«Perché dovremmo boicottare il gay pride di Tel Aviv»

Questo articolo è apparso su Newsweek il 9 giugno 2017. Nel mese dedicato alle manifestazioni dell’orgoglio LGBTQI in tutto il mondo è importante ribadire ancora una volta che i diritti sono organici, esistono tutti assieme per tutti e tutte. Di conseguenza anche le lotte contro le oppressioni devono procedere assieme, incrociarsi e divenire organiche. Per questa ragione, come spiega l’attivista queer palestinese Haneen Maikey, si rivela necessario boicottare il gay pride di Tel Aviv, la cui edizione 2017 si è tenuta la scorsa settimana. Ho deciso di tradurre questo articolo, perché enuclea non solo un punto di vista ignorato nel dibattito italiano, ma un metodo di analisi e di lotta politica troppo spesso marginale. (Francesco Tronci)

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di Haneen Maikey 

Sono una palestinese queer che ha lavorato instancabilmente negli ultimi 10 anni per la diversità sessuale e di genere, così come per la visibilità LGBTQI nella società palestinese. E sono impegnata a combattere per la giustizia di tutti. Allora, perché chiedo un boicottaggio internazionale del Gay Pride di Tel Aviv questo giugno?

Il Gay Pride di Tel Aviv è fortemente sponsorizzato dal governo israeliano ed è cinicamente messo in campo per sviare l’attenzione dall’occupazione delle terre palestinesi e dalla violazione quotidiana dei diritti palestinesi.

Di cosa sto parlando? Bene, il governo israeliano ha fortemente investito in una campagna di propaganda per un “Marchio Israele che usa gli eventi culturali e i festeggiamenti per rappresentare il “volto più bello” di Israele in quanto luogo liberale e gay-friendly. Lo fa per nascondere e mantenere il sistema israeliano di violenza e discriminazione razziale in corso, sancito in decine di leggi contro i palestinesi autoctoni, queer e non-queer.

I funzionari israeliani coinvolti nel “nation-branding” hanno capeggiato la campagna del marchio Israele per cercare di cambiare l’immagine di Israele all’estero, da stato militarista e oppressivo che affronta una pressione crescente per le sue violazioni dei diritti umani a luogo attraente per il turismo e l’investimento, meritevole di supporto politico da parte dei liberali di tutto il mondo.

L’ambasciatore israeliano di base a New York ed ex comandante militare Ido Aharoni ha guidato la campagna mettendo assieme vari ministri del governo israeliano, inclusi l’ufficio del Ministro degli Esteri e del primo ministro, per lavorare con esperti di pubbliche relazioni e marketing allo scopo di migliorare l’immagine di Israele.

Secondo il sito web ufficiale del suo stesso Consolato, Aharoni è interessato principalmente ai «metodi di nation-branding» – cercare di creare «un cambiamento di paradigma nella percezione dell’immagine pubblica di Israele».

Nel frattempo Yaniv Weizman, portavoce del movimento LGBTQI della municipalità di Tel Aviv, parla apertamente della necessità di trasformare i visitatori gay e «ogni turista straniero» in «un ambasciatore» per Israele.

Nel corso degli ultimi 10 anni, il numero di turisti gay internazionali in Israele è decuplicato, da 6mila nel 2005 a più di 60mila nel 2016. Ciò non è dovuto a nessuna vita notturna eccezionalmente vibrante, ma a questa deliberata e a dire il vero efficace campagna di propaganda per fare un uso cinico della cultura gay al fine di mascherare, o di edulcorare, la sua violenza ininterrotta contro il popolo palestinese. Questa violenza include la realtà quotidiana di un’occupazione militare brutale che compie 50 anni questo mese, proprio durante il Pride di Tel Aviv.

Gli attivisti LGBTQI israeliani hanno essi stessi abbracciato gli sforzi della propaganda del governo accettando finanziamenti governativi e lasciando che la loro lotta per il rispetto e l’uguaglianza venga cooptata dalla campagna per il Brand Israele. Essi sono volentieri al servizio come ambasciatori negli sforzi di pinkwashing di Israele in tutto il mondo. Inoltre, la relazione tristemente acritica del movimento LGBTQI con il governo israeliano è resa evidente dai suoi sforzi di riformare l’esercito israeliano per renderlo più aperto alla comunità LGBTQI, senza ammettere la violenza quotidiana che lo stesso esercito perpetra contro i palestinesi. È pure evidente quando israeliani LGBTQI tentano di vincere delle elezioni in quanto candidati gay di partiti politici di destra, piuttosto che combattere per smantellare questi partiti e le loro brutali e discriminatorie politiche di governo.

Mentre la parata del Pride di Tel Aviv si svolge questo weekend, milioni di Palestinesi nelle vicine Cisgiordania occupata e Gaza segnano i loro 50 anni di vita sotto il dominio soffocante dell’esercito israeliano, che nega loro qualunque diritto politico e civile e controlla quasi ogni aspetto dei loro giorni. Immaginate un esercito straniero ostile che controlla la vostra vita e la vita della vostra comunità da mezzo secolo, rubando la vostra terra e costruendo insediamenti illegali sopra di essa, distruggendo case, imprese e terreni coltivati, e impedendovi di viaggiare liberamente per studiare, lavorare, ricevere cure mediche o visitare i vostri familiari e amici.

Immaginate di vivere circondati da checkpoint militari e da un muro lungo quattro volte il muro di Berlino, e in alcuni posti alto il doppio. Immaginate questo potere straniero che usa ripetutamente una forza brutale, inclusi bombardamenti e raid aerei, per rafforzare il suo dominio oppressivo. Immaginate tutto questo, e avrete un barlume di ciò che l’occupazione militare israeliana ha significato per milioni di palestinesi.

Nel frattempo i palestinesi che vivono all’interno di Israele continuano a essere sottoposti a decine di leggi razziste che hanno legittimato il loro status ineguale sin dalla nascita di Israele nel 1948. Da allora abbiamo affrontato una sempre crescente politica di sradicamento delle nostre comunità palestinesi all’interno dell’odierno Israele, mentre si nega ai rifugiati palestinesi il loro diritto al ritorno, sancito dalle Nazioni Unite, perché possano tornare alle loro case e alle loro terre da cui furono espulsi durante la creazione di Israele.

Non ci può essere pace duratura o anche soltanto pace fino a quando ai palestinesi che vivono all’interno di Israele, a Gaza e nella Cisgiordania occupata non sarà garantita la piena uguaglianza nella loro patria, e ai rifugiati palestinesi non sarà garantito il loro diritto al ritorno.

Come attivista queer palestinese sono incoraggiata dal fatto che per il secondo anno consecutivo gli attivisti LGBTQI palestinesi e i loro alleati nel movimento di boicottaggio BDS stanno chiedendo un boicottaggio del Pride di Tel Aviv e degli eventi collegati come il TLVFest, riconoscendoli come una manifestazione del pinkwashing israeliano volto ad oscurare e normalizzare i crimini e le violazioni dei diritti umani di Israele.

I nostri sforzi stanno pagando. Per esempio, un’ “onda” di cancellazioni da tutto il mondo ha colpito il Tel Aviv International LGBT Film Festival.

Il pluripremiato regista sudafricano John Trengove, il cui film è programmato per essere l’evento di apertura del festival, ha cancellato la sua partecipazione, scrivendo: «Sono giunto a credere che fino a quando in Israele prevalgono le circostanze attuali, un boicottaggio rigoroso di TUTTE le iniziative finanziate dal governo è necessario. Come sudafricano ho un’esperienza di prima mano di come i boicottaggi aiutarono la trasformazione democratica e perciò ho deciso di aggiungere il mio nome e la mia voce al boicottaggio di questa iniziativa israeliana».

Trengove si è unito a un numero crescente di artisti, sindacalisti, attivisti religiosi, accademici, studenti e altri in tutto il mondo i quali supportano le aspirazioni del movimento BDS per assicurare libertà, giustizia e uguaglianza ai palestinesi.

Il mio lavoro nel movimento queer palestinese mi ha insegnato che la solidarietà LGBTQI non deve mai esistere a spese di altre lotte di emancipazione, inclusa la lotta dei palestinesi queer contro la discriminazione razziale istituzionale, che rispecchia la definizione di apartheid delle Nazioni Unite, e l’occupazione militare israeliana. So bene che non c’è nessuna porta rosa attraverso il muro razzista e illegale di Israele che accoglie i palestinesi queer mentre opprime gli altri.

Le mie lotte si intersecano e non possono essere separate. Mi rifiuto di usare il mio essere queer per cancellare altri luoghi di oppressione attorno a me. Vi collocherete dalla parte giusta della storia, assieme a me?

Haneen Maikey è la co-fondatrice e direttrice di “AlQaws for Sexual & Gender Diversity in Palestinian Society,” un’organizzazione LGBTQI con origini palestinesi. Maikey è anche parte del gruppo “Pinkwatching Israel”, lanciato da palestinesi queer e attivisti arabi per rivelare gli sforzi di pubbliche relazioni di Israele per coprire le sue violazioni dei diritti umani attraverso la rappresentazione di sé come di un posto gay-friendly e progressista.

L’articolo originale apparso sul sito di Newsweek è a questo link.

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