Il mito della guerra buona. Le democrazie liberali e le ambiguità verso nazismo e fascismo

La fine della Seconda guerra mondiale vide l’ascesa degli Stati Uniti al ruolo di maggiore potenza del mondo. I suoi nemici (Germania, Italia, Giappone) erano stati annientati, i suoi alleati (Francia, Gran Bretagna, Unione Sovietica) erano economicamente abbattuti.

Nelle intenzioni della potenza vincitrice il XX secolo sarebbe divenuto «il secolo americano», non solo inondando il mondo dei suoi manufatti, ma estendendo ad ogni paese liberato la propria triade di democrazia-libero mercato-libera impresa. Furono essi a decidere quale atteggiamento riservare ai fascisti (punirli o perdonarli), che forma avrebbe dovuto avere la democrazia, lo spazio da concedere ai movimenti della resistenza antifascista, quali riforme era possibile adottare. Questo modus operandi fece intendere a Stalin di poter operare in modo analogo nei paesi liberati dall’Armata Rossa.

Terminata la guerra, e mentre si dava avvio ad una nuova “guerra fredda” contro i paesi del socialismo reale, la storiografia americana assieme ad altre iniziò a diffondere il mito della guerra giusta, ovvero la narrazione della seconda guerra mondiale come di uno scontro delle democrazie contro i totalitarismi fascisti e nazisti. In questa narrazione, i nazisti divennero semplicemente una banda di sadici smaniosi di potere, dei criminali comparsi per una tragica casualità della storia.

Non era stata affatto una casualità. A tutti coloro che non avevano voluto parlare in modo critico del capitalismo, Horkheimer disse, non a caso, di tacere anche sul nazismo: perché chi vuole parlare di fascismo e nazismo non può tacere del capitalismo. Invece un silenzio storico-politico coprì i numerosi rapporti dei nazisti e dei fascisti con la borghesia (industriale e terriera), il mondo della finanza, i vertici dell’esercito e delle istituzioni dello stato. Come erano giunti al potere? Quali dinamica sociale ed economica aveva permesso il loro avvento in Europa? Studi, analisi, ricerche che spiegavano questo furono ignorati.

Il ruolo dell’individuo nella Storia: Hitler

Ernest Mandel, in un bel saggio in inglese dal titolo The Role of the Individual in History: the Case of World War Two, trattò il tema del ruolo dell’individuo nella storia per rispondere da una prospettiva marxista alla narrazione in voga che, descrivendo il nazismo semplicemente come una banda di criminali capeggiati da uno psicopatico, attribuiva al fuhrer la responsabilità primaria dello scoppio della guerra. Molto in sintesi, Mandel spiegava che le forze sociali hanno un primato superiore rispetto alle azioni individuali nel determinare il corso della storia e che queste ultime, pur giocando talvolta un ruolo unico per carisma e personalità, non possono superare i limiti imposti dalle forze sociali che rappresentano e dalla struttura economico-sociale: ad esempio, anche se la Germania avesse conquistato l’intera Europa, non sarebbe stata in grado di reggere uno scontro con gli USA senza assorbire le risorse naturali ed industriali dell’URSS: non a caso la attaccò nel 1941.

La decisione di aggredire la Polonia fu certamente una decisione presa da Hitler assieme ai gerarchi nazisti, ed esprimeva bene i caratteri della sua personalità

it is undoubtedly true that the decision was primarily Hitler’s. It expressed, in a striking way, the contradictory facets of his personality: recklessness, monomania, skilful opportunism as well as cyclothymic alternation between paralysed indecision and hyper-voluntarism.

Allo stesso modo però

But it is also true that as early as 1932 leading circles of the German capitalist class had decided (in consideration of their conjunctural interests) that Germany’s only way out of the economic crisis was to establish hegemony over Central and Eastern Europe. Once such a course was set in motion and massive rearmament was begun, war was made virtually inevitable by two factors. First was the reactive rearmament of Germany’s principal capitalist rivals—most immediately, Britain, but also the United States—which sought to block German suzerainty over Europe and its conversion into a world power. (…) Secondly, the burden of massive rearmament entailed a deepening financial crisis for German capitalism. Currency reserves had almost disappeared and payment of interest on the national debt had become an insupportable burden. It was impossible to continue the rate of militarization without the integration of additional material resources from outside Germany’s almost exhausted stocks. Hence the need to plunder adjacent economies and to seek continental scales of industrial organization comparable to those of the USA or the USSR. Thus while the ultimate decision to unleash the Wehrmacht on 1 September 1939 was undoubtedly Hitler’s, the momentum towards war arose out of the short-term calculations of the majority of the German ruling class. These calculations, in turn, were conditioned by the internal contradictions of German imperialism sharpened by the successive crises of 1919–23 and 1929–32.

L’ambiguità dell’antifascismo liberal-democratico nel corso degli anni Venti e Trenta

La prima guerra mondiale aveva avuto un effetto imprevisto: la rivoluzione sovietica, il cui proposito di espandersi a livello mondiale generava apprensione e paura tra le classi dominanti, intenzionate perciò a rispondere a questa minaccia. Anzitutto impegnandosi militarmente contro il neonato governo bolscevico, sostenendo le armate bianche russe nella guerra civile che scoppiò dopo la rivoluzione. Fallito quel tentativo, il pericolo di una rivoluzione si spostò più ad ovest: Austria, Germania, Italia, Francia, Ungheria. Per stroncare questa minaccia, in Italia e poi in Germania le classi dominanti decisero di affidarsi al fascismo ed al nazismo.

Fascismo anticomunismo

Propaganda fascista. La didascalia del manifesto originale recita: «Le malefatte del bolscevismo nel 1919 (a sinistra), Le cose ben fatte del fascismo nel 1923 (a destra)».

Le potenze liberal-democratiche europee e la potenza statunitense non furono affatto preoccupate dall’avvento di questi regimi, anzi riconoscevano loro il merito di riportare l’ordine e di impedire una rivoluzione comunista. Le classi dominanti dell’Europa e degli USA erano più anticomuniste che antifasciste e non potevano non compiacersi del fatto che queste dittature ristabilissero l’ordine borghese ed impedissero l’avvento di una rivoluzione comunista: distruggendo i sindacati e le rivendicazioni della classe lavoratrice, asservendo la manodopera, gli imprenditori erano estremamente soddisfatti (Si veda anche When Fascism was American).

Lo storico Jacques R. Pauwels è stato autore del libro Il mito della guerra buona. Gli Usa e la Seconda guerra mondiale in cui dimostra che molti capitalisti statunitensi e funzionari di governo ebbero un atteggiamento amichevole verso i regimi fascisti prima della guerra e anche dopo l’inizio della guerra, che Washington rimase neutrale nel conflitto fino a quando la neutralità servì gli interessi capitalistici e che questi interessi – non tanto gli ideali di libertà e democrazia – determinarono come gli Stati Uniti entrarono, combatterono e conclusero la guerra.

Come sottolinea Pauwels, molti membri della «élite economica, politica e sociale» degli Stati Uniti, così come la leadership della Chiesa cattolica e molte persone di origine italiana e tedesca, ammiravano Mussolini e Hitler e approvavano in particolare l’eliminazione dei partiti comunisti e socialisti e la dissoluzione dei sindacati da parte dello stato nazista. Come osserva Pauwels, anche l’élite al potere negli Stati Uniti era fortemente anticomunista ma non antifascista.

General Motors, Ford, Standard Oil, Texaco, IBM, General Electric, DuPont, ITT e altre aziende statunitensi che avevano investito in Germania videro aumentare il valore dei loro investimenti dopo l’ascesa al potere dei nazisti. Filiali tedesche di società statunitensi giocarono un ruolo importante nel programma di riarmo di Hitler producendo aerei, carri armati, camion e altre attrezzature necessarie per l’aggressione nazista. Le imprese statunitensi spedirono grandi quantità di petrolio in Germania e fornirono al Reich le tecnologie della comunicazioni e dell’informazione.

Senza i veicoli a motore americani, il caucciù, il petrolio, la tecnologia delle telecomunicazioni e della gestione delle informazioni fornita dall’ITT e dall’IBM, la Germania hitleriana non avrebbe potuto nemmeno sognarsi i clamorosi e rapidi successi militari dei primi anni della guerra lampo tedesca. Ci fu un momento, scrive, nel quale General Motors e Ford fabbricavano non meno della metà della produzione totale di carri armati tedeschi.

E quando la Germania fu sconfitta le corporation americane non ebbero alcun disturbo per i servizi resi al nemico. La General Motors e le altre corporation che avevano fatto affari coi nazisti non furono punite, anzi furono risarcite per i danni subiti dalle loro affiliate tedesche a causa della incursioni aeree angloamericane.

L'ebreo internazionale antisemitismo Stati Uniti

Henry Ford, L’ebreo internazionale

E l’antisemitismo nazista?

Non offendeva la sensibilità americana, perché l’antisemitismo negli anni Venti e Trenta era diffuso non solo in Germania, ma in molti altri paesi, Stati Uniti inclusi. Il più famoso antisemita americano fu il magnate delle auto Henry Ford: non solo ristampò in alta tiratura I Protocolli dei Savi di Sion ma fu egli stesso autore di un libro antisemita, L’ebreo internazionale, e sostenitore di Hitler attraverso cospicue donazioni in denaro. Il fuhrer lo ammirava nella stessa maniera: teneva un ritratto di Ford nel suo studio e si ispirò al suo libro per scrivere il Mein Kampf, fino a concedergli la più alta onorificenza del Reich per un cittadino straniero, ovvero la Gran Croce del Supremo Ordine dell’Aquila Tedesca, in occasione dei suoi 75 anni.

Ovviamente sottolineare quest’ambiguità non significa affatto attribuire alle potenze liberal-democratiche una qualche responsabilità nelle successive malefatte del regime nazista, questo è perfino superfluo ribadirlo. Tuttavia l’ossessione dei nazisti verso gli ebrei è oggi descritta come una pazzia persecutoria. Allora, se così la vogliamo chiamare, bisogna aggiungere che negli anni Venti e Trenta si inseriva in una “pazzia” condivisa da tutti i ceti reazionari della Germania, e purtroppo non solo di essa. 

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