Dopo i gas: noi, voi, essi

Le convinzioni politiche erronee della sinistra sulla Siria, coinvolgendo un significativo numero di individui, hanno generato conseguenze concrete di impatto notevole e tragico in termini di mancata solidarietà e mobilitazione. Tali convinzioni non sono ovviamente un prodotto del caso: hanno senz’altro, per una buona parte dei loro sostenitori, una motivazione di fondo strettamente politica, si ancorano cioè a una visione specifica del mondo e dei meccanismi che, secondo quella prospettiva, presiedono all’evoluzione dei rapporti politici e sociali.

Ma quando lo stridore tra la realtà dei fatti e i propri convincimenti è così terribilmente acuto, alla base di quei convincimenti e di quelle interpretazioni deve esserci necessariamente un elemento che va al di là del piano razionale e dell’elaborazione teorica: intendo dire che si passa a un livello emotivo in cui la convinzione erronea viene riproposta ad libitum per rispondere al timore irrazionale e inconsapevole di perdere i propri rassicuranti e mai discussi riferimenti concettuali, ovvero ciò che si credeva giusto e che invece stavolta potrebbe rivelarsi sbagliato. “Il nemico del mio nemico è mio amico” è un esempio di questo.

Teoricamente la sinistra aderisce ad una visione delle cose del mondo che non può in alcun modo accontentarsi di spiegazioni rassicuranti e semplificatorie, e il suo valore aggiunto costitutivo dovrebbe essere quello di rendere comprensibile la complessità, non di negarla. Pare banale ribadirlo, ma ancora più importante (e sempre in via teorica) la sinistra dovrebbe lavorare alla liberazione dell’essere umano da qualunque tipo di oppressione e, si badi bene, contro ogni imperialismo: nessuna azione o dichiarazione politica può contraddire in alcun modo questo principio solidissimo e irrinunciabile. In realtà, come si è cercato di spiegare numerose volte, la Siria costituisce il baratro in cui la sinistra è già deceduta e, in un eterno ritorno, continua a suicidarsi.

Perché l’analisi politica non può temere la realtà, altrimenti condanna se stessa al rango di un fossile: impermeabile agli stimoli esterni, irrigidita nella sua ostinazione, immobile nella sua mancanza di originalità teorica. Si spalancano così le porte alle praterie della pigrizia intellettuale e dell’indolenza: ogni sollecitazione esterna che prova ad incunearsi in quelle convinzioni non sortirà alcun effetto, perché non siamo più sul piano della discussione argomentata e razionale, ma su quello delle frasi ad effetto, degli slogan vuoti e della loro ripetizione a oltranza. In altre parole, siamo di fronte ad un caso plateale di ipocrisia politica e cecità morale.

Se perciò una convinzione consolidata può certamente essere ridiscussa alla luce di nuovi argomenti, una convinzione intimorita dalle smentite della realtà non si presterà mai al confronto, perché ha già approntato tutte le riserve concettuali necessarie a sopravvivere al suo letargo morale tramite una rimozione micidiale.

Otto mesi fa, nella mia lettera al popolo della sinistra sulla Siria, scrissi che il silenzio è una creatura inafferrabile, sfuggente, vuota, perché indica di per sé una posizione che non si ha voglia di ridiscutere: come si risponde al silenzio? Con gli argomenti, forse? No, perché esso è già espressione di una scelta compiuta e che non sarà rivista. Non ci sono argomenti che potrebbero essere ascoltati.

Così è stato: nonostante la quantità sterminata e dettagliata di elementi, spiegazioni, testimonianze, ragioni a sostegno della rivoluzione siriana e della sua realtà multiforme e resiliente, soprattutto grazie al lavoro paziente e coraggioso di attivisti e giornalisti siriani, la sinistra ha continuato in maniera pervicace a restare in silenzio. Silenzio di chi supporta il dittatore, o silenzio di chi non lo supporta apertamente ma neanche vi si oppone.

Quel silenzio asfissiante della sinistra aveva inghiottito la rivoluzione siriana sin dai suoi esordi ed era ormai divenuto un dato acclarato. Ma l’ipocrisia che esso covava al suo interno si sarebbe rivelata più incredibile di quanto avremmo creduto.

