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Aleppo, il lugubre capodanno di una sinistra deceduta

ALEPPO, IL LUGUBRE CAPODANNO DI UNA SINISTRA DECEDUTA

Una lenta impazienza Francesco Tronci

Nato nel 1985, salentino, da sempre appassionato di studi storici e di storia dell’arte, cinefilo. Laureato in Relazioni Internazionali, ho studiato a Lecce e a Roma. Parlo della sinistra: parole chiare e radicali, prima che sia troppo tardi.

Francesco TronciUna Lenta Impazienza

Dicembre 2016: attraverso un’orgia di distruzione e morte che non ha precedenti in tempi recenti, Aleppo est è stata letteralmente liquidata. Mentre tra le sue rovine andava in scena l’atto finale di una guerra deliberata contro i civili e i quartieri liberati della parte orientale della città, non controllati dal regime di Assad né dalle forze jihadiste, in Europa si consumava lo spettacolo grottesco della perdita della decenza morale e dell’umana compassione, o in alternativa della pigrizia intellettuale e dell’indolenza.

Quanto avvenuto lo scorso dicembre è troppo grave perché si possa rimuoverlo frettolosamente: la denuncia del suicidio della sinistra di fronte al genocidio siriano sarà sempre insufficiente. È perciò doveroso chiamare per nome e cognome quella parte della società italiana (ed europea) che si dice di sinistra (sia radicale che riformista), perché sappia e perché ricordi: per capirsi, in Italia significa interrogare tutta l’opinione pubblica che si colloca politicamente a sinistra del PD, a prescindere dal fatto che attualmente abbia o meno un partito di riferimento.

Dietro il disastro umanitario della guerra civile siriana c’è una crisi politica grave che l’opinione pubblica a sinistra non ha compreso: non solo una vergognosa mancanza di sdegno per i massacri dei civili, ma un’incredibile incapacità di guardare la realtà.

*****

Lo scorso 11 dicembre, una domenica mattina, mentre facevo colazione di colpo pensai: «Se siamo giunti a questo punto, allora siamo perduti». Che cosa mi aveva suscitato un pensiero del genere? L’estrema banalità di una situazione, come può essere il ripetitivo atto del fare colazione, è spesso in grado di preannunciare fino a quale livello di ordinarietà si è insinuata la banalizzazione del male

Il male banalizzato ha una sua gentile brutalità: quella mattina si era incarnata nella voce fioca, mediocre, per nulla stentorea del giornalista di un piccolo programma della domenica mattina il quale, senza alcun clamore, affermava: «L’esercito di Assad sta per conquistare la città di Aleppo. A breve essa sarà liberata dai terroristi dell’ISIS. La vittoria si avvicina».

A turbarmi non fu solo l’assoluta ignoranza dei fatti nudi e crudi denunciata da queste parole, ma soprattutto quell’incredibile abito di ordinarietà addosso a una falsità così rozza e meschina. Consapevole o meno, il giornalista sapeva di dire ciò che l’opinione pubblica aveva sentito fino ad allora e che quindi si aspettava di sentire ancora, anche la domenica mattina in un piccolo programma televisivo senza gloria e senza onore.

Il fallimento morale non deve necessariamente avere il volto stravolto da furore rovente. Può anche insinuarsi discretamente, occupare gli spazi lasciati vuoti dal pregiudizio o dalla pigrizia intellettuale e lentamente sfumare, perdere i contorni e farsi pensiero fugace. L'orrore è banalizzato e non ripugna più.

Al sentire quelle parole, ciò che già si era delineato all’inizio delle rivoluzioni arabe del 2011 mi sembrò ricevere una sanzione finale: la diga della decenza morale aveva ceduto e, tracimando, quel bacino di menzogne, semplificazioni e propaganda che essa tratteneva aveva travolto ogni discorso sulla liberazione dell’essere umano e sui diritti umani, ogni attitudine antimilitarista, ogni solidarietà ai popoli in lotta, ogni principio di autodeterminazione, ogni insegnamento della resistenza antifascista, ogni studio su cosa sia essenzialmente una rivoluzione, perfino ogni attitudine all’approfondimento prima di parlare.

Nessuna opinione pubblica di sinistra, radicale o moderata, si era sollevata contro la carneficina siriana scatenatasi negli anni precedenti in risposta alla rivoluzione popolare: non lo avrebbe fatto nemmeno per opporsi all’ultimo atto che stava per andare in scena tra le rovine di Aleppo est. Fatta eccezione per una parte minoritaria della sinistra, che si era posta al fianco delle persone consapevoli e moralmente non assopite, quella diga era saltata in aria proprio ad opera della sinistra, ad opera di chi aveva sempre detto di lavorare alla liberazione dell’essere umano.

La sinistra radicale che si definisce “antimperialista”, trincerata nelle sue convinzioni tanto rassicuranti quanto prive di qualunque fondamento storico, avrebbe applaudito al boia di Damasco e, nella remota ipotesi in cui qualcosa le avesse turbato il sonno, essa avrebbe operato una micidiale rimozione freudiana.

L’altra sinistra, quella maggioritaria, ovvero la sinistra mainstream (per capirci, quell’area situata tra i due limiti del PD, da un lato, e della sinistra radicale, dall’altro), che non ha mai spiegato il motivo del suo silenzio reiterato e puerile (sperava forse di passare inosservata?) avrebbe guardato alle piccole cose di casa nostra e celebrato ancora una volta la sua già nota inconsistenza nel modificare la realtà, pur parlandone abbondantemente.

