Brexit, la sinistra disperante quando si parla di Unione Europea

Non credono ai fatti, credono solo a se stessi. Se occorre, tanto peggio per i fatti.

Così scriveva Bertold Brecht nella sua bellissima “Lode del dubbio” individuando una delle diverse categorie umane incapaci di praticarlo, il dubbio. Credo non ci sia descrizione più consona per identificare moltissime reazioni provenienti da parte di quel non più definito “popolo di sinistra” di fronte alla Brexit.

Cosa si legge? Lo sterile autocompiacimento di sempre: i meno istruiti (a differenza nostra che siamo istruiti) hanno creato questo disastro, i «vecchi contro i giovani dell’Erasmus». Siete in un vicolo cieco e credete di percorrere un’autostrada.

In alternativa il vuoto vocabolario del «sogno europeo», dei «valori europei» e via dicendo. 

L’anno scorso, di fronte alla crisi greca, si cercò di impostare un ragionamento che non fosse «Tsipras traditore» ma neanche «Tsipras salvatore». Tentativo inutile, evidentemente faceva troppo caldo. E così, incapaci di andare oltre un personalismo esasperato, si è passati dal sostegno all’OKI al sostegno al suo contrario, ignorando il dibattito e le lacerazioni interne a Syriza. E ignorando ciò che è venuto dopo quella decisione e che sta riducendo la Grecia ad uno spettro.

Scrisse Alain Badiou: 

Per farla breve, l’errore di Tsipras e del suo gruppo, a mio avviso, è semplicemente di non aver fatto politica quando, miracolosamente, e forse per poche ore (la sera del referendum?) farla dipendeva da loro. Dopo questo cedimento, ho paura che torneremo all’ordinario tran tran. La Grecia non significherà più niente per nessuno, pagherà quel che può, la gente sarà un po’ più demoralizzata e miserabile, e si dimenticherà tutto questo episodio nel grande caos del capitale planetario.

Se c’è una lezione da trarre dai grandi momenti della storia, è che l’occasione politica è rara, e che non ritorna. Dal XIX secolo, si può dire che la socialdemocrazia si definisce così: mai cogliere praticamente la rara occasione di far esistere una possibilità politica nuova. Anzi, al contrario, lavorare con accanimento a fare come se questa occasione non fosse mai esistita. Alexis Tsipras e la sua squadra governativa sono i nuovi socialdemocratici, di cui il capital-parlamentarismo ha grande bisogno, vista la continua e logora spregevolezza dei vecchi?

Se cosi fosse, se l’ora del ricambio fosse semplicemente in funzione dell’ordine stabilito e della sua salvaguardia da sinistra, non parliamone più. Se nuove peripezie, inclusa la strutturazione e l’ascesa in forze della frazione di Syriza [Unità Popolare] che si oppone all‘attuale andamento delle cose, dimostreranno che la ricerca di una nuova strada politica su scala europea, se non mondiale, è ancora viva in Grecia, non potremmo che rallegrarcene, senza riserve.

Nessuna discussione sull’Europa a sinistra viene inquadrata storicamente. Un’analisi del genere fu scritta in quelle giornate roventi dell’estate 2015 da Stathis Kouvelakis, esponente della sinistra di Syriza, per smontare qualunque illusione circa una possibilità di “compromesso onorevole”:

Durante l’unico periodo storico nel quale il capitalismo, nei paesi del «centro mondiale», ha funzionato sulla base di un vero compromesso di classe, vale a dire i decenni che hanno seguito immediatamente la Seconda Guerra Mondiale, una parte essenziale è stata svolta dal fatto che almeno un settore della borghesia occidentale aveva partecipato alla guerra contro il fascismo e, in questo contesto, si era trovata, per un momento breve ma decisivo, dallo stesso lato delle forze organizzate delle classi dominate. Questo terreno comune, minimo ma in nessun caso trascurabile, è persistito durante i primi anni della Guerra Fredda, almeno in Europa. La Grecia ha conosciuto un’esperienza analoga durante la lotta contro la dittatura militare (1967 – 74) che ha preparato il terreno per il compromesso politico che è seguito e ha posto fine al regime repressivo al potere dopo la fine della guerra civile (1949).

Tutto questo è andato in frantumi con la controrivoluzione neoliberista che, come Naomi Klein e David Harvey hanno ampiamente dimostrato, comincia nel momento in cui i carri armati di Pinochet hanno posto fine all’esperienza di Unidad Popular in Cile. L’equilibrio di forze che garantiva il compromesso di classe del dopoguerra è stravolto in modo schiacciante a favore del capitale. I riferimenti condivisi ai valori della lotta antifascista, d’importanza fondamentale per la creazione e la legittimazione dello «Stato sociale» del dopoguerra sono svaniti. Sono stati sostituiti da un ritrito anticomunismo sotto il nome di «antitotalitarismo», mescolato all’esaltazione dei valori del mercato, del profitto e della «libera concorrenza».

