È la rovina. Cosa abbiamo perduto, cosa stiamo perdendo

Se si provasse a guardare dall’alto il terzo Medioevo che stiamo attraversando verrebbe alla luce la trama sconcertante di una rovina politica, sociale e morale che sembra imprendibile.

Agosto 2017. È il decimo anniversario del terremoto di un sistema economico che è stato definito «in crisi», ma che in realtà in quel preciso istante inaugurava un poderoso ladrocinio di valore dal lavoro ai profitti come mai avvenuto prima, attraverso modifiche legislative antipopolari che hanno stravolto le fondamenta dei diritti sociali e delimitato i confini invalicabili di un’esistenza feroce e disumana cui ci è da troppo tempo rassegnati. Dieci anni dopo, la narrazione diffusa del fenomeno si è ormai strutturata: la crisi economica, «frutto di qualche finanziere scalmanato» come affermavano in modo sensazionale quelle élite a cui non viene mai chiesto conto dell’origine della propria ignoranza e della propria malafede (quando non del proprio profitto), è ora trattata come un dato di paesaggio, una tara storica di inizio millennio che i commentatori provano a dipingere in maniera rassicurante attraverso il grottesco “lancio del numero”: la disoccupazione giovanile scende di mezzo punto, però aumenta su base annua, poi nel primo trimestre del nuovo anno diminuisce di un punto rispetto all’anno prima, in seguito si attesta, per risalire nel secondo trimestre. Nient’altro che una lorda scenata, mentre il livello strutturale della disoccupazione di massa e dell’impoverimento non viene minimamente aggredito.

E quando si celebrano ridicoli aumenti degli occupati si cela che l’aumento è fondato su retribuzioni da fame, alla stessa maniera in cui, quando sentiamo dire che «il PIL cresce», si evita di aggiungere «a beneficio di chi»: perché è la redistribuzione che fa la differenza, non l’aumento del PIL in sé, ma non lo si dice.

Dieci anni fa dal terreno dell’economia, che non è mai soltanto economico, è partito l’ultimo atto di quella smisurata vittoria dei ricchi iniziata 40 anni fa e che adesso ha occupato e uniformato lo spazio della politica. In un sistema di democrazia rappresentativa le élite economiche hanno ovviamente i loro referenti politici, nulla di nuovo. La crisi economica, però, ha sbuffato sull’arco parlamentare facendo cadere inesorabilmente ogni maschera residua, rinsecchendo ogni meccanismo psico-culturale ancora resistente in buona parte dell’elettorato progressista sui partiti della sinistra liberista: la “sinistra” socialista o socialdemocratica, da almeno vent’anni portavoce delle ragioni del mercato e solerte esecutrice dei suoi dettami, non ha nemmeno più fatto mistero di quelle ragioni. Tutti hanno potuto vedere il completamento della sua mutazione trentennale: dopo aver polverizzato ogni minima speranza politica, dopo aver seminato controriforme sociali e privatizzazioni tra gli anni Novanta e gli anni Duemila, è nuda (e nuda è l’idea che troppi ancora coltivavano di essa), finita sotto le macerie sociali che ha prodotto e il veleno razzista che ha sdoganato.

Del primo decennio del XXI secolo avevamo già compilato il vocabolario dettato dalle élite: casa (di proprietà); concorrenza; costo del lavoro; flessibilità; governabilità; globalizzazione; guerra (ed esportazione della democrazia); imprenditore di te stesso; legalità; mercato; merito; missioni di pace; moderatismo; privatizzazione; privilegiati; revisionismo; riformismo; senso di responsabilità; unità del paese; vivere al di sopra delle proprie possibilità.

Ora, mentre le stesse élite celebrano il deserto sociale che sono state in grado di edificare (ma non basta mai: adesso anche la progressività fiscale – chi più ha più deve pagare, principio già ampiamente disatteso – viene messa in discussione), l’umanità diventa un delitto.

Erano partiti ipocritamente affermando di voler «combattere il traffico di esseri umani», una scorciatoia concettuale insolente per celare l’intenzione di fermare gli esseri umani tout court. Perché fermare i trafficanti significa aprire delle vie legali, ovvero dei corridoi umanitari da Africa e Medio Oriente tramite i quali portare in sicurezza chi ha diritto. In mancanza di queste, e sperando che la loro assenza possa indurre i disperati (rifugiati o migranti economici non fa differenza) in fuga a non tentare la sorte, è becera ipocrisia.

Da lì si è dipanata una vicenda orribile: la rotta balcanica si è trasformata in un labirinto di filo spinato, campi fangosi, guardie di confine al di fuori dalla legge, violenza, abusi, e mentre si discuteva sulle modalità per sigillare il confine est dell’Europa decine di di esseri umani erano lasciati annegare quotidianamente al largo delle isole greche.

Restava da sigillare la rotta del Mediterraneo, la più mortale, e così è partita un’indegna campagna di diffamazione contro chi salva vite in mare, additando le ONG come fiancheggiatrici di un’invasione ordita a spese del popolo italiano e i loro operatori come “narcisisti del buonismo”. Perché «vanno aiutati a casa loro», un’altra ignobile scorciatoia concettuale che pensa di chiudere la questione del soccorso e dell’accoglienza liquidando frettolosamente gli enormi problemi all’origine delle migrazioni.

Il deserto sociale dei ricchi è lì, si staglia in tutta la sua crudeltà di classe, ma chi è in balìa delle acque non deve essere salvato, al più dato in consegna ai carcerieri libici che fanno sempre comodo come gendarmi del Mediterraneo. La lordura si estende, insozza il principio di umanità, fa traballare, fa fare distinguo, normalizza lo scandalo, legalizza l’ignobile.

Ma l’abbandono dell’umanità si è fatto largo da alcuni anni, mentre al di là del Mediterraneo popoli in lotta per libertà e democrazia contro la tirannia venivano abbandonati al loro destino. Qui la sinistra, moderata e soprattutto radicale, è miseramente caduta. Di fronte al terremoto epocale in paesi che sembravano fossilizzati da dittature con pretese di eternità, la dimensione umana doveva restare centrale, assieme all’indipendenza di giudizio e alla storicizzazione degli eventi: al contrario, l’incapacità di costruire una storiografia politica che fosse autonoma dal punto di vista intellettuale ha condotto alla perdita della dimensione umana, e quindi della solidarietà politica verso Aleppo e l’intera rivoluzione siriana. Allo stesso modo questa sinistra avrebbe dovuto storicizzare, più che politicizzare, la tragedia che continua a vivere la popolazione palestinese, sviluppando a livello politico e di opinione pubblica una posizione che non si riduce alla dimensione umanitaria, ma che non perde la dimensione umana.

Il suo ripiegarsi sugli interessi imperialistici della Russia di Putin ha condotto alla scomparsa della dimensione umana verso Aleppo e sta conducendo alla lenta scomparsa della stessa verso la tragedia palestinese. Non è possibile costruire solidarietà verso i palestinesi senza rifiutare regimi patrimoniali feroci come il regime siriano: si tratta di ricordare che tutti i paesi in cui il partito Baath è andato o è ancora al potere si trasformarono rapidamente in Stati patrimoniali, ovvero Stati le cui risorse e attività finanziarie entrarono nel patrimonio della famiglia o del clan dominante. Questa privatizzazione del paese, attorno alla quale si struttura l’esercito come braccio armato di difesa del potere dei clan, spiega la ferocia assoluta con cui essi reagiscono a ogni tentativo di privarli della proprietà di uno Stato che immaginano perpetua. Non è possibile alcuna concessione verso questi regimi, né è possibile immaginare di portare solidarietà alla causa palestinese sostenendo la dittatura siriana. Ha scritto Yassin al-Haj Saleh, intellettuale comunista a lungo nelle carceri del regime:

Israele è la forma standard dell’ingiustizia e della discriminazione in Medio Oriente, una forma che è internazionalmente protetta. La Siria di Assad sta “israelizzando” se stessa al fine di ottenere protezione internazionale mentre “palestinizza” i siriani. I nostri connazionali dalla pelle bianca sanno molto bene quale modello imitare.

Ma non è finita. In questo smarrimento della dimensione umana da parte della sinistra è estremamente significativa la scomparsa dai suoi discorsi della più grande catastrofe umanitaria del mondo: lo Yemen. La guerra in Yemen non vede opporsi un campo rivoluzionario e uno controrivoluzionario, ma due campi antitetici rispetto alle aspirazioni che mossero le rivolte del 2011, entrambi reazionari e uno dei quali sostenuto dalla coalizione a guida saudita, spinta da considerazioni inerenti esclusivamente la sicurezza del regno. Anche se parlarne tornerebbe utile al loro discorso, però, qualunque sostenitore a sinistra di Assad e Putin non dice una parola sullo Yemen, perché il paese non rientra negli interessi della Russia di Putin e quindi non è utile a giustificare questa bislacca visione del mondo. Perciò, lo Yemen può bruciare.

L’esigenza ideologica di questa sinistra di aggrapparsi a delle entità che sembrano apparentemente contrapporsi agli Stati Uniti l’ha condotta a sdoganare tutto in nome della realpolitik, attraverso la quale i sostenitori di Putin e Assad condonano qualunque cosa al brutale regime di Damasco e ai suoi alleati. Al posto della dimensione umana c’è così una logica di schieramento che crede di poter applicare i criteri della politica estera della defunta URSS (identificata nella Russia di Putin!) al mondo contemporaneo. Tutto questo è a dir poco raccapricciante.

E così l’abbandono della lotta popolare per la libertà e la democrazia in Siria, delle sue componenti non violente, l’ignoranza del retroterra storico di quei regimi, il tifo per la tirannide hanno oscurato un massacro quotidiano di civili attraverso le più perverse protesi tecnologiche che il mercato potesse offrire, un massacro in corso anche mentre scrivo e che non desta più alcuna indignazione. Un esercito di media-attivisti lo documenta, ma la loro voce è inchiodata a una domanda terribile, ripetuta, senza appello: perché tutto ciò non scandalizza? Che aria tira al di là del mare? Cosa vi è successo?

È il ritorno di una parola densa come “orientalismo”. Molti europei progressisti ci sono cascati ancora: non riescono a pensare il Vicino Oriente se non per come la loro immaginazione di europei vuole che sia. Cos’è stata la rivoluzione siriana? Sempre Yassin al-Haj Saleh nel suo ultimo libro The Impossible Revolution:

La rivoluzione è popolare e difensiva: non è né una ricerca dell’identità né una furia dottrinale; non è una chiamata utopica, né un’applicazione della teoria. La rivoluzione è, soprattutto, una difesa della vita: un sollevamento realistico di un popolo realistico.

Fino a quindici anni fa qualcuno era contro la guerra, ma abbiamo scoperto che il problema non era la guerra: era la nazionalità del bombardiere. La lucidità è così fragile, se la si abbandona.

Al fondo di questa rovina politica, sociale e morale non c’è ragione di ottimismo: le élite dominanti del sistema sono straordinariamente potenti, pericolosi distinguo si fanno largo, le forze di un’opposizione radicale sono ancora minoritarie. Ma restano l’unica speranza per raggiungere i freni di emergenza della locomotiva di un sistema economico distruttivo, di questa barbarie razzista, dell’inumano sdoganato, prima che essa cada nell’abisso. Perché le rivoluzioni, come diceva Walter Benjamin, non sono sempre le locomotive della storia: talvolta «sono il ricorso al freno di emergenza da parte del genere umano in viaggio su questo treno».

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