Fatta eccezione quindi per una sinistra minoritaria che aveva ascoltato, sostenuto e solidarizzato con le aspirazioni della rivoluzione siriana sin dagli esordi, il resto della sinistra era annegato. Le vittime sarebbero state massacrate e nessuno avrebbe fermato la mano del boia.

Sapremmo assai di più della complessità della vita se ci fossimo applicati a studiare con determinazione le sue contraddizioni, invece di perdere tanto tempo con le identità e le coerenze, le quali hanno il dovere di spiegarsi da sole.

Saramago fa pronunciare queste parole all’artigiano Cipriano Algor, protagonista di uno dei suoi romanzi più meditativi, La caverna, in cui egli rivisita il mito della caverna di Platone attraverso il Centro, una costruzione gigantesca che fagocita la città e ne plasma la fisionomia. Ovviamente il Centro è una metafora della caverna platonica (al tempo della globalizzazione), quindi rievoca l’opinione passiva, il pensiero acritico adagiato sulle proprie rassicuranti certezze. Mi resi così conto di come la sinistra stesse muovendosi tra le ombre di una caverna senza averne alcuna consapevolezza, senza rendersi conto della gravità di un tale disastro politico, intellettuale e morale, e delle sue conseguenze. 

Che cosa aveva permesso a un anonimo giornalista di esprimersi in quel modo? Chi aveva legittimato le sue parole? Una sinistra, moderata e radicale, che in forme diverse aveva dato il peggiore spettacolo di sé degli ultimi decenni.

Gennaio 2017: ecco come appare la "liberazione" di Aleppo est
Gennaio 2017: ecco come appare la "liberazione" di Aleppo est

La sinistra "antimperialista": mentire, tacere, calunniare, negare

Nessun massacro di massa potrebbe avere luogo senza una combinazione letale di menzogna e disumanizzazione. Per poter uccidere in modo massivo bisogna mentire pervicacemente e al tempo stesso calunniare le vittime, disconoscere in loro qualunque umanità, condannarle a un destino spacciato come inevitabile (e perfino meritato).

Israele lo fa da sempre per poter opprimere e massacrare il popolo palestinese, gli USA lo hanno fatto abilmente per condurre la loro criminale guerra in Iraq nel 2003. Per poter permettere ad Assad e ai suoi alleati di mettere in scena una guerra contro una rivoluzione popolare, una guerra costellata di azioni già valutabili come crimini di guerra e crimini contro l’umanità, la sinistra radicale che si definisce “antimperialista” (la stessa che giustamente mostrava indignazione e sconcerto per le vittime irachene e palestinesi) ha dovuto tacere su molte cose e mentire su molte altre. Perché a quanto pare ci sono popoli che meritano e popoli che non meritano solidarietà, rivoluzioni popolari vere e rivoluzioni popolari artefatte. A stabilirlo, ovviamente, è sempre una sinistra occidentale impreparata a capire il mondo e a interpretarlo, e il cui giudizio è definitivo e inappellabile. Gli arabi dovrebbero saperlo: le vere rivoluzioni le fanno gli europei, perciò da quelle parti avrebbero dovuto dotarsi di un dettagliato decalogo per non incorrere nella condanna dei veri intenditori di rivoluzioni (tra cui molti che negli ultimi venti anni hanno prestato il fianco a governi liberisti di centrosinistra, salvo pentirsene).

In genere chi calunnia la lotta del popolo palestinese per difendere l’oppressione dello stato israeliano manomette il dibattito in due modi:

- non esistono fatti, al massimo esistono punti di vista e ovviamente quello delle vittime palestinesi non gode della stessa credibilità di quello dell’oppressore israeliano;

- la discussione è tutta forzatamente incentrata sull’attualità, con l’obiettivo di evitare un passato di violenze e di espulsione contro il popolo palestinese che risulta disturbante, inammissibile e che tutt'al più bisogna negare.

La rivoluzione siriana è stata vittima della stessa strategia, ma stavolta ad opera di una parte consistente della “sinistra”: negazione o rimozione dei fatti e, quando non era possibile, riduzione degli stessi a discutibili “opinioni”. Tutto questo avviene, particolare determinante, sullo sfondo di una scomparsa eclatante: la storia recente e passata della Siria non c’è, ignorata o dimenticata. A leggere ciò che scrive questa sinistra in difesa del regime siriano, infatti, ci si accorge di un’ipocrisia di fondo: queste analisi sono sempre focalizzate sul presente (un presente ovviamente manomesso, da cui la rivoluzione popolare viene cancellata), mentre non è possibile trovare neanche un accenno a ciò che fu il regime siriano dal colpo di stato militare di Assad padre fino al 2011. Questo cosa significa? Significa che si difendono le ragioni di un regime (e si negano quelle di una rivoluzione popolare contro di esso) senza ammettere apertamente e dettagliatamente (o peggio, senza sapere esattamente) a che cosa si sta offrendo il proprio sciagurato supporto.

Ma il caso di Israele è molto istruttivo anche per un altro aspetto, ovvero la volontà di eguagliare oppressori ed oppressi: perché gli attori cambiano, ma i procedimenti sono gli stessi. Se questa “sinistra” radicale non ammette l’esistenza di crimini compiuti da parte del regime siriano e dei suoi alleati un altro pezzo di essa, pur riconoscendo l’esistenza di crimini contro i civili, afferma: «Tutti commettono crimini contro i civili in Siria».  