Il mondo borghese e l’ordine stabilito, in Europa, non sono più rappresentati dai De Gaulle, Mac Millan, o anche Jean Monnet, ma da Merkel, Dijsselbloem e Draghi. La terapia d’urto applicata alla Grecia, nel corso degli ultimi cinque anni, non è nient’altro che una versione radicale di questa controrivoluzione neoliberista, applicata per la prima volta a un paese dell’Europa Occidentale. Quelli che l’hanno realizzata, all’interno e all’esterno del paese, sono gli esecutori di una politica di saccheggio e assoggettamento. Sono insieme violenti e volgari, all’opposto di qualsiasi ricerca di compromesso. In queste condizioni, l’azione degli oppressi è la sola che può aprire una prospettiva di rigenerazione politica, sociale e morale.

Ciò implica di rianimare in modo decisivo quello che Gramsci, citando il marxista francese Georges Sorel, chiama «lo spirito di scissione» delle classi oppresse, la loro capacità di rompere l’egemonia ideologica ed etica dei gruppi dominanti, per mettere in luce l’antagonismo latente nei rapporti sociali e fare valere la loro propria concezione del mondo e la loro propria «riforma etica».

Questo atto di rottura è il solo, qui ed ora, che è «onorevole», precisamente perché è, insieme, la condizione e il segno annunciatore di scelte politiche ed etiche radicalmente innovatrici nella lotta per l’emancipazione popolare.

A poco serve ricordare a costoro che Luciano Gallino, sociologo di sinistra, scrisse numerosi testi denunciando il carattere antidemocratico e non riformabile delle istituzioni europee, facendosi portatore di un’idea che voleva tutelare la conquista politica, ma abbandonare il dogma neoliberale su cui i Trattati si fondano: «Lasciare l’euro e restare nell’Unione Europea» (che non è il caso della Brexit, ma è comunque una posizione estremamente dura).

A poco serve ricordare la lunga analisi del britannico Perry Anderson, storico marxista, sulla prestigiosa London Review of Books, in cui partiva dall’idea di fondo di una crisi europea impossibile da limitare al terreno economico e che coinvolge la democrazia stessa. Ma Anderson andava oltre, riscontrando nella vita politica degli Stati membri le stesse linee di tendenza, in un processo osmotico di degenerazione della democrazia e di diffusione della corruzione in linea con l’avvento del dogma neoliberale, precisando che di questa deriva antidemocratica «la struttura dell’UE è al tempo stesso causa e conseguenza».

E a poco serve far notare che stamattina il Mirror (giornale da sempre a sostegno dei laburisti) sottolinea che le roccaforti del Labour hanno votato per la Brexit, disattendendo le indicazioni del loro partito.

Se chiedessi tre (tre) buone ragioni per restare in Europa, che però non contemplino le vuote parole “sogno”, “ideale”, “unione” forse costoro non riuscirebbero a fornirmele.

Fateci caso: quando si chiedono delle buone ragioni a sostegno del “Remain” non si offre mai una prospettiva positiva. Non si dice che bisognerebbe restare in Europa perché questo significherebbe un guadagno in termini di giustizia sociale e di democrazia, ma solo perché una rottura sarebbe peggio. Non si danno ragioni per restare, ma ragioni per non uscire. La difesa dell’Ue non si basa su prospettive di miglioramento delle condizioni di vita dei popoli, ma sulla minaccia del loro peggioramento. Una minaccia peraltro non così efficace, visto il peggioramento terribile che l’austerità europea ha generato.

E la cosa più irresponsabile, nonché più pericolosa, è che si sta lasciando il tema nelle mani dei fascisti e dei nazionalisti di ogni risma, solo perché non si ha voglia di abbandonare le proprie rassicuranti certezze e prendere atto della realtà: l’Unione Europea è un potere socialmente brutale e antidemocratico. Ignorare questo dato di fatto, perché nonostante tutto si vive bene e non si subiscono conseguenze rilevanti nelle proprie condizioni materiali di vita, renderà le destre fasciste sempre più forti.

Dopotutto, l’ascesa dell’estrema destra in Francia, Grecia, Ungheria e altrove non è slegata dalla politica dei partiti centristi europeisti, che lavorano all’erosione della democrazia parlamentare e contemporaneamente alla diffusione di paure sui migranti, la sicurezza nazionale, l’islam, temi su cui le destre estreme fanno festa.