La scorsa settimana, in un’altra giornata nera nella lunga tragedia siriana, si è consumato uno dei più grandi attacchi chimici dall’infame massacro del Ghouta dell’agosto del 2013. L’attacco col gas sarin è avvenuto a Khan Sheikhoun, una cittadina nel nord-ovest della Siria, collocata in una posizione strategica a metà strada tra Idlib a nord e Hama a sud, un’area non controllata dal regime di Assad sin dal maggio 2014. Nessuna presenza dell’ISIS nella zona. L’attacco, come nella tradizione degli attacchi chimici del regime di Assad, è partito nelle prime ore della mattina dal cielo: gli unici aerei che operano nell’area appartengono alle forze aeree siriane o russe. Come se non bastasse, nei giorni precedenti il regime e i russi avevano bombardato molti ospedali nelle aree ribelli di Hama e Idlib e, dopo l’attacco chimico, gli aerei di Assad hanno colpito ancora due punti medici ed un centro della protezione civile siriana, tutti a Khan Sheikhoun. Non serve immaginare, esistono testimonianze video di tutto questo.

Non si è trattato di una novità. Gli attacchi chimici si ripetono regolarmente in Siria sin dal 2013, come è stato ampiamente e dettagliatamente documentato, e questo nonostante le dichiarazioni di Assad sulla distruzione dell’arsenale chimico Gli attacchi di questo tipo sono divenuti così frequenti al punto che in gran parte non hanno mai raggiunto le prime pagine internazionali.

Questo attacco chimico ha costituito un altro passaggio nella sanguinaria campagna di annientamento di ciò che resta dell’opposizione popolare al regime di Assad. Dopo aver assediato e polverizzato Aleppo est, il più importante centro dell’opposizione democratica e popolare, ed aver obbligato i sopravvissuti della città e di altre zone ribelli assediate a spostarsi a Idlib, il regime sta concentrando i suoi sforzi proprio nel bombardamento delle province di Idlib e Aleppo. Gli attacchi chimici colpiscono nella quasi totalità aree controllate dall’opposizione e solo in maniera insignificante le zone controllate dall’ISIS.

Perché le armi chimiche? Per terrorizzare una popolazione che nelle aree della Siria liberata non ha alcuna possibilità di proteggersi o di cercare vie di fuga. Il loro uso ha evidenziato la stupefacente impunità con cui il regime ha condotto la sua guerra contro la popolazione civile, rea di aver contestato il suo potere.

A seguito dell’attacco, 59 missili americani hanno colpito la base del regime da cui erano partiti gli aerei che hanno lanciato il sarin, questo sbuffo di morte senza odore e senza colore. Si è trattato di un avvertimento, un modo per far intendere agli attori della partita che gli USA, a differenza dell’era Obama, in Siria ci sono con due piedi e che di loro bisognerà tenere conto. Probabilmente resterà un avvertimento senza sviluppi, perché al netto delle dichiarazioni americane sulla “ritorsione contro il despota”, nessuno cerca l’escalation in Siria.

Eppure sono stati sufficienti 59 missili su una base militare per dare avvio ad uno spettacolo incredibile: la sinistra e l’universo pacifista hanno scoperto la Siria. Di colpo quelle convinzioni infondate e rassicuranti ripetute da 5 anni a questa parte, e dettate solo da una reazione pavloviana al governo degli Stati Uniti, sono tornate alla luce come se nel mezzo non ci fosse stato nulla. Immediatamente si è gridato: No alla guerra, no all’imperialismo americano di Trump! Mescolando confusamente periodi diversi, queste voci hanno ricordato l’Iraq e le inesistenti armi di distruzione di massa, il terrorismo dell’Isis a detta loro «creato tout court dall’Occidente» e, in uno slancio sgangherato che non ha la nobiltà del tragico ma piuttosto la stravaganza del grottesco, hanno sospirato per le “vittime civili” delle guerre dell’imperialismo. Le vittime civili? Seriamente?

Peccato che la prima voce a scomparire dalla scena sia stata nuovamente quella delle vittime dell’attacco chimico: tutte le vittime, senza alcuna eccezione, hanno accusato il regime. Esse sapevano bene che il regime per sei anni ha lanciato dal cielo addosso alla popolazione ogni tipo di arma e ha sterminato centinaia di famiglie in qualunque modo, possibile e impossibile, sul terreno. Nell’imbarazzante campagna del “non-sappiamo-bene-chi-sia-stato-a-lanciare-il-gas” nessuno ha parlato delle vittime o ascoltato ciò che esse avevano da dire. Inutile ricordare che quando gli USA lanciavano armi vietate sulle città dell’Iraq non si dubitò della voce delle vittime irachene, e neanche quando Israele le usò contro la popolazione di Gaza. È stato questo elemento, e nient’altro, ad evidenziare il tipo di campagna che si stava generando: in buona sostanza una campagna di sostegno al dittatore siriano e all’imperialismo della Russia, mascherata con gli abiti della neutralità degli “amanti della pace”. Neutralità che, di fronte ai crimini di guerra, non è altro che supporto ai criminali di guerra.