Ogni volta che si parla dei crimini che Israele compie contro le popolazioni civili della striscia di Gaza e del sud del Libano, molti a destra (liberali e pro-Israele, ma anche qualche voce della sinistra moderata) replicano: «Anche Hamas e Hezbollah compiono crimini, seppur in misura minore, e anch’essi sono reazionari». Dunque, costoro equiparano gli attori in campo e i loro crimini. La Siria è finita in un discorso simile, ma ad opera di una certa parte della “sinistra”: ammettendo la semplicistica dicotomia «regime Vs ribelli» da essa utilizzata, questa sinistra afferma che entrambi gli attori commettono crimini e perciò vanno condannati nella stessa maniera, anche se è risaputo che il regime commette dei crimini in modo più sistematico e più massivo.

Israele e Siria rappresentano ovviamente casi diversi (Israele è uno stato coloniale di popolamento e di apartheid, mentre la Siria degli Assad è un regime autoritario patrimoniale diretto dalla stessa famiglia da più di 40 anni), ma tali differenze non sono importanti in questo discorso. Allo stesso modo è ovvio che qualunque attacco sui civili è criminale, chiunque ne sia l’autore, e va condannato sistematicamente: un civile è un civile. Ma il discorso cui mi riferisco ha un enorme problema di fondo, perché la volontà di eguagliare oppressori ed oppressi significa:

-Non puntare il dito contro il responsabile principale, e farlo senza «Sì, ma…»;

-Rimuovere l’origine della situazione politica attuale (Come si è giunti a questo punto? Chi ha dato inizio alla repressione?);

-Dimenticare la differenza nei mezzi a disposizione dei due attori;

-Dimenticare chi è l’oppressore: da un lato il decennale sistema di apartheid, razzista e coloniale, di Israele, nonché le invasioni e i bombardamenti del sud del Libano, dall’altro il sistema oppressivo e autoritario di Assad, le sue vittime, gli spostamenti di massa e via dicendo;

-Dimenticare il ruolo di entrambi questi oppressori nella repressione dei gruppi progressisti e democratici per favorire la crescita di gruppi confessionali e fondamentalisti;

-Dimenticare che opporsi a un oppressore non significa accettarne un altro: si può essere oppositori radicali di Hamas e di Hezbollah (nel caso di Israele) e dei gruppi fondamentalisti presenti in Siria come Daech, Al-qaeda, Ahrar Sham, Jaysh al-Islam e delle loro politiche autoritarie e al tempo stesso opporsi alle guerre criminali contro le popolazioni civili di Gaza, del sud del Libano e della Siria in nome della «lotta al terrorismo» o della «legittima difesa».

Sconfiggere il fondamentalismo con la guerra è un’illusione per ingenui. Se non si rimuovono le condizioni oppressive che portano alla sua nascita la guerra non potrà che rafforzarlo. E quali sarebbero le condizioni oppressive da rimuovere? Bisognerebbe opporsi a Israele e al regime di Assad (così come agli altri regimi autoritari) e alle loro guerre, e al tempo stesso sostenere seriamente i gruppi democratici e progressisti perché possano lottare per un cambiamento radicale della loro società contro Hamas, Hezbollah e gli altri gruppi fondamentalisti islamici che non rappresentano assolutamente alternative democratiche e progressiste. Si tratta di sfumature. Ma questa “sinistra”, se le comprende nel caso della Palestina, le ignora o le rimuove nel caso della Siria.

Aleppo est sotto assedio, 2 dicembre 2016
Aleppo est sotto assedio, 2 dicembre 2016

È a dir poco vergognoso che la sinistra occidentale abbia fatto affidamento esclusivamente sui propri osservatori (il più delle volte ignoranti e ideologicamente offuscati): ad esempio, i giornalisti Patrick Cockburn e Robert Fisk hanno semplicemente cancellato la rivoluzione siriana dai loro articoli sulla Siria, descrivendo la situazione come un conflitto geopolitico tra gli USA e i loro delegati, da una parte, e il regime di Assad e i suoi alleati russi e iraniani dall’altra.

Invece essa avrebbe dovuto mettersi alla ricerca delle analisi dei siriani progressisti, gente che comprende davvero il proprio paese e il proprio popolo grazie a un’esperienza di prima mano, di vita e di lotta. Specie quando la Siria vanta, ad esempio, pensatori del calibro del dissidente comunista siriano Yassin al-Haj Saleh, sicuramente uno dei più importanti intellettuali del mondo di oggi. C’è da dire che la prospettiva italiana è stata ancora più limitata, dato che nel nostro paese questa sinistra radicale si è fermata molto prima, accontentandosi di rilanciare qualunque panzana circolante sul web. Perché non chiedersi chi è Yassin al-Haj Saleh? Perché non leggere la sua biografia personale e politica? Come si può indirettamente dileggiare persino chi ha pagato un prezzo carissimo per le proprie idee e la propria militanza di sinistra?

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Assad e i suoi alleati hanno potuto compiere crimini su larga scala senza che alcuna vera indignazione generale si mettesse di traverso soprattutto perché questa “sinistra” antimperialista ha negato, calunniato, mentito e taciuto. L’elenco è molto lungo:

Hanno negato che il regime siriano di Bashar al-Assad fosse una dittatura guidata da un clan senza legge che ha preso il potere più di 45 anni fa con un colpo di stato militare e il cui unico scopo è di esercitarlo per sempre («Assad or we burn the country», gridano i suoi sostenitori);

Hanno negato che la rivoluzione siriana si estese per mesi in maniera pacifica, coinvolgendo tutte le comunità religiose ed elaborando forme originali di autogoverno;

Hanno negato che agli esordi non ci fu neanche la richiesta di rovesciare il regime: i manifestanti chiedevano delle riforme, e solo dopo mesi di brutale repressione passarono dalla richiesta di riforme al chiedere la caduta di Assad;

