Allucinati

La settimana scorsa ritmi serrati mi hanno impedito di accedere al social network. Si è trattato a conti fatti di una felice casualità, dato che non avrei potuto schivare facilmente il nubifragio di sciocchezze sui fatti siriani che, a seguito dell’attacco franco-anglo-americano, ha di colpo inondato l’arida landa virtuale della sinistra, da sette anni rigorosamente blindata a qualunque minimo slancio di interesse verso un paese ormai ridotto in polvere e una popolazione sottoposta a ogni mostruosità, immaginabile e non.

E con la stessa insensata e scomposta irruenza delle acque alluvionali, quest’improvvisa precipitazione ha creduto di rinverdire una solida consapevolezza (la lotta contro l’imperialismo americano) mentre, travolgendo lo stupore di molti (compreso il mio), celebrava la propria allucinazione.

Perché la quasi totalità della sinistra sul social network, improvvisamente levandosi da un sonno sepolcrale, ha dato voce a un’allucinazione: “Oggi è guerra degli USA contro la Siria”.

Lo abbiamo appreso: quando della propensione all’analisi resta solo un tronco secco, le sue naturali propaggini (il background storico degli eventi, la loro dimensione sociale e non solo politico-internazionale, un approccio dialettico, persino una banale relazione causa-effetto) sono fronde cadute al suolo, in decomposizione.

Ormai quel che la sinistra riferisce sulla Siria è un’affermazione fossilizzata in un eterno presente: non ha radici e, di conseguenza, non deve avere nemmeno un riscontro a posteriori.

Assistiamo alla sporadica e pirotecnica accensione della propria indiscutibile narrazione, un fremito identitario acceso da un attacco missilistico di assoluta banalità che ha colpito bersagli poco più che simbolici e in cui, rullo di tamburi, tutto lascia pensare a un’operazione concordata tra Mosca e Washington.

Sarebbe semplice ammettere di non aver capito molto di questa lunga storia e di non essere in grado di rispondere alle innumerevoli sollecitazioni che la realtà si incarica di fornire a chi vorrebbe essere progressista e solidale assieme, contro tutto ciò che non dovrebbe mai apparirci tollerabile: bombardamenti degli imperialismi dell’ovest *e anche* dell’est, così come dittatori e fondamentalisti di varia estrazione.

Chi si siede alla sinistra del reale, con l’ambizione di modificare il reale, non può in nessun modo permettersi di ignorare, né cingersi di slogan o concedersi il privilegio di adagiarsi su semplificazioni sintetiche e appaganti, scansando domande alle quali non si è in grado di rispondere. E invece gli ultimi giorni dimostrano che non siamo più neanche sul terreno delle convinzioni erronee. Siamo approdati al semplice, netto e lineare automatismo delle convinzioni.

Dopo altri dodici mesi di sollecitazioni e spunti di riflessione non avrei creduto di dover assistere a una così incredibile reiterazione. Come se nulla fosse, come se nulla ci fosse stato.

Oggi sono stato invitato a parlare del dramma siriano in un liceo e ho dovuto cercare una soluzione al problema della sintesi di una vicenda lunga e complessa. Ma non è sintesi la presunta formula aurea che la sinistra ha improvvisamente disseminato la scorsa settimana (“E’ la guerra dell’imperialismo USA contro la Siria”), bensì una fuorviante semplificazione di rado spruzzata di ipocrita compassione per “le vittime civili”, ché tale è la compassione quando non guarda tutte le mani che esercitano il male.

Per quanto ogni considerazione di merito non serva a smuovere un infantilismo inamovibile, è sufficiente ricordare che gli USA hanno iniziato a bombardare la Siria nel settembre 2014. A volte per sostenere Assad, altre volte per contrastarlo.

Il primo genere di intervento, quello a sostegno di Assad, avviene quotidianamente da quattro anni, nel corso dei quali gli USA hanno scaricato decine di migliaia di bombe e di missili, hanno ucciso migliaia di civili, hanno schierato soldati sul terreno e forze speciali embedded con i curdi dell’YPG, stabilito basi aeree nel Rojava, polverizzato il 90% di Raqqa e inondato città con il fosforo bianco. Bombardamenti, si badi bene, a sostegno (seppur indiretto) del regime siriano. Nessun pacifista o antimperialista ha battuto ciglio. Mai.