La sinistra e i pacifisti che invocavano la pace hanno rivelato la propria ipocrisia politica. Prevenire quale guerra, se la guerra del regime contro la rivoluzione siriana dura da cinque anni e la Russia bombarda la Siria dal 2015? Perché nessuna voce ha mai condannato l’intervento della Russia e dell’Iran in Siria, senza il quale il regime di Damasco sarebbe stato travolto da un pezzo? Perché nessuno ricorda che gli USA bloccarono la fornitura all’opposizione siriana delle armi anti-aereo, permettendo così al regime di bombardare in maniera implacabile?

Alcuni hanno sostenuto che l’intervento della Russia non potrebbe essere considerato un atto di imperialismo, dato che la Russia sarebbe stata invitata dal regime siriano. Seguendo lo stesso modo di argomentare, nemmeno l’intervento americano in Vietnam sarebbe stato configurabile come imperialismo, perché anche gli USA furono invitati dal governo del Vietnam del sud. Il problema di fondo è che costoro credono che la sovranità risieda negli stati e non nei popoli, e che colui il quale ha portato avanti una campagna di sterminio contro chi contestò pacificamente il suo dominio goda ancora di una qualche legittimità.

I bombardamenti americani sulla Siria non sono iniziati la settimana scorsa, ma nel settembre 2014, due anni e mezzo fa, e mai contro le basi del regime. E quali voci della sinistra e del mondo pacifista protestarono? Nessuna. Sono stati calcolati circa 8000 bombardamenti, migliaia di civili uccisi, centinaia di civili morti nelle ultime settimane a seguito di orrendi bombardamenti USA, come nel caso della moschea di Al Jina (Aleppo) o della scuola di Mansoura (Raqqa). Nessuno ha mai protestato. Nessun movimento contro la guerra ha mai protestato. Nessun anti-imperialista ha mai protestato.

Pochi giorni prima dell’orrendo attacco col sarin alcuni esponenti dell’amministrazione USA dichiararono che Assad non era più la priorità (praticamente dichiararono in maniera ufficiale quella che era stata la politica USA in Siria sin dal 2011, ma che nessuna sinistra dalle reazioni pavloviane si è mai sforzata di capire). Assad ha deciso così di saggiare il terreno e i limiti della sua finora smisurata impunità bombardando col sarin, inducendo gli USA ad intervenire solo al fine di tutelare una loro presunta “credibilità”, con un bombardamento preceduto da comunicazioni con i russi, che a loro volta hanno informato tutti gli alleati, siriani compresi (difatti la base era sostanzialmente sguarnita di personale militare).

Davvero non si riesce a cogliere la differenza? Qualcuno potrebbe spiegare perché 8000 bombardamenti contro chi si oppone ad Assad (non solo contro l’ISIS) non sarebbero un intervento americano in Siria, mentre un unico bombardamento nel deserto contro una base militare del principale terrorista presente in Siria, dopo che egli ha massacrato con armi chimiche quasi un centinaio di civili tra cui molti bambini, sarebbe un intervento militare contro il quale protestare e mobilitarsi?

Ma se gli USA colpiscono per la prima volta (e forse l’ultima) un obiettivo del regime ecco che gli ipocriti si mobilitano per “fermare la guerra”. La realtà è che hanno dimostrato di non avere alcun interesse per le vite dei civili in Siria, tutto ciò che preme loro è proteggere un regime mostruoso. A meno che non abbiano protestato nel corso degli ultimi due anni e mezzo contro le bombe americane in Siria, questa protesta improvvisa contro “l’imperialismo USA” non è né contro la guerra, né anti-imperialista, è solo la stampella di un regime genocidario.

Molti siriani hanno accolto con sollievo la notizia del bombardamento della base militare del regime. Credono in Trump? Sono felici che un paese straniero bombardi il proprio? Niente di tutto questo. Hanno solo sospirato per il fatto che il regime avesse meno mezzi per continuare a massacrarli. Niente di più logico, quando la gran parte delle proprie 24 ore è trascorsa sotto gli occhi dei bombardieri. A molti appare senza senso?

