Etiopia: la rimozione dell’aggressione fascista di 80 anni fa

[Articolo del 3 ottobre 2015, scritto in occasione degli 80 anni dell’aggressione fascista all’Etiopia. Lo ripropongo oggi, prima Giornata della Memoria per le vittime della strage di Lampedusa di tre anni fa perché, purtroppo, continua ad essere attuale]

Gli “italiani brava gente” non lo sanno80 anni fa, il 2 ottobre 1935, si dava avvio all’aggressione fascista all’impero d’Etiopia. Una guerra di conquista spaventosa, in cui i bisnonni di molti italiani di oggi commisero indicibili crimini di guerra agli ordini di Badoglio, Graziani, De Bono: gas ustionanti (fosgene e iprite) sulle popolazioni civili, i corsi d’acqua, i campi; stupri; esecuzioni di massa; donne e bambini scelti come schiavi sessuali.

Le immagini che utilizzerò appartengono ad una serie di otto cartoline satiriche fatte circolare tra i soldati italiani impegnati nella conquista dell’Etiopia dal titolo Serie di 8 cartoline umoristiche disegnate dal pittore Enrico Deseta ad uso delle truppe italiane dell’Africa Orientale. Il tratto colorato e lieve del pittore non fa nulla per nascondere la violenza ed il machismo del pensiero fascista: donne rappresentate come merce da vendere, comprare, spedire come fossero pacchi postali e uomini considerati come insetti senza alcuna qualità. Non c’è più alcun riferimento ad una presunta missione civilizzatrice dell’Italia in Etiopia: in Africa ogni italiano potrà trovare a buon mercato tutto ciò che desidera e che in Europa non riesce ad avere, ovvero sesso, potere, dominio.

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“Armamenti. Ecco l’arma più opportuna”. L’insetticida usato contro gli etiopi, considerati alla stregua di insetti molesti, pare un riferimento ai gas usati dai fascisti.
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“Al mercato [Schiave a prezzi da convenirsi] Mettiamo tanto per uno, che poi facciamo a mezzo…”

Gli italiani continuano a non conoscere la nostra terribile storia coloniale.

Non è certo un caso che l’unico documentario esistente, Fascist Legacy, sia stato prodotto dalla BBC nel lontano 1989 e mai trasmesso dalla Rai. 
Non è certo un caso che questo anniversario stia passando sotto silenzio. 
Non è certo un caso che, quando si parla di migranti dal corno d’Africa, nessuno dica queste cose.

L’Etiopia che non esiste nella memoria degli “italiani brava gente”, specie quando si parla di migranti, o quando si commemorano gli eritrei annegati a Lampedusa 2 anni fa.

La ricorrenza degli 80 anni dall’aggressione fascista all’Etiopia è stata volutamente ignorata, perché ignorata è la storia dell’impresa fascista in Abissinia, troppo spesso scambiata per una goliardica scampagnata, e dell’intera storia del colonialismo italiano in Africa. Il punto è semplice: non se ne sa niente. Per un certo discorso pubblico, pare che tutti abbiano avuto nonni e bisnonni partigiani. Nessuno è disturbato dai fantasmi coloniali del passato.

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“Ufficio Postale. Vorrei spedire ad un mio amico questo ricordo dell’Africa Orientale…”

Ancora nel 1982, in un’intervista rilasciata ad Enzo Biagi per la Rai, Indro Montanelli ricordava compiaciuto la propria esperienza coloniale in Eritrea e, in particolare, la sposa bambina eritrea di 12 anni che aveva «regolarmente comprato dal padre» insieme ad un cavallo e un fucile per la modica spesa di 500 lire (l’abominevole pratica del madamato):

Aveva dodici anni… a dodici anni quelle lì erano già donne. L’avevo comprata a Saganeiti assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire. Era un animaletto docile, io gli misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi assieme alle mogli degli altri ascari…arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita.

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“Esercito abissino. Allegri ragazzi: ecco le donne guerriere!”

L’episodio era già stato rievocato nel 1969 durante la trasmissione di Gianni Bisiach L’ora della verità: Montanelli racconta della moglie da colonia con un tono compiaciuto ed arrogante («Avevo scelto bene»), e quando parla della ragazza lo fa con un sorriso troppo leggero, immediatamente spento da una giovane donna che dal pubblico lo accusa di maschilismo e di violenza: «A 25 anni non si è peritato affatto di violentare una ragazza di 12 anni, dicendo “Ma in Africa queste cose si fanno”».

Quello che mi ha sempre colpito delle dichiarazioni degli italiani, non solo di Montanelli, che vissero in colonia fu quest’idea predominante dell’Africa come di un enorme laboratorio di rigenerazione machista. Anche molto tempo dopo Montanelli dichiarò: «Ebbi due anni di vita all’aria aperta, bella, di avventura, in cui credetti di essere un personaggio di Kipling». Peccato che Angelo del Boca, attraverso la monumentale opera Gli italiani in Africa orientale, ci abbia ricordato che furono in realtà anni di genocidio e di barbarie, tra popolazioni gasate, deportazioni, esecuzioni di massa e stupri (negli anni Novanta Montanelli polemizzò a lungo con lo storico Angelo Del Boca sull’uso dei gas: egli li negava, Del Boca dimostrò con i documenti che furono usati).

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“Civilizzazione. Forza Taitù, che cominciamo a civilizzarci: questo è venuto bianco!”

Chi lo ricorda oggi? Nessuno. A scuola non si studia, nel discorso pubblico non esiste.

Basterebbe cominciare col dire: «Ne sapevo poco o nulla».

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