EUR, Fendi e la retorica della bellezza

Cronache romane.

Tre anni fa, approfittando di un’apertura straordinaria, decisi di visitare assieme ad un’amica iraniana alcuni straordinari monumenti del Ventennio che solitamente non sono accessibili al pubblico e che, da appassionato di storia, desideravo vedere da molto tempo. Il primo era l’ex palazzo delle Terme al Foro italico, il cui gioiello segreto è costituito dalla poco nota “palestra del Duce”, un capolavoro di Luigi Moretti di una modernità quasi aulica e dalle soluzioni incredibilmente innovative che purtroppo è stato completamente stravolto dall’incomprensibile decisione di farne un’anonima sala convegni per dirigenti sfasciacarrozze.

La seconda e la terza tappa erano costituite dal Palazzo degli Uffici e dal Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur. Il contrasto tra i due palazzi non poteva essere maggiore. Il Palazzo degli Uffici di Gaetano Minnucci, unica opera progettata e terminata prima della guerra per essere adibita a sede degli uffici dell’Ente preposto all’organizzazione dell’Esposizione universale del 1942, era arricchito con quanto di più moderno era stato realizzato nella Roma degli anni Trenta per l’uso delle più aggiornate tecnologie e di un apparato di arredi di design praticamente unico nel suo genere. Un gioiello di tecnica e di tecnologia di marmo, bronzo, legno, cristallo, porfido.

Il bellissimo Palazzo della Civiltà Italiana, invece, raccontava la sua storia sfortunata una volta varcata la soglia: gli interni erano un’incompiuta e silenziosa fotografia in bianco e nero, eppure per me piena di richiami affascinanti e di silenzi assolutamente rumorosi, tra i rivestimenti marmorei verticali e l’antico marmo rosso dei pavimenti. A disturbare non era l’incompiuto, ma la palpabile sensazione di abbandono a causa di chi per 70 anni non aveva saputo che farsene di un posto del genere.

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Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur, Roma (foto di Vincenzo Lombardo, vedi link)

Ebbene, la risposta è giunta pochi giorni fa: «Finalmente il palazzo rinasce» scrivono i giornali, ed il governo esulta perché l’ente EUR (scandali a go go) lo ha dato in affitto a Fendi (fino al 2028) che ne farà il suo quartier generale, inaugurato con una lussuosissima cena pochi giorni fa. Ora, il punto non è preferire che il palazzo resti chiuso ed abbandonato rispetto invece al recupero sicuramente ragionato che ne farà l’azienda. Questo modo di ragionare è ridicolo. Un discorso serio avrebbe dovuto sottrarsi a questa scelta ed immaginare per quest’opera un destino diverso da quinta per servizi fotografici di moda e, adesso, studio per i bozzetti di Karl Lagerfeld. Se però per 72 anni non è avvenuto nulla di buono, di certo non poteva avvenire nell’epoca dell’apoteosi del mercato, della totale svendita della politica alle ragioni del potere non politico. Questo per rispondere all’insopportabile “retorica della bellezza” (quella ereditata tutta pronta, ché quella incompiuta resta tale per 72 anni) che ci propinano governi giovani allo scopo di indorare tutto il resto, tutto il brutto che c’è in questo Paese ingiusto, classista e medievale.

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