Hanno negato che, prima della nascita di un’opposizione armata, la rivoluzione si fondò su un’opposizione politica non violenta. Hanno cioè negato l’esistenza dei Comitati di coordinamento locale, organismi contro ogni settarismo e intenzionati a giungere a un abbattimento non violento del regime: organizzavano e documentavano le manifestazioni, coordinavano le proteste e, quando il governo iniziò a rispondere con la repressione e il conflitto si militarizzò, passarono a fornire aiuto umanitario alle comunità attaccate e assediate dal regime, distribuendo cibo e medicine, assistendo i detenuti nelle prigioni del governo e denunciando le violenze del regime e di alcune fazioni ribelli inaffidabili;

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"

«Noi, le donne, partecipammo alla rivoluzione per rovesciare il tiranno e non perché ci imponessero un “guardiano” e abiti “legittimi e accettabili”».

Le donne del Comitato di coordinamento di Salamiyya, 16 dicembre 2015

Hanno negato che la repressione brutale e settaria di Assad colpì senza pietà l’opposizione non violenta: il regime sparò sulle manifestazioni, decine di migliaia di manifestanti pacifici furono imprigionati e torturati, l’esercito portò avanti campagne di stupri nei quartieri ribelli contro migliaia di ragazze e di donne, anch'esse arrestate, torturate e sottoposte ad abusi spaventosi, mentre migliaia di siriani (singoli o intere famiglie, bambini compresi) svanivano nel nulla divenendo desaparecidos e i barili bomba cominciavano ad essere lanciati indiscriminatamente sulle città liberate. Gli abusi del regime sui manifestanti pacifici avevano il chiaro scopo di incendiare la rabbia popolare e indurre il popolo alla rivolta armata abbandonando quella pacifica. Significativa in tal senso fu la pratica di riconsegnare alle famiglie i corpi mutilati e sfigurati dei cittadini sottoposti a tortura: se ogni dittatura nasconde le proprie atrocità, quella siriana desiderava che fossero visibili e note in modo da far infuriare la popolazione.

Nonostante tutto ciò le organizzazioni della società civile non sono scomparse. È la loro stessa esistenza che spiega la durata della rivolta e l’inaudita ferocia del regime contro i civili: esse costituiscono la più grande minaccia per il regime e per i gruppi fondamentalisti.  La varietà, la ricchezza e l’originalità della loro rivoluzione, così come la produzione di cultura ribelle senza precedenti che esse hanno favorito, è pressoché sconosciuta in un mondo piegato sulla narrativa anti-rivoluzionaria del regime e in cui la sinistra ha completamente abbandonato la rivolta;

Hanno negato che fu questa repressione sistematica a costringere la rivolta alla militarizzazione;

Hanno negato che al crescere della brutalità del regime contro i manifestanti pacifici l’esercito di Assad fu dilaniato dalle defezioni, defezioni da cui nacque l’Esercito Libero Siriano, di cui hanno negato la legittimità;

Hanno negato che quelle che chiamano le “forze armate siriane” semplicemente non esistono più. Diminuendo il suo potere sul terreno a causa delle defezioni, Assad dovette ricorrere all’aiuto esterno in maniera spropositata. Il regime dei mullah iraniani rispose all’appello e per combattere la battaglia di terra giunsero in Siria numerosi mercenari sciiti: gli iraniani schierarono l’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione e assieme ad esso milizie libanesi (principalmente Hezbollah), milizie afghane, pachistane e irachene. In seguito, la Russia inviò aerei e soldati, oltre a gruppi mercenari paramilitari. Quelle che essi continuano a chiamare “forze armate siriane” non sono altro che una crudele forza straniera che supporta Assad contro il popolo siriano;

Hanno negato i bombardamenti sui civili, l’uso di armi chimiche e di barili bomba da parte del regime;

Hanno negato il sacrificio nelle file della rivoluzione di centinaia di palestinesi che vivevano in Siria, morti sotto tortura o sotto assedio, e hanno negato le voci critiche di altri palestinesi fuori dalla Siria che contestavano duramente la solidarietà selettiva di questa sinistra;

Hanno negato le motivazioni imperialiste dell’intervento russo in Siria e hanno negato i massicci bombardamenti russi contro la popolazione civile;

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Intervento russo in Siria: un anno dopo (rapporto del 29 settembre 2016)

Hanno negato le espulsioni seguite alla resa di molte città: negli ultimi mesi ci sono stati trasferimenti forzati della popolazione attorno alla capitale e ad Homs, a Zabadani, Daraya, Al Tal, Moadamiya e Al Waer;

Hanno negato l’occupazione iraniana del paese;

Hanno negato il carattere fondamentalista degli alleati iraniano e libanese, i quali oggi celebrano in modo settario la conquista della città di Aleppo e della Siria come fosse una redenzione sciita del paese;

Hanno negato la tolleranza di tutti gli attori statali coinvolti (regime siriano, Russia, Iran, USA, Arabia saudita, Turchia) verso la crescita dell’Isis;

Hanno negato le ottime relazioni tra l’imperialismo russo e Israele;

Hanno negato le nuove relazioni tra Russia e Turchia: molte delle brigate sostenute dalla Turchia abbandonarono Aleppo in agosto per unirsi all’intervento turco contro l’Isis e i curdi nel nord della Siria. È stata questa assenza ad incidere pesantemente sulle ultime settimane di assedio. Non è casuale che Erdogan, nonostante il suo simulato appoggio ai ribelli, sia sempre rimasto in silenzio rispetto agli eventi di Aleppo e che i turchi abbiano dichiarato di non opporsi alla presenza di Assad al potere per un periodo di transizione. La Turchia non ha fatto altro che aderire ad un accordo per la spartizione imperialista del potere in Siria con russi e iraniani: Aleppo a loro, Jarablus e altre zone del nord al confine alla Turchia. Perché la priorità turca è stata a lungo combattere le forze curde più che deporre Assad;