Quanto all’indignazione generale: è davvero solo un problema di gas sarin? Dovremmo dedurne che nel 2017 è inaccettabile uccidere civili innocenti con il gas sarin, ma è dopotutto tollerabile farlo attraverso le armi convenzionali? Peraltro le armi chimiche e incendiarie proibite a livello internazionale sono usate con regolarità dalle forze governative siriane e da quelle russe: parliamo di bombe al napalm, al gas cloro, al fosforo, alla termite, a grappolo. E cosa dire dei più “convenzionali” ed infami barili-bomba, un’arma indiscriminata che ha strappato la vita a decine di migliaia di civili siriani, o delle devastanti bombe termobariche?

Nessuna protesta contro la guerra, nessuna mobilitazione pacifista mentre le aviazioni del regime siriano e della Russia continuano a bombardare i civili anche dopo l’ipocrita avvertimento americano. Gli imperialismi possono dormire sonni tranquilli: i bambini siriani continueranno ad essere massacrati dai barili-bomba del regime, dalle bombe a grappolo russe o americane, e pure dalla lama dell’Isis o dalle autobomba dei qaedisti.

Nessun antimperialismo o movimento pacifista può apparire credibile se non combatte con la stessa decisione la guerra del dittatore contro il suo stesso popolo. Le rivoluzioni democratiche e popolari non hanno padrini: né Trump, né Putin, né Erdogan, né i Saud e men che meno Assad. Dirsi contro l’Impero e a favore dei rifugiati non è sufficiente e spesso si traduce in una scorciatoia concettuale parecchio insolente.

L’unica posizione realmente favorevole alla pace e alla giustizia è quella al fianco del popolo siriano e della sua sacrosanta rivendicazione di libertà e dignità, autodeterminazione e giustizia sociale. Lo stesso popolo siriano che non è mai esistito nelle analisi della sinistra se non come una massa amorfa di vittimismo e di sofferenza manovrata da chiunque. Chissà se un giorno essa giungerà a comprendere quale enorme patrimonio di organizzazioni della società civile siriana, improntate alla non violenza e non legate a nessuna fazione in lotta, ha perso per strada, quale incredibile lavoro di ricostruzione umana e sociale, di autogoverno e creatività politica (su principi come cittadinanza, stato di diritto, tolleranza) ha abbandonato sotto l’obiettivo dei bombardieri.

Il popolo siriano ha pagato un prezzo altissimo per il suo desiderio di libertà. Bombardato dal proprio governo, bombardato da governi stranieri, e invaso dagli estremisti più pericolosi del mondo, sunniti e sciiti. La priorità assoluta in Siria è certamente fermare la guerra, permettendo così alla migliore società civile di riprendere la parola e dimostrare l’inconsistenza dei due campi reazionari, il regime da un lato e i fondamentalisti dall’altro, nel futuro del paese. Ma è un atto scellerato affrontare questo tema senza mai nominare il principale detonatore della catastrofe, Bashar al-Assad. Nonostante egli faccia di tutto per farsi notare in modo eclatante, la sinistra e il mondo pacifista proprio non lo vedono: triste destino per un tiranno che non è in grado di concepire se stesso se non per l’eternità.

Ma a tal fine è fondamentale mettere ordine nelle parole: respingendo la narrativa che prova ad assolvere Assad dalla responsabilità morale e legale per i suoi crimini o che lamenta la mancanza di migliori alternative ad un despota che affoga nel gas civili inermi; impedendo che si tiri in ballo l’ISIS a caso senza spiegare il contesto all’interno del quale venne alla luce e quale ottimo alleato e reclutatore esso ha potuto trovare nei crimini contro l’umanità di Bashar al-Assad e del suo alleato iraniano e nella loro distruzione del tessuto sociale siriano.

Se e quando un giorno si farà valere la giustizia contro il macellaio di Damasco sarà sempre troppo tardi. Perché è già tardi. A sei anni dall’inizio della rivoluzione siriana e del suo sacrificio di vite per la libertà e la dignità di una Siria plurale e democratica, queste esistenze non dovevano essere perdute, e neanche quelle degli ultimi mesi e degli ultimi anni. Nel XXI secolo una presa di coscienza collettiva è tale nel momento in cui si erge a scudo contro la barbarie, e non un prodotto di lusso che, dopo aver negato il male e calunniato le vittime, può permettersi di venire al mondo poggiando i piedi su una montagna di cadaveri. Quella non sarà una presa di coscienza, ma nient’altro che la parvenza di un inutile, insopportabile pentimento.

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