggero imbarazzo, si è fatta largo nel popolo della sinistra che siede in parlamento: seppur al prezzo di qualche iniziale amarezza in termini di storia politica (sic!), accettiamo con responsabilità l’alleanza di governo con una forza politica che ritenevamo autoritaria e antipopolare e che oggi, assieme a noi, si apre a una nuova ragionevolezza per il perseguimento del bene comune. Il buio in cui eravamo precipitatati da 14 mesi (soltanto?) si dirada, illuminando una stagione nuova di speranza e di riscatto per gli ultimi.

Della duttilità del consenso non ci si stupirà mai abbastanza. Si crede ingenuamente che il consenso sia il prodotto finale di una valutazione, più o meno approfondita, di una serie di elementi che le forze politiche mettono sul tavolo del proprio elettorato. Inganno della mente. È l’elemento emotivo il più potente propulsore della conservazione dell’esistente. Prima degli ideali, prima delle dichiarazioni di principi.

Ora che i nodi sono stati sciolti e lo sconcerto iniziale placato, dovremmo aprirci all’idea che il progresso, o qualcosa di quantomeno decente in termini di politiche sociali, non deriva da una prospettiva comune sulla società e sui ricchi e i poveri che la popolano, ma che può sorgere da una fortuita, inaspettata casualità che ha portato due forze politiche a unirsi per evitare l’annientamento. Si ritorna così nell’alveo di una quotidianità mansueta, immodificabile, che si trascina da parecchie estati e che puzza di eterno.

Chi ancora crede, non si affanni: non serve. Basta davvero una circostanza fortuita a piegare il consenso e chiudere la vicenda. Loro diranno che è stata chiusa seguendo la stella polare di ideali irrinunciabili, ma non è così. Diranno che si è di fronte al governo dalle intenzioni più progressiste della fase, in realtà screpolerà la superficie di un’esistenza feroce e disumana senza mettere in discussione alla radice l’impianto sociale edificato e confermato a più riprese durante e prima degli ultimi 14 mesi, in una diarchia dell’inumano e del (preteso) umano. Tutto già visto.

E per chi dirà che è troppo poco, che bisognava osare di più, sta già suonando la campana della voce alternativa di partito: “C’è un popolo di sinistra da recuperare”. Già visto pure questo. Un giornalista famoso ci scrisse un libro anni addietro, potrei giurarci. E dedicarono decine di dibattiti televisivi al tema, principale occupazione della lunga età del niente politico.

E così, per dirne una, il consenso duttile saprà bene del dramma dei laureati che emigrano all’estero, ma non potrebbe neanche immaginare che, paradossalmente, quelli sono tra i più fortunati della punta dell’iceberg. Ho conosciuto ragazzi che non hanno ancora accesso alla rete, perché non possono permettersi un computer o anche solo un telefonino. Nessun timore: non vivono a Gomorra, l’italiano lo sanno parlare, ma frequentano le scuole serali e non hanno modo di prendere la patente. Vent’anni e chissà quanto ancora: quante esistenze avrebbero potuto prendere una piega diversa.

Quando la politica non è più tallonata dall’imperativo di superare i bisogni si lascia accarezzare dal consenso duttile. Allora non c’è consenso credibile senza bisogno.

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