Hanno negato l’acquiescenza degli Stati Uniti non solo nei confronti dell’intervento russo, ma anche della preservazione del regime siriano attraverso la cosiddetta “soluzione yemenita” che Obama ha sempre ritenuto il modello da seguire anche in Siria: mettere Assad da parte ma mantenere intatto il suo regime, preferibilmente con figure ritenute affidabili e associate con la rivolta. L’amministrazione Obama sperava così di usare alcune figure dei ribelli per riformulare una dittatura con un nuovo volto. Ma Assad è rimasto al suo posto, sia perché gli USA decisero di non intervenire militarmente dopo l’uso di armi chimiche da parte del regime, sostenendo la risoluzione russa che proteggeva il tiranno, sia perché hanno sempre negato ai ribelli quell’armamento pesante fondamentale per fermare l’assalto di Assad.

Oggi gli USA hanno accettato un’alleanza di fatto con la Russia nella lotta contro l’Isis: l’odiato despota siriano può così restare al suo posto e l’opposizione siriana democratica è stata abbandonata alla mercé di un regime brutale e dei suoi alleati.

È lecito supporre che il momento determinante fu proprio l’accordo sulle armi chimiche siriane del settembre 2013 in cui gli USA furono partner della Russia. Tutti gli attori guadagnarono qualcosa da quell’accordo: il regime ottenne la possibilità di restare in piedi, essenziale per un regime che è per sua costituzione determinato a governare per sempre; la Russia guadagnò la possibilità di salvare dal crollo un regime che considera suo cliente; gli USA poterono disarmare Assad privandolo delle sue armi chimiche, e in tal senso anche Israele ne guadagnò. Gli unici a perdere tutto con quell’accordo furono i siriani democratici in lotta contro la dittatura. A tre settimane dall’attacco chimico di Ghuta, l’accordo concedeva al killer di quasi 1500 persone una nuova licenza per ucciderli, ma con altri mezzi: barili-bomba, aerei, persino gas al cloro. In questo modo le possibilità di una soluzione politica furono completamente dissipate. Da quel momento il regime di Assad sapeva che non avrebbe ricevuto alcuna seria pressione da parte degli USA o di altre potenze. Ecco perché in questi sei anni il regime non ha concesso neanche la più piccola parte del suo potere a qualche figura di opposizione: perché non si può raggiungere una soluzione politica se il regime possiede la licenza di proseguire il massacro senza incontrare alcuna seria resistenza;

Hanno negato che l’imperialismo occidentale o regionale (Stati del Golfo, Turchia) che ha supportato le opposizioni non supportò mai la “rivoluzione siriana”, bensì solo quei gruppi armati che essi hanno ritenuto funzionali ai propri interessi in Siria;

Hanno negato che una buona parte dell’ondata di rifugiati che scappavano in Europa giunse dalle aree controllate dal regime, aree dove bande di assassini scatenati, gli shabbiha, criminali alimentati dal regime, terrorizzavano la popolazione;

Hanno negato che, tutte le volte che le bombe si fermarono, la rivoluzione tornò nelle piazze per opporsi contro il regime E ANCHE contro i gruppi fondamentalisti;

Hanno negato la politica di assedio delle città, prese per fame, sete e malattia e bombardate dal cielo;

Hanno negato i bombardamenti sugli ospedali, le scuole, persino i convogli umanitari;

Hanno negato l’acquiescenza complice delle Nazioni Unite e le discutibili relazioni tra l’ONU e il regime stesso;

Hanno negato i 20.000 detenuti ancora nelle carceri del regime e sottoposti a stupri e a tortura come documentato da Amnesty International, l'uso della tortura su scala industriale come politica deliberata dello stato siriano, le città ancora sotto assedio, bombardate e ridotte alla fame e alla morte per stenti;

Hanno negato il supporto del regime di al-Sisi a quello siriano;

Hanno negato l’entusiastico supporto di tutte le destre fasciste d’Europa al regime siriano, rilanciando le loro panzane negazioniste e mai ponendosi in ascolto di tutte le voci, che pure era possibile ascoltare, che lottavano contro il regime e chi lo sosteneva così come contro i fondamentalisti e chi li sosteneva;

Hanno negato la realtà sul campo ad Aleppo: ad Aleppo l’Isis non c’era e anzi esso esce rafforzato dalla caduta della città. Bisogna ribadirlo: nel gennaio 2014 l’Isis fu espulso da Aleppo proprio grazie a quelle stesse forze rivoluzionarie contro cui la dittatura si è accanita, contro cui il regime, la Russia e l’Iran hanno lanciato la campagna più feroce di tutto il conflitto siriano. La preoccupazione di combattere l’Isis è stata talmente secondaria che, mentre si concentravano le forze per distruggere la rivoluzione ad Aleppo, esso ha ripreso il controllo di Palmira. Neanche i qaedisti di Jabhat Fateh al-Sham controllavano Aleppo est e il loro numero era limitato (si veda qui). Nell'ultimo articolo di Joseph Daher su Jacobin si legge:

The opposition forces consist of between 7,000 and 10,000 combatants. Although many journalists have focused on the number of jihadists in eastern Aleppo, only about 250 to 700 fighters come from Jabhat Fateh al-Sham. Local brigades were mostly a combination of armed groups acting under the network of the Free Syrian Army (FSA), Ahrar al-Sham, a salafist force, and other Islamic groups, but were not jihadists. That does not mean that these groups did not commit crimes. Many Syrian leftists have condemned their bombing of civilians and civilian infrastructures in the regions under the control of the regime’s forces, and of the Kurdish neighborhoods of Sheikh Maqsoud, among other abuses. The issue at hand, however, was to oppose a destructive and aggressive war against the civilians in Eastern Aleppo, and elsewhere, regardless of the reactionary nature of some parts of the opposition.