Di rado gli USA hanno anche bombardato la Siria per opporsi ad Assad: un bombardamento contro tre strutture vuote venerdì 13 aprile, un altro bombardamento contro una base aerea evacuata un anno fa dopo l’attacco chimico di Khan Shaykhun e infine la minaccia di bombardamenti a seguito dell’attacco chimico di Ghouta nell’agosto 2013 (bombardamenti mai avvenuti). Ma, guarda caso, in queste tre sporadiche occasioni si è levato il coro del già definito da altri “antimperialismo degli imbecilli”.

Chi ha contestato i bombardamenti USA a sostegno del regime di Assad (che sono la totalità dei bombardamenti USA dal 2014 ad oggi) ha rischiato di essere teoricamente definito un “sostenitore dell’ISIS”. Sono i frutti di quel discorso noto come “guerra al terrore”. Come ho già scritto in passato, Israele lo usa per giustificare il bombardamento di Gaza (“Eppure c’è Hamas!”), Bush fece lo stesso per giustificare l’invasione dell’Iraq (“Sei un sostenitore di Al Qaeda?”). Stranamente chi si opponeva a questa narrazione in occasione dell’invasione dell’Iraq nel 2003 se l’è bevuta rispetto alla Siria. Niente manifestazioni o movimenti d’opinione di protesta della sinistra contro i bombardamenti USA e le conseguenti migliaia di vittime. Sonno sepolcrale di pacifisti, antimperialisti, opinione pubblica.

D’altro canto però, in questa puerile ricostruzione della realtà, se è accettabile dormire quando le bombe USA non colpiscono il regime, è invece *fondamentale* opporsi ai bombardamenti USA se sono contro il regime di Assad: chi non lo fa potrebbe teoricamente essere ritenuto un “sostenitore dell’imperialismo USA in Siria”. 

In realtà gli USA non hanno mai voluto spodestare il regime siriano, perché la Siria non è l’Iraq (e anche qui si rischierebbe di ripetere a vuoto concetti già approfonditi). Stati Uniti e Russia, al di là di differenze formali, hanno da sempre collaborato per mantenere il regime al potere. La stessa Theresa May ha dichiarato in televisione giorni fa che “non si tratta di intervenire in una guerra civile né di un cambio di regime”. E dovrebbe essere chiaro ancora una volta che colpire per punire il regime e impedirgli (?) di usare in futuro armi chimiche è cosa diversa dal colpire per distruggere il regime: colpire per punire implica un’implicita accettazione della sua sopravvivenza.

Non dovrebbe interessarci direttamente quale dei due imperialismi tutelerà meglio i propri interessi nell’area, e lo stesso dovrebbe dirsi per Iran, Turchia, Qatar, Arabia Saudita. 

Ovviamente sto parlando dei bombardamenti USA che colpiscono i civili con la consapevolezza che sette anni di attacchi contro la popolazione da parte di un regime genocida e fascista e tre anni di imperialismo russo, giunto in Siria per divenire ciò che gli USA furono per il Vietnam, sono ritenute assolute banalità da parte dello starnuto di indignazione di cui sopra.

L’opposizione a un intervento straniero, se è tale, deve essere un’opposizione a un intervento straniero, non a un intervento straniero contro il regime di Assad.

Allo stesso modo qualunque opposizione a un intervento straniero in Siria deve essere contro ogni intervento straniero in Siria, non solo contro l’intervento occidentale in Siria.

Diversamente, non è dei siriani che ci si sta preoccupando, ma della tenuta della traballante narrazione che la sinistra ha costruito su realtà patite da altri e che, in modo miope, ha già provocato una negazione delle sofferenze di milioni di individui assieme a uno scivolamento del discorso a destra del discorso sulla Siria a livello globale.

L’imperialismo può dormire sonni tranquilli, se la sinistra che pensa di opporvisi è stata capace di incasellarsi in un ruolo così cieco, automatico e perciò inoffensivo. Quelle palpebre sono già tornate serrate a delineare un nuovo sonno letargico da cui nessun chiarore potrà destarla.

E, per il settimo anno, il 25 aprile è alle porte.

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