La Fortezza Europa permette una relativa libertà di movimento per i lavoratori, ma ha appena firmato con la Turchia un patto contrario a qualunque umanità e che gronda sangue per spingere indietro i rifugiati.

Grecia_austerity_referendum_BrexitCosa ancora più importante, molti non hanno imparato la lezione greca: il gruppo maggioritario dentro Syriza è andato al governo pensando che avrebbe beneficiato di alleanze con altri “alleati democratici” in Europa per difendere la Grecia e la sua sovranità nazionale. Ha pensato che un Hollande, o un Renzi, avrebbero preso le loro difese. Una speranza che si è rivelata un’illusione. Per di più, la crescita elettorale dei nazisti di Alba Dorata è avvenuta proprio a seguito delle politiche di pagamento del debito dei partiti europeisti di centro in Grecia.

Se i nazisti in Grecia non sono giunti al potere, non è certo grazie ad un’alleanza tra la sinistra e le forze di centro “democratiche”. Anzi, il centro (politici e stampa compresi) ha coccolato i fascisti fino a quando questi non hanno oltrepassato il limite.

Non ci sono molti ragionamenti da fare per capire cosa significhi per noi restare dentro l’Ue: significa Maastricht, Lisbona, il patto fiscale, le leggi sulla concorrenza, ecc… insieme con la libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione. Significa privatizzazione e concorrenza nel settore pubblico. Significa limiti neoliberali sui prestiti e la spesa. Ciò significa che la gabbia di ferro della burocrazia, che codifica gli interessi e le esigenze del grande capitale, continuerà a stringersi attorno alle istituzioni rappresentative.

Questo è il motivo per il quale la maggior parte delle grandi imprese, il mondo finanziario e vicinanze del Regno Unito erano a favore del Remain. In questo contesto la destra estrema certamente guadagnerà ancora terreno. Perché la natura non democratica dell’Ue, la sua natura neoliberale allevano tutti i tipi di malcontento su cui i fascisti, che ovviamente del grande potere economico non certo sono avversari, mentono e prosperano.

Questo non significa che c’è una strada chiara e definita, una via “socialista” verso l’uscita dall’UE, quanto farsi portavoce delle lotte del mondo del lavoro che stanno riempiendo le piazze d’Europa per ribadire che solo una Costituente dei popoli, esclusi per trent’anni dal dibattito sulla politica economica di un’Europa su base tecnocratica, potrebbe salvare la zattera europea dallo schianto, politicizzandola e democratizzandola.

Contro le politiche liberiste e contro ogni opzione sciovinista nazionalista, xenofoba e reazionaria, con l’obiettivo della creazione di uno spazio europeo che possa garantire i diritti umani in tutte le loro dimensioni

Il punto è che mentre restare ha un significato ormai relativamente noto, lasciare invece no. Potrebbe essere una strada disordinata e forse oscura in cui la piccola borghesia della destra nazionalista forse si farebbe avanti.

Ma, per favore, se siete scettici di fronte alla possibilità di lasciare l’UE non ci dovete nemmeno vendere le istituzioni europee come se fossero un avversario di poco conto. È facile evitare la questione mettendo tutta l’enfasi sulla necessità di combattere le destre nazionaliste e fasciste, ma questo significa soltanto sottrarsi alla responsabilità verso le logiche conseguenze della posizione che si è deciso di assumere.

La minaccia fascista è reale e spaventosa e perciò non bisogna lasciare alle destre il monopolio della parola sulla natura socialmente brutale e antidemocratica delle istituzioni europee.

Perché, che vi piaccia o no, le istituzioni europee rappresentano un immenso ostacolo al conseguimento di una politica di sinistra. Non sono l’unico ostacolo, ma non bisogna comportarsi come se non fossero un ostacolo.

Scriveva Gallino:

Pare evidente che l’UE abbia smesso di essere una democrazia, per assomigliare sempre più a una dittatura di fatto, la cui attuazione, come vari giuristi hanno messo in luce, viola perfino i dispositivi già scarsamente democratici dei trattati istitutivi. Il termine potrà apparire forte, ma sia dia un’occhiata ai fatti.

Ignorare i fatti vuol dire ritrovarsi di fronte ad una nuova Grecia a cui viene detto cosa fare sotto il ricatto dello strangolamento finanziario, una nuova Idomeni dove chi scappa viene trattato senza umanità e respinto nel baratro, una nuova crisi in cui la sinistra sarà assente.

Assente.

Ma il “popolo di sinistra” in Italia ha tutte le risposte.

Peccato che abbia perso da un’eternità qualunque empatia con la sofferenza materiale delle persone.

E l’empatia, se non ce l’hai, è una cosa molto difficile da apprendere.

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