In Grecia l’entusiasmo è dovere, in Italia è amnesia

Quando nel 2011 la Grecia veniva sbranata come mai era successo dall’occupazione nazista del paese non ci furono marce, brigate o nemmeno una catena di solidarietà della sinistra in tutta Europa per dare sostegno a quella piazza Syntagma che presto sarebbe stata piegata. Un’aggressione continentale avrebbe richiesto una solidarietà di livello continentale, che non ci fu. I greci furono lasciati soli.

Mercoledì 4 aprile 2012, poco prima delle 9 del mattino, in Piazza Syntagma (Piazza della Costituzione) – di fronte al Parlamento greco – un farmacista in pensione, Dimitris Kristulas, si è suicidato. In tasca, un messaggio: «Il governo […] ha letteralmente azzerato le mie possibilità di sopravvivenza, basate su una pensione decente per cui ho versato personalmente (senza contributo dello Stato) per tutta la vita. Essendo ormai arrivato a un’età che non mi consente di reagire in modo dinamico (senza per questo escludere che se un greco avesse imbracciato un kalachnikov non sarei stato il secondo), non riesco a trovare altra soluzione che una fine dignitosa, prima di cominciare a frugare nella spazzatura per mangiare. Penso che un giorno i giovani senza futuro impugneranno le armi e che impiccheranno i traditori in piazza Syntagma, come hanno fatto gli italiani con Mussolini nel 1945 (in Piazzale Loreto a Milano [dopo la fucilazione a Dongo])».Quel mercoledì sera, centinaia di persone si sono radunate intorno all’albero dove quell’uomo si era ucciso. Al di là del simbolo, si trattava di un gesto politico. Secondo il politologo Giorgios Delastik: «Quest’uomo non è un pazzo. Ha deciso di uccidersi di fronte a tutti, in questa piazza dove qualche mese fa manifestava insieme agli “Indignati”. I pensionati si ritrovano con una pensione miserevole e sono strangolati dall’austerità, ma non hanno la forza di urlare la loro rabbia» (Le Figaro, 6-4-2012, tratto da qui)

Con l’aggressione alla Grecia, il dibattito politico subì un’accelerazione in tutta Europa… fuorché in Italia. Il 2011 me lo ricordo bene, ed era tutto un proclama di lodi alla liberazione dal “regime” berlusconiano, alla ritrovata credibilità internazionale dell’Italia, al governo delle persone serie, ai sacrifici che ci siamo meritati (e, a bassa voce, che i greci si sono meritati). Questo diceva il popolo democratico, molti dei quali oggi esalteranno l’esperienza greca come se non fosse successo nulla nel mezzo. Hanno da tempo ormai dimenticato come si parla alla miseria, e come si cerca di radicalizzarla politicamente. La zavorra che aveva rallentato il dibattito e ammorbato ogni orizzonte politico per anni e anni era una sola: la fissazione dell’antiberlusconismo di maniera.

Ad onor del vero alla sua sinistra si cercava di balbettare qualcosa, ma pagando lo scotto della rassegnazione causata dall’opportunismo di molti leader, dalla risibile coerenza di molti e da alleanze di potere col centro inutili e dannose: «spostandosi al centro» non si fa altro che andare a destra (in cerca dei fantomatici “moderati”) e di certo non si faranno politiche di sinistra.

Grecia
“Italiani in Grecia”, di Mauro Biani (vedi qui)

Mentre si inseguivano le prodezze di Arcore, mentre si raccoglievano firme per fermare nientemeno che il redivivo “duce”, mentre si discuteva del peso politico degli scandali sessuali, mentre si svisceravano vicende giudiziarie con un’ossessione ormai fine a se stessa, qualche sporadica voce (io ne ho conosciuta solo una) avvertiva: guardate che la destra perderà solo se sarà sconfitta sul terreno dei bisogni materiali, se si ricostruirà una presenza nei territori alla quale nessun impero mediatico potrà tenere testa, se si torna tra i poveri e gli oppressi (anche tra le classi popolari che votano il centrodestra e che non ci piacciono), se si useranno parole semplici e dolorose come case popolari, reddito, lavoro, diritti. Niente da fare, questo vocabolario del dolore e della rabbia annoiava i dem e l’obiettivo restava uno solo: vincere ad ogni costo, per fare cosa era un dettaglio per perditempo o disfattisti che non vogliono governare mai.

Quando poi dal 2011 è giunta al potere una destra vecchia e giovane al cospetto della quale Berlusconi faceva ridere, altrove erano già avanti con la radicalizzazione. Altrove la priorità non era più il nome o il leader carismatico, ma la costruzione lenta e silenziosa di consenso. Non c’era l’ansia di governare dopodomani ad ogni costo, quanto quella di non lasciare solo nessuno: pensionati, disoccupati, migranti, donne, omosessuali, lavoratori precari, ceto medio impoverito attraverso ambulatori medici, banchi di mutuo soccorso, gruppi di difesa.

Adesso che il grosso è fatto, Syriza si becca le lodi e le speranze di una parte di quel popolo democratico depoliticizzato ed indifferente che diceva che la Grecia aveva purtroppo meritato quell’infausto destino e che considera ormai la rabbia sociale al pari dell’invidia sociale. E una sinistra egocentrica ed inconcludente sta cercando di risollevarsi, si spera lungo percorsi antitetici al passato.

Se la Grecia ci salverà sarà perché è stata quello che in Italia non si è stato (e non si è ancora). Prima ce lo diciamo, meglio sarà. Hanno partorito coscienza e linguaggio nuovi, perché loro dicono “classe” e qui si dice “cittadini”, loro dicono “capitale” e qui invece “ricchezza”, loro dicono “capitalismo” e qui “mercato”, loro dicono “diritti” e qui una vuota “legalità”.

Non si giudichi a sinistra la Grecia col solito pressappochismo da stadio, anch’esso retaggio dei tempi andati: Syriza è un esperimento complesso e multiforme, con tante anime al suo interno, che discutono molto animatamente e che contestano da sinistra anche lo stesso Tsipras, ma definendosi “opposizione propulsiva”: non per fermare la coalizione, ma per spingerla. In Spagna Podemos è un’altra cosa ancora.

Immagino che oggi ad Atene si respiri un’aria da festa patronale e a casa mia, che dalla Grecia è a un tiro di schioppo, la respiro anch’io. Ma non dipende dalla possibilità concreta di vincere delle elezioni e basta, quanto dalla prospettiva realistica che le cose, concretamente, potrebbero cambiare. L’idea che l’esistenza cambi, la più bella emozione politica. Un’emozione che ammetto di non aver ancora mai provato in tutta la mia pur breve esperienza politica.

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