Chi chiederà scusa a Simone di Torre Maura?

La voce degli ultimi è emozionante quando, lucidamente, prende la forma della rabbia delle rivendicazioni. Ma quella voce sa essere ancora più emozionante quando, pur nell’inquietudine maledetta di una vita amara e ingiusta, è capace di non smarrire una certa tenerezza verso gli altri.

Simone di Torre Maura rientra nel secondo caso. Se però è rimasto tenero e assieme consapevole, nonostante le difficoltà di una vita che quasi certamente non sarà semplice, è solo merito suo e forse della sua famiglia e dei suoi insegnanti. Perché troppi, tra coloro che ne hanno lodato a tempo determinato le parole, da tempo indeterminato avevano rimosso Simone dalla vetrina sociale. E se adesso qualcuno ci rassicura sul fatto che «il futuro è di Simone» sta mentendo: perché Simone al momento è senza futuro.

La più politica delle considerazioni, allora, avrebbe dovuto limitarsi a chiedergli scusa: «Scusaci, se dovevano arrivare i fascisti perché ci accorgessimo di te, perché ci accorgessimo (forse) che i poveri non erano soltanto quella massa informe, indistinta, “ostaggio delle televisioni e del regime” a cui per 20 anni abbiamo provato a spiegare la vita».

«E scusaci, se da quei rappresentanti che continuavamo testardamente a scegliere (non sulla base della realtà delle cose, ma sulla base dei nostri desideri), non abbiamo mai preteso con la tua stessa faccia tosta, già la notte delle elezioni, che la smettessero di privarti del tuo futuro, noi che invece avevamo in mano quel futuro, oggi divenuto il nostro presente. Guarda caso, così diverso dal tuo».

«Infine scusaci, se ascoltiamo la voce dei poveri quando parlano, mentre invece avremmo dovuto, noi, chiedere loro di parlarci. Scusaci, se fino a quando non abbiamo sentito la tua voce, fino a quel momento, non ti abbiamo mai chiamato per nome».

Il tempo delle domande deve ancora iniziare, se mai inizierà.

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