Dodici mesi invano

Nel mulinello rovente in cui, primo fra tutti, il regime di Damasco ha trasformato la Siria da 6 anni a questa parte nessuna, davvero nessuna forma della morte, della tortura e dell’abiezione morale viene risparmiata ai suoi abitanti. Quando si dice “mezzo milione di morti”, la lingua salta il baratro: perché, anche se i numeri delle vittime atterriscono, non possono conteggiare gli innumerevoli tragitti del male istituzionalizzato che moltitudini di esseri umani hanno percorso prima di finire nel computo generale dei senza-vita.

Eppure, per quel bilanciamento ostinato proprio delle cose del mondo, queste vittime hanno interpretato senza accorgersene le più incredibili forme che la vita potesse assumere. Non è certo un bilanciamento equo: tuttavia, quando la vita resiste, la vergogna generale arretra, seppur di pochi millimetri.

Una foto pescata a caso, una storia immaginata, che sarà senz’altro verosimile. Ieri, al confine tra la Siria e la Turchia, dove si spara a chiunque osi tentare l’attraversamento e la fuga, è stata ritrovata una neonata: ricoperta di fango, arrossita dal freddo pungente, occhi chiusi, ma viva. Chi l’avrà perduta? Forse nel tentativo di attraversare la frontiera?

Esattamente un anno fa si levava il sipario sull’atto finale della morsa attorno alla città di Aleppo, accompagnata dallo spettacolo stomachevole dei proclami più reazionari di una sinistra suicidatasi in difesa di un regime avanzato e progressista minacciato da forze oscure. In platea, il silenzio inossidabile del resto della comunità progressista. La stupidità politica può riservare sorprese incredibili. Proprio lo scorso 30 novembre, quasi come un pirotecnico e criminale esordio, 45 civili in fuga furono mitragliati dall’artiglieria del regime nella parte orientale della città.

Dodici mesi dopo si continua ad assistere impassibili alla morte che sperimenta nuove forme di sé senza intermittenze: che siano le bombe, il freddo, la fame nera o la malattia sotto assedio senza medicamenti, è un appuntamento convocato quotidianamente da un regime brutale che sta fremendo. Freme, perché per una fortunata ed epocale congiuntura della stupidità politica, non ci si accorge che l’uccisione e la soggezione sono divenute ancora una volta la leva della Storia. E il consesso delle potenze affamate (e da troppi acclamate) discute della spartizione di un paese dopo averne ingoiato la popolazione.

Per il sentire comune sono dodici mensilità di orrore trascorse invano.

Salazar, il dittatore portoghese, morì per le conseenze della caduta da una sedia. Mentre la sinistra vaga nel labirinto delle proprie convinzioni sgangherate e bambinesche non tende la mano agli oppressi, ma regge la sedia del tiranno. E allora non resta che sperare nella sedia, augurandosi che, come per Salazar, sfugga alla sua natura di muto testimone, metta a profitto tutta la propria abilità e lo faccia cadere.

Uno spostamento onirico per rimediare a questa straordinaria congiuntura di stupidità politica che, come poche altre volte, ha messo in scena lo spettacolo di un’inconcepibile cecità.

Altri testi che potrebbero interessarti:
Precedente La rivolta delle cose Successivo La Palestina non è un'isola. Elogio eretico della solidarietà