Il bambino di Primavalle con i libri in mano

C’è un senso di rassicurante autoassoluzione nella diffusione virale delle immagini che, specie da alcuni anni a questa parte, ritraggono attimi di tragedia sociale, ed è la ragione per la quale confesso di provare una certa insofferenza per questo tipo di muta viralità. Perché un conto è supportare la denuncia con la rappresentazione fotografica della tragedia, come ad allungare l’ultimo capo di un filo logico, sempre troppo corto, perché giunga a sollecitare l’empatia, dopo aver convocato la ragione con l’ostinazione degli argomenti. Un altro conto è trasformare delle immagini di grande impatto in un esercizio quasi estetizzante dell’indignazione dove la foto, così si è deciso, assomma in sé tutti gli elementi che è necessario offrire al comune sentire perché senta, appunto.

Una delega: l’immagine basta a se stessa, nulla meglio di essa, si dice, ha condensato in un passo incerto, in uno sguardo arreso, tutta la fatica, la violazione, l’umiliazione, la disumanizzazione. E sull’immagine si compone il lamento dei valori calpestati, la lode alla dignità che resiste, il canto della speranza perché un giorno (un giorno, chissà…) la ruota della vita possa girare nel verso giusto. È fatta, l’immagine è partita per il suo lungo viaggio, il mittente ha allegato il suo messaggio, impossibile non comprendere.

Sembra di essere di fronte all’ennesima forma assunta dallo stesso sintomo: la rinuncia all’analisi, la prigionia del presente, la scomparsa di parole che non restino isolate le une dalle altre come colpi di tosse, come episodi quotidiani di uno sceneggiato senza fine, ma che ogni volta di più costruiscano un racconto organico che tenga assieme tutto e che, partendo obbligatoriamente dal passato più prossimo, sia in grado di dire cosa vogliamo non in un indefinito futuro, ma nel futuro più prossimo, subito.

Questa foto divenuta virale non poteva spiegare, e pare che la circostanza non abbia fatto riflettere nella stessa misura, che l’occupazione andava avanti dal 2003. Dal 2003. Si era integrata nel quartiere, è vero, ma ciò non ne muta la sostanza politica: queste vite sono state lasciate sole per almeno 16 anni. Davvero, allora, non ci sarebbe altro da aggiungere? Giunte e governi nazionali di centrosinistra cosa dissero, cosa scelsero?

Il buco nero dell’indifferenza in cui sono caduti tutti, forze politiche ed elettorato assieme, porta il nome di diritto alla casa. Ci fu un tempo lontano in cui alcuni gridavano «Vogliamo case!» e tutti gli altri solidarizzavano. Non nel nuovo millennio, quando solo i movimenti per la casa hanno saputo, e hanno provato, mentre la questione abitativa diveniva un limes culturale nella percezione diffusa, nell’immaginario, nel quadro di riferimento della sinistra di base degli ultimi 20 anni. Per la sinistra, al vertice e alla base, la casa ha così rappresentato a lungo un fatto, non un diritto, e il vocabolo è stato lentamente deprivato del suo contraltare politico: diritto all’abitare.

Un piano serio per l’edilizia popolare non esiste più da 40 anni, un’eternità. Qualcuno ricorda una sola campagna elettorale del nuovo millennio in cui tra le forze progressiste si sia parlato di diritto all’abitare? Una sola dichiarazione sul tema la sera della vittoria elettorale, quando l’entusiasmo gonfiava gli animi e si ripetevano gli impegni assunti? Impossibile, perché il tema non era percepito come prioritario: non dalla base, quindi non dal vertice. Quel vertice dove si era già scelto, in maniera ridicola e sciagurata, di affidare al mercato la soluzione del fabbisogno abitativo.

Dal 2003, si diceva.

Ma la foto non poteva saperlo. Né si potrebbe interrogarla: se le soluzioni esistono, e portano tutte a spezzare il monopolio edilizio privato e a tenere a freno il mercato immobiliare, esistono parimenti forze politiche disponibili ad andare fino in fondo, anzi fino al fondo, dove migliaia di vite continuano a precipitare per riportarle a galla senza timore? Temo di no. Quanto sarebbero folte le schiere di elettori disposti a superare questo totem culturale della casa e a farne argomento politico come gli altri, aprendosi alla consapevolezza che «No, non abitano tutti in Italia», e quindi a pressare, a sorvegliare, a pretendere di farla finita con questa oscenità non è arduo immaginarlo, purtroppo.

E allora, se questi sono, e lo sono, quelli che sgomberano i poveri, che buttano per strada famiglie con bambini, che trattano la casa come un problema di marginalità sociale e non un diritto di cittadinanza, noi, che non siamo loro, chi siamo (stati)? Chi diavolo siamo?

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