La Grecia, la nostra ipocrisia e la solidarietà urgente

È insopportabile l’ipocrisia del coro che si sta levando in queste ore. Di colpo, riviste, opinionisti e commentatori politici (gli esponenti politici latitano ancora), se non sono megafono d’una propaganda di guerra sempre più pervasiva contro la Grecia, si guardano attorno e si chiedono: «Perché finora non abbiamo espresso solidarietà al popolo greco?». Già, perché?

Nel 2011, all’epoca del primo memorandum, la figura fu pessima: la Grecia non ricevette alcuna solidarietà e così il piano criminale della Troika non incontrò ostacoli, se non la disperata interposizione dei greci a piazza Syntagma. Purtroppo, oltre l’Adriatico, grande era l’entusiasmo,o il senso di «amara responsabilità» per il governo dei professori e per le «dolorose ma inevitabili misure», espressione ripetuta con tono grave, per un popolo apostrofato come pigro e spendaccione. Me lo ricordo come fosse ieri.

Eppure anche all’epoca i greci chiesero un referendum, ma venne immediatamente ritirato per le pressioni democratiche di Francia e Germania. Rossana Rossanda scrisse un articolo che ricordo ancora e che si concludeva così: «Credevo che ci fosse un limite a tutto (…) Davanti ai soldi la democrazia è un optional. Nessun paese d’Europa ha gridato allo scandalo. Né la stampa, gioiello della democrazia. Non ho visto nessuna indignazione. Prendiamone atto». Bisognava attraversare tutti quanti il girone dell’austerity, perché alcuni realizzassero che la storia del risanamento dei conti e del debito era un inganno che ci avrebbe strangolati. Com’è corta ultimamente la memoria…

Dopo la vittoria alle elezioni del gennaio scorso, però, scoppia l’infatuazione per Syriza. Ormai abbiamo bisogno di leader per sentire un’empatia politica, di nomi e cognomi, sennò non ci piace, e stavolta il leader c’era. I media fecero lo sforzo di farsi un biglietto per Atene e, dopo cinque anni di silenzio, documentare gli straordinari effetti delle riforme in Grecia e stupirsi del fatto che nel frattempo le classi popolari non fossero rimaste a guardare.

Giusto un’infatuazione, però. Nei cinque mesi successivi i numerosi appelli da parte della Piattaforma di sinistra di Syriza, che chiedeva aiuto di fronte ai pericolosissimi arretramenti del governo Tsipras rispetto al mandato elettorale ricevuto, rimasero inascoltati, talmente inascoltati che qualcuno in Europa si concesse l’arroganza di sussurrare a Tsipras: «Quelli là li dovete cacciare dal governo». La sinistra perbene italiana, eletti ed elettori, assieme a quella di domani e a quella possibile (i democratici non fanno testo), non c’era neanche stavolta. La sinistra italiana non è credibile da molto tempo ormai.

grecia

E così, ad una settimana dalla resa dei conti, la Grecia è sola. Sola ad affrontare per la prima volta nella storia l’onda d’urto dei governanti dell’Unione Europea, la cui reazione sarà durissima. Per tutti. Allora, risparmino quest’ipocrita stupore.

Il tempo è poco, ma la Grecia ha un bisogno vitale della solidarietà internazionale. Nell’ultimo appello, Stathis Kouvelakis ha scritto:

La svolta che speravamo, e che avevamo cominciato a dubitare che arrivasse, è arrivata. La disastrosa parodia di «negoziati », la spirale di ritirate e concessioni è stata fermata.

È ora possibile uscire dalla trappola mortale che i governanti europei hanno pazientemente costruito per uccidere in boccio la speranza che era nata il 25 gennaio, con la vittoria di Syriza.

Non è il momento di fare i conti. Ma non si può non fare notare che la decisione di questa sera concorda con tutti quelli che per mesi hanno detto che non c’era spazio per un cosiddetto «compromesso», ma solo la scelta tra capitolazione o rottura.

Infine, è ovvio che questa battaglia non si svolgerà solo in Grecia. La reazione della Troika e dei governanti europei sarà spaventosa. Il popolo greco sarà capace di unirsi e combattere. Ma ha un bisogno vitale del sostegno internazionale. È la sua unica arma contro la forza e la violenza della classe dominante che, lo sappiamo, è capace di tutto per imporre il suo volere.

Se perdono loro, perderemo la faccia per parlare di diritti e democrazia.
I diritti e la democrazia li perderemo del tutto a seguire.

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