Peraltro come ha dimostrato il ricercatore Félix Legrand la legittimazione sociale di Jabhat Al-Nusra è sempre diminuita al cessare dei bombardamenti. La conclusione è che a Jabhat-al-Nusra, così come al regime ed ai suoi alleati russi, non interessano le tregue: la dittatura e i jihadisti possono respirare solo in battaglia. Entrambi sanno bene che, al fermarsi delle bombe, la società civile superstite dopo anni di repressione, torture, esilio e guerra riprende a gridare pace e democrazia contro Assad, i jihadisti e gli interventi di potenze straniere.

Quelle persone che i media mainstream erano soliti descrivere come “ribelli” (in un modo tale da far apparire il vocabolo sinonimo di “fuorilegge”) si descrivevano ed erano descritti dalle forze democratiche come “rivoluzionari”. Anche in questo caso si trattava di persone che avevano imbracciato le armi dopo aver manifestato pacificamente per mesi nel 2011 contro il regime siriano ed essere stati brutalmente repressi. Il potere di queste fazioni armate era peraltro controllato da una società civile viva che fiorì dal 2012 in avanti: manifestazioni, organizzazioni, media, giornali, consigli locali. La causa principale della distruzione di questa società civile fu la distruzione implacabile della città da parte del regime: non solo distruzione fisica, ma anche favorendo indirettamente le fazioni più autoritarie della rivoluzione armata. Eppure, nonostante criticassero gli eccessi delle fazioni armate, i civili di Aleppo est erano terrorizzati dall’avanzata del regime, perché questa avrebbe significato la loro fine. E avevano motivo di crederlo;

Hanno negato la storia stessa della Siria del clan Assad, non conoscendo affatto la storia della regione (ne avevo già parlato lo scorso agosto nella mia lettera al popolo della sinistra sulla Siria). Credono che il regime siriano, per il semplice fatto di essere alleato con l’Iran e l’Hezbollah libanese, sia antisionista e antimperialista. Ignorano che se il regime di Assad non ha firmato un trattato di pace con Israele ciò non è dipeso dal carattere antisionista del regime, ma dalla mancanza di volontà di Israele stesso che non vuole rinunciare all’altopiano del Golan siriano: è Israele che non vuole un accordo, non il regime siriano. Ignorano che prima del 2011, a fare da mediatore tra Assad e Israele c’era Erdogan, allora suo buon amico (su come il regime abbia da sempre usato l'argomento falso della resistenza contro Israele solo al fine di preservare il suo potere da ogni richiesta di democrazia si legga questo articolo di Haaretz dal titolo significativo "Il dittatore arabo preferito da Israele è Assad").

Ignorano l’intervento del regime di Assad in Libano nel 1976 per schiacciare l’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) e la sinistra libanese, solo per fare un esempio, o l’appoggio dato al movimento confessionale sciita Amal in Libano nella loro guerra contro i campi palestinesi (per una storia delle atrocità del regime contro i campi palestinesi da Tell Zaatar a Yarmouk si veda questo link). O l’intervento della Siria nella coalizione a guida Usa nella prima guerra del Golfo contro l’Iraq.

Probabilmente non sanno che all’inizio degli anni Ottanta si è scatenata una delle maggiori repressioni contro la sinistra: centinaia di militanti comunisti incarcerati e sottoposti a terribili torture, oppure condannati a lunghissime pene detentive nonostante non avessero mai organizzato azioni violente.

Hanno negato il massacro di Tell Zaatar (1976) contro i palestinesi, il massacro di Hama (1982), la prigione di Palmira (Tadmor), un autentico campo di sterminio o il famigerato carcere di Saydnaya; hanno negato il ruolo di Alois Brunner, il criminale di guerra nazista braccio destro di Adolf Eichmann, accolto in Siria da Hafez al-Assad alla fine degli anni ‘50 e lì morto in gran segreto nel 2011, nella costruzione del terribile apparato repressivo siriano.

Hanno negato la politica rigidamente confessionale del regime (sul mito della laicità degli Assad l'articolo di Jean-Pierre Filiu), che ha inquinato i rapporti tra le comunità religiose e ha favorito la diffusione del salafismo in Siria ritenendolo una garanzia di pace sociale, oltre ad aver maneggiato e liberato jihadisti  fuori e dentro il paese; hanno negato le credenziali borghesi del regime, iniziate sin dal 1970 e accelerate poi dai mutamenti neoliberisti operati da Bashar al-Assad sin dal 2000, impoverendo così milioni di cittadini delle periferie che sopravvivevano a malapena e costituirono l’ossatura sociale della rivoluzione, mentre una classe capitalista corrotta formata dai suoi favoriti si è arricchita in maniera smisurata.

Hanno negato il contributo di Assad alla diffusione dell’Isis in Siria (solo a titolo di esempio, l'inchiesta di Roy Gutman) e l’evidenza che ancora oggi la compravendita di petrolio tra Assad e Daesh continua senza intralci, anzi che la prima voce di guadagno per l’organizzazione terroristica è proprio la vendita di petrolio a Damasco;

Se sapevano, hanno mentito. Se non sapevano, non hanno voluto sapere.

Questo è l’album del cortocircuito patologico di quello che Gilbert Achcar ha definito «l’antimperialismo degli imbecilli».

Aleppo, 2012: giovani cantano per la libertà e si fanno beffa di Assad

Aleppo, dicembre 2016

Ma, se possibile ancora peggio di tutto questo, hanno commesso l’offesa più ignobile: hanno negato il martirio di migliaia di siriani e siriane, cittadini, attivisti, fotografi, giornalisti di cui si conoscono nomi, cognomi e storie, assassinati, finiti nelle camere di tortura o spariti nel nulla per aver desiderato libertà e dignità. Solo due casi, a dimostrazione che la rivoluzione fu abbandonata nella tenaglia del regime, da un lato, e del fondamentalismo da esso scatenato, dall’altro. E, soprattutto, a dimostrazione che entrambi questi poli sono terrorizzati dal movimento democratico popolare.

Ghiyath Matar, il “piccolo Ghandi”, una delle icone più belle della rivolta del 2011. Insegnante, 26 anni, attivista non violento in prima fila nelle proteste pacifiche, distribuiva fiori e acqua ai soldati. Catturato dai servizi segreti siriani con un’imboscata, fu torturato fino alla morte mentre era in custodia. Forse sospettando il peggio, poco tempo prima aveva scritto:

Remember me when you celebrate the fall of the regime and remember that I gave my soul and my blood for that moment. May God guide you on the road of peaceful struggle and grant you victory.

Razan Zaitouneh, avvocata e fondatrice dei Comitati di Coordinamento Locale e del VDC (Centro per la documentazione delle violazioni in Siria), sequestrata nel dicembre 2013 da membri del gruppo fondamentalista islamico Jaysh al-Islam assieme a tre colleghi: suo marito Wael Hammadeh, l’avvocato Nathim Hamadi e Samira al-Khalil, scrittrice, dissidente politica e attivista per i diritti umani (nonché moglie di Yassin al-Haj Saleh). Da quel momento di loro non si hanno più notizie. Svaniti nel nulla.

Ma la sinistra non si è accontentata, è andata oltre: li ha calunniati, dipinti come terroristi e infine ha celebrato la loro morte, dichiarando così la propria. Perché questa sinistra è deceduta.

 

Evidenze ignorate:

il manifesto dell’ipocrisia della sinistra “antimperialista”

Quando le rivoluzioni arabe esplosero nel 2011 questa sinistra si trovò spiazzata, perché non le aveva previste e non sapeva cosa stesse accadendo: «Gli arabi si ribellano?». Durante il 2011, mentre il regime siriano reprimeva nel sangue le proteste pacifiche e la militarizzazione non aveva ancora preso il sopravvento, questa sinistra non c’era.

Non ricordo neanche un tale fiorire isterico di presunta “controinformazione” sul web, quasi sempre molto prossima ad aree neofasciste. Da questo punto di vista, la Siria ha offerto uno spettacolo inconsueto: l'informazione che sul web che si spaccia come "alternativa" a quella dei media mainstream contende ad essa il ruolo di propaganda. La propaganda del web viene servita come un antidoto alla propaganda percepita (e per questo dobbiamo dire grazie al sig. Bush, al sig. Blair e alle loro inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq).  In tal senso la “controinformazione” sul web è particolarmente subdola, perché la sua propaganda si presenta come ragionevole: mentre afferma che tutti mentono, offre altra propaganda. Questo universo del web maschera una visione del mondo assolutamente reazionaria attraverso un uso accessorio di vocaboli e riferimenti di sinistra e antisistema, partendo dal loro stesso nome (pagine facebook come L’intellettuale dissidente, L’antidiplomatico, Informazione Alternativa, Informare per resistere, Informazione libera fanno esattamente questo). Nell'attuale slittamento a destra del mondo la reazione nasconde il suo vero volto dietro gli orpelli della sovversione. 

Hanno tutti atteso, selezionato accuratamente gli eventi ed infine sono tornati alla luce con in mano una vicenda ricostruita di sana pianta attraverso schemi interpretativi senza alcun fondamento nella realtà (ma non approfondirò il punto in questa occasione):

«Assad rappresenta il governo legittimo della Siria» oppure

«L’intervento russo è avvenuto su invito del governo siriano» oppure

«Gli Usa vogliono fare in Siria come in Libia» oppure

«La rivolta fu guidata sin da subito da forze fondamentaliste».

Dietro a questi schemi si celano le vere concezioni, concezioni che vanno a comporre un vero e proprio manifesto dell’ipocrisia della sinistra “antimperialista”. Isolata in un fortino di concezioni del mondo superate e ossessionata da complotti in salsa staliniana, questa “sinistra” non ha compreso un’evidenza elementare: che la Siria che si è sollevata, e assieme ad essa anche le altre rivoluzioni arabe, ha dovuto tenere testa a due controrivoluzioni, il regime da un lato e i fondamentalisti dall’altro, ugualmente reazionari se pur con un potere distruttivo incomparabile. Questa situazione ha caratterizzato la totalità delle rivoluzioni arabe: da un lato i vecchi regimi che si difendono, dall’altro il recupero da parte integralista del processo rivoluzionario. Due forme della controrivoluzione, entrambe sostenute dal centro controrivoluzionario della regione, ovvero le monarchie petrolifere. Con scelte diverse tra di loro: l’Arabia Saudita è sostanzialmente al fianco dei vecchi regimi, il Qatar ha puntato sul recupero integralista. Anche gli USA si sono mossi tra queste due possibilità: conservare i vecchi regimi o in alternativa occupare il processo rivoluzionario per mezzo dei Fratelli Musulmani.

La debolezza della sinistra locale, cui si è aggiunta la solitudine in cui è stata abbandonata dalla sinistra occidentale, nonché gli errori compiuti (in particolare in Egitto, dove alcuni hanno creduto di poter fare affidamento sui militari) ha portato a un quadro regionale attualmente schiacciato dallo scontro tra vecchi regimi e forze fondamentaliste. Ovviamente gli USA e i loro alleati non supportano le ragioni delle rivoluzioni ma spingono perché si realizzi quanto già accaduto in Tunisia: una riconciliazione tra i due poli controrivoluzionari che nella loro ottica di stabilità ha ovviamente molto senso, ma la sinistra antimperialista non lo immagina nemmeno.

Questa logica binaria, che ha cercato di chiudere in una morsa la rivoluzione, è una logica controrivoluzionaria ed è la stessa logica che si è imposta presso la sinistra. Tutti gli aspetti materiali naturalmente coinvolti in ciò che essa ha sempre chiamato “emancipazione sociale”, come la questione sociale, la questione di classe, ecc… sono stati ignorati nell’analisi delle rivoluzioni arabe e della vicenda siriana. Attraverso un “antimperialismo” pavloviano, dato che si riduce a dare sostegno a chiunque appaia essere nel mirino degli USA (o più in generale delle potenze occidentali) e nulla più, essa ha ricondotto l’enorme portata storica delle rivoluzioni arabe a questa misera logica binaria. E in un mondo che si immagina binario, è inevitabile che essi reagiscano alle voci critiche dicendo: «Se non sei con noi (Assad-Russia-Iran) allora stai con loro (Isis-Al Qaeda-USA-Arabia Saudita)».

L’emancipazione sociale, invece, va pensata a prescindere dall’imperialismo: l’atteggiamento di una sinistra che nei fatti si siede dalla parte degli oppressi non dovrebbe essere conseguenza dell’atteggiamento di questo o quell’imperialismo, ma dovrebbe risultare in funzione della natura delle forze che lottano in Siria e dei loro obiettivi di emancipazione. Anche perché la natura borghese di un regime come quello siriano non può essere stabilita sulla base delle posizioni che esso detiene in politica estera, ma solo in base alla sua posizione verso le classi che compongono la nazione.

*****

Avevo già approfondito quest’imbarazzante modo di ragionare nella lettera scritta alla sinistra sulla Siria lo scorso agosto. Il loro schema di fondo è terribilmente banale: le rivoluzioni possono scoppiare soltanto nei paesi alleati degli USA, altrimenti sono certamente e oggettivamente al servizio dell’imperialismo.

Questa posizione denominata “campismo” deriva da una sorta di reazione contro il governo degli USA. Quando oggi tutti gli stati del mondo sono chiaramente capitalistici, questi oppositori di sinistra dell’imperialismo americano sostengono dei regimi oppressivi considerandoli “antimperialisti” fintanto che si oppongono agli USA in qualche maniera. È la riproposizione della vecchia logica «il nemico del mio nemico è mio amico»: se un lotta popolare per la democrazia scoppia contro un regime sbagliato, essa sarà considerata un complotto degli USA. Punto.

Naturalmente un tale approccio non poteva reagire alla primavera araba se non in modo incredibilmente confuso. A sinistra hanno sostenuto la rivoluzione in Tunisia e quella in Egitto, perché questi paesi erano alleati degli USA. Invece le rivoluzioni che chiedevano libertà e democrazia in Libia e in Siria, ispirate proprio dalle rivolte tunisina ed egiziana e causate dalle stesse ragioni economiche e politiche, sono state combattute. Il motivo è semplice: perché secondo questa concezione le dittature della Siria e della Libia potrebbero essere considerate “antimperialiste” e oppositrici degli USA.

Ovviamente non è così. Libia e Siria sono stati “nemici per la pelle” dell’imperialismo occidentale, a volte collaborando con esso e altre volte scontrandosi con i disegni degli USA e dei loro alleati. In alternativa, entrambi questi regimi collaborarono con l’imperialismo russo e cinese. Sulla base di cosa allora li si considera “antimperialisti”? Gheddafi si conquistava la benevolenza europea facendo da gendarme dei confini dell’Unione, fermando i migranti e imprigionandoli nelle tremende carceri libiche. Per quanto riguarda gli Assad in Siria, ho già detto: non solo il padre del dittatore attuale partecipò alla prima guerra del Golfo a guida USA nel 1991, ma anche il figlio Bashar fece la sua parte nel dopo 11 settembre, quando i prigionieri di guerra venivano trasferiti nelle carceri siriane per essere torturati e ottenere in questo modo informazioni, e poi restituiti in custodia agli americani.

Questa sinistra campista ha una distorta visione del mondo, un mondo in cui esiste una sola potenza imperialista, gli USA appunto, che agisce da manipolatore onnipresente e onnipotente di tutto ciò che accade sul pianeta. Non hanno compreso che, dopo il disastro iracheno, gli USA non sono più impegnati nei cambiamenti di regime. Restano la potenza imperialista dominante nel mondo, ma sono in relativo declino: in un nuovo ordine mondiale in cui sono meno capaci di controllare gli eventi, naturalmente temono le rivolte popolari. La priorità principale del nuovo corso imperialista di Obama è stata quella di evitare la destabilizzazione dei regimi esistenti per il timore del caos che dal suo punto di vista ne sarebbe conseguito.

Ma mentre gli USA abbandonavano questa strategia, