Perché al tempo di Facebook un genocidio non fa orrore

Aleppo civili genocidio

@AFP

Se il social network è una grande piazza virtuale in cui è teoricamente possibile creare delle reti sociali allo scopo di informarsi, scambiare opinioni o manifestare la propria solidarietà nei confronti di una causa o in occasione di un evento tragico, quanto sta avvenendo rispetto alla Siria è a dir poco sconcertante.

Da alcuni decenni l’opinione pubblica italiana, per diverse ragioni, è in massima parte caratterizzata da un atteggiamento ormai chiaro e prevedibile: ad un’attenzione ossessiva, fin nei dettagli più insignificanti, per la cronaca politica nazionale (il che non è più sinonimo di uguale attivismo politico, dato che per questo sono altri i fattori necessari) corrisponde una sostanziale indifferenza per quanto avviene in un indistinto “altrove”. La contesa politica è il suo pane quotidiano, le campagne elettorali la sua passione, i sondaggi la sua bussola.

I media nazionali (accusati non a torto di provincialismo) sono ovviamente fautori di questo schema e relegano i fatti del mondo in uno spazio angusto. I risultati di questo disinteresse (non solo su questa materia, sia chiaro) si vedono ogniqualvolta le conseguenze di quell’altrove entrano di prepotenza nelle nostre vite in maniera tragica. Ecco allora che fioriscono le interpretazioni più improbabili, le soluzioni più incredibili, e si alza la voce alla maniera del presunto esperto (sempre gli stessi) che, invitato in qualche talk-show, potrà sciorinare banalità a buon mercato.

Di Siria si parla molto poco in Italia. Detto onestamente, di Siria in Italia non gliene frega niente (quasi) a nessuno. Ma stavolta è tutto il mondo occidentale che va in questa direzione, per quanto altrove sia più facile leggere contributi molto documentati sull’argomento.

Nel caso della Siria la situazione è aggravata dal fatto che l’atteggiamento della sinistra occidentale, che avrebbe dovuto naturalmente farsi carico della mobilitazione dell’opinione pubblica e della solidarietà come avvenuto in altre occasioni, costituisce una scandalosa anomalia: rispetto alla guerra in Siria essa ripete esattamente lo stesso schema dell’establishment e della destra. In queste condizioni è facile intuire come quel che resta della rivoluzione siriana non avrebbe potuto ricevere alcuna solidarietà neanche dalla parte teoricamente più attiva e militante della società.

Ad ogni latitudine gli argomenti che ti vengono opposti sono sempre gli stessi. La risposta più in voga è «Sono solo terroristi islamisti», ma con chi si esprime in questi termini non c’è da perdere tempo. Quanto al resto delle sfumature:

«Aspetta un attimo, la violenza è da entrambe le parti»

«Chi si oppone al regime riceve aiuti da poteri reazionari»

«Se vivessimo sul posto scopriremmo che le cose sono molto più complesse»

«Tra chi pretendi di supportare ci sono soggetti poco raccomandabili fautori di un progetto retrogrado di società»

e via dicendo.

Questi argomenti, lo ripetiamo spesso, sono gli stessi che è possibile ascoltare da parte di una certa “sinistra” quando si parla della situazione tragica di Gaza. Oggi, invece, li ascoltiamo ripetuti alla stessa maniera quando si affronta la situazione tragica di Aleppo.

Ma non da parte delle stesse persone. E tra coloro che li ripetono su Aleppo, ci sono molti che considererebbero triste e disonesto esprimerli su Gaza.

«No, aspetta, sono situazione differenti». Certamente, ma vale la pena sottolineare che mentre una popolazione viene assediata e massacrata da un regime la cui superiorità militare è schiacciante, un regime che sperimenta su di essa tutti gli orrori possibili ai giorni nostri, costoro si sono ridotti ad utilizzare gli stessi identici argomenti degli “amici di Israele”.

Ho già descritto qui e qui le cause e le implicazioni politiche e morali per la sinistra di un atteggiamento così disastroso. Dovrebbero dotarsi di altri argomenti, dato che questi, dal punto di vista dell’onestà intellettuale, li pongono al lato di cattive compagnie.

Meglio ancora farebbero a smetterla di giocare a risiko con una pseudo-geopolitica miope, pensando invece ad esprimere solidarietà ad una popolazione che sta morendo. Ed è proprio questo il punto su cui stavolta voglio soffermarmi, ovvero il nostro senso di umanità in un’epoca in cui pensavamo di averne fatto tesoro per sempre.

Fare informazione dalla Siria vuol dire rischiare la vita, ed è grazie a coraggiosi giornalisti siriani che sappiamo molto di quanto avviene. L’umanità non dovrebbe mai venire meno (e la sinistra dovrebbe saperlo): Restiamo umani.

È quello che credono moltissimi siriani, tentando da tempo disperatamente di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale (che non c’è) attraverso diverse campagne sui social network. Per mesi e mesi hanno urlato #SaveAleppo, ma nessuno li ha ascoltati. Adesso sono passati ad una nuova campagna: #HolocaustAleppo. Twittano in continuazione, decine di foto e video, ma non scatta nessuna connessione. Nel mare sterminato del social network si ode solo un vergognoso, oltraggioso silenzio.

«Ehi mondo! C’è nessuno? Stiamo morendo ad Aleppo! Potresti prestare attenzione?» si legge in un tweet che ho scelto a caso.

Più di 300 persone sono state uccise in una sola settimana.

Aleppo_tregua finita_bombardamenti_vittime_una settimana_ settembre 2016_genocidio

«Il nostro sangue è davvero così svalutato? Cosa succederebbe se questi fossero i vostri bambini? Non una sola presa di posizione per Aleppo. Dio, non abbiamo nessuno al di fuori di te» twitta il giornalista Hadi Abdullah.

Karam al-Masri, un reporter, fotografo e videogiornalista dell’AFP che vive nella zona di Aleppo controllata dai ribelli e sottoposta ad assedio e bombardamenti ha raccontato la sua vita in un articolo molto toccante dal titolo “Covering Syria through hunger and fear“:

Prima che la rivoluzione iniziasse in Siria nel 2011 la mia vita era molto semplice. Ero uno studente di legge all’università di Aleppo. Ma oggi ho perso tutto: la mia famiglia, la mia università. Sono un ragazzo solo. Ciò che mi manca di più è la mia famiglia, mio padre, mia madre. Particolarmente lei. Penso a lei ogni giorno, la vedo nei miei sogni. Ad oggi, la sua perdita mi fa molto male. Vivo solo, non ho nessuno. Molti dei miei amici non ci sono più, o sono morti o sono in esilio.

La mai vita dall’inizio dei bombardamenti consiste nel cercare di restare vivo. È come vivere nella giungla e cercare di sopravvivere fino a domani. Quando arrivano gli aerei provo a rifugiarmi in una costruzione più sicura. Quando c’è il fuoco dell’artiglieria, vado ai piani più bassi. Sono costantemente in fuga. Prima dell’assedio mi affidavo ai fast food, ma adesso è tutto chiuso. Non so come cucinare, e ci sono giorni in cui faccio un solo pasto, ed altri in cui non faccio nessun pasto. Prima dell’assedio, passavo il giorno in giro cercando storie da filmare. A partire dall’assedio sono affamato e più debole, e resto a casa più tempo.

Persone che devono continuamente fuggire dalla morte, impegnate ad alimentarsi come possono, che rischiano di bere acqua contaminata (l’infrastruttura dell’acqua è stata distrutta pochi giorni fa), che il giorno dopo devono sopravvivere alla perdita di un genitore o di un figlio avvenuta il giorno prima, si trovano nella condizione di dover perdere tempo a fare opera di convincimento a chi non li ascolta e non li ascolterà perché ha deciso che ci sono vittime degne e vittime non degne. Davvero imbarazzante.

Peggio ancora, sono stati messi nella condizione di dover fare quella domanda che preferiremmo non ascoltare mai: «Cosa succederebbe se fossero i vostri figli?».

Sì, lo so, c’è il referendum costituzionale, c’è Renzi, c’è il problema di un assessore a Roma, nessuno lo nega. Anzi, penso che l’attitudine più politica non sia certo selezionare le questioni, quanto affrontarle assieme. Meglio, in connessione.

Però. 

Però è qui il problema. Che non è affatto vero che nell’epoca 2.0 non possa avvenire un genocidio «perché siamo informati» o «perché la coscienza del mondo non lo permetterebbe più».

Che non è affatto vero che, se siamo interconnessi, allora scatta in automatico la connessione. Quella, la connessione, è sempre un problema di scelte politiche individuali, e le scelte, si sa, si formano prima del social network e fuori dal social network.

Ed è lì che bisognerebbe andare a cercare i motivi per i quali un genocidio non sembra fare così paura a chi ha sempre ripetuto: Mai più.

Se Aleppo dovesse cadere, pagheremo tutti il prezzo di questo disastro negli anni a venire.

Gli White Helmets, gli eroi della protezione civile siriana, recuperano un bambino ancora vivo sotto le macerie e i corpi di altri bambini uccisi dagli intensi bombardamenti russi e del regime. Aleppo, settembre 2016.

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