La giostra delle domande scandalose

Mentre osservo con disgusto e nessun interesse questa mefitica campagna elettorale, la giostra delle domande scandalose ha ripreso a girare. Suona scandaloso chiedersi perché la nostra solidarietà non abbia raggiunto gli esseri umani massacrati da giorni nell’area della Ghouta, nei dintorni di Damasco, e di Idlib in Siria, da parte del regime siriano e della Russia (come avvenuto per la popolazione di Afrin massacrata dai raid turchi). È lì il nuovo, ennesimo palcoscenico del crimine istituzionalizzato e dell’orrore banalizzato su cui da giorni si è levato il sipario. Ma ecco che stavolta, immediatamente, la domanda si pianta nel mezzo del suo dipanarsi e recide la propria conclusione: ha ancora senso porla? Troppe volte è stata posta, e una domanda che non incontra interlocutori resta sospesa fino al punto di sfiancarsi e di veder svilire la propria valenza politica.

Quella domanda è ora costretta a lasciare il passo ad una valutazione netta, oggettiva e senza appello: a sinistra non è possibile parlare dei civili massacrati dal regime siriano, perché al colore del sangue troppi non credono più. E poi, francamente: sarebbe il caso di parlarne mentre le bombe piovono sui tetti di questi disgraziati dimenticati da Dio? Sarebbe patetico: c’è un tempo per parlare e un tempo per agire, e scuotere il capo con aria grave mentre si discetta intorno alle testimonianze di queste stragi, mettendone ancora in discussione la verità e la dignità, contestandone il valore politico nel momento in cui quella vita sfuma sarebbe un’irripetibile bestemmia. E allora prendiamone atto: non se ne può parlare, perché quando lo si doveva fare si decise che quel sangue era un artificio e quelle rivendicazioni una macchinazione. Non so cosa sia più disperante, se la mancata empatia o la mancata lucidità d’analisi.

Nell’ultimo decennio le destre fasciste hanno larvatamente percorso la propria risalita beneficiando di politiche sociali antipopolari, programma di una sinistra venduta da tempo al libero mercato, di connivenze e ambiguità, e su questo terreno solido e fecondissimo è giunta la spinta propulsiva finale del fuoco razzista contro profughi e migranti. Ebbene, mentre il fascismo diffuso rialza la testa, si ignora una circostanza per niente secondaria. Quando nel 2015 si assistette al grande esodo dei rifugiati verso l’Europa, i fascisti costruirono la propria “credibilità” pubblica anche attraverso le posizioni assunte in politica estera: sostenendo il regime di Assad come baluardo contro l’estremismo, non facevano altro che ripetere la stessa posizione dei governi occidentali e della sinistra proprio nel momento in cui la politica estera occupava la discussione pubblica e l’isteria dell’invasione veniva assemblata. Se una sinistra radicalmente lucida e libera da dogmi avesse saputo incunearsi quale unica voce di rottura in questa narrazione tossica, presentando il regime siriano per quello che è, quei manifesti fascisti affissi in molte grandi città con il volto del tiranno sarebbero apparsi per quello che erano: i deliri dei fascisti, ripetuti al solito da governi antipopolari. E invece, stavolta, i fascisti pronunciavano parole ripetute dalle persone perbene. Un ottimo lasciapassare.

Serve ancora ripetere che i briganti imperialisti americani e russi, i loro rispettivi alleati sauditi, iraniani, turchi, e poi Israele fanno strage di civili innocenti? E che a Damasco siede un tiranno sanguinario sostenuto indirettamente anche dalle Nazioni Unite? Serve ancora ripeterlo, con mezzo milione di morti? La sinistra è tale perché comprende le oppressioni prima degli altri, o no?

Ci sono porte della storia che restano chiuse per sempre. Chi è rimasto di là è una massa amorfa di dolore e vittimismo senza alcuna istanza politica, alcuna identità, alcun attaccamento al proprio paese né validi contenuti. Di là dalla porta, che i più progressisti del mondo mantengono chiusa, c’è Matteo, che occupato a salvare vite umane non riesce a salvare la sua vecchia madre, schiacciata da un solaio; c’è il piccolo Davide, due mesi di vita, che non ha nemmeno imparato a camminare e gli è già stata amputata la gamba sinistra; c’è Roberto, instancabile reporter che documenta la sua tragedia mentre le bombe cadono a pochi metri da casa sventrando porte e finestre; c’è Federica, sepolta viva assieme ai suoi due figli; c’è Luca, che è ormai una piccola maschera di sangue; c’è Valeria e il suo corpo minuto preso a morsi dall’esplosione, così ferito che non sa nemmeno se faccia male oppure no; ci sono quei tre neonati che ancora attendono un nome, tirati fuori in tutta fretta dalle incubatrici perché l’ospedale è stato colpito; c’è Sebastiano, intossicato dalle bombe al cloro. Per non parlare dei feriti, dei traumatizzati, dei disabili a vita. Se volete foto e testimonianze, tra i tanti canali possibili, potete cliccate qui (Anas Alshamy e Firas Abdullah).

Chiamare queste esistenze con un altro nome è una sanzione finale: con il loro nome, queste storie per noi semplicemente non esistono.

Che amarezza, e che vergogna.

Altri testi che potrebbero interessarti:
Precedente La Palestina non è un'isola. Elogio eretico della solidarietà Successivo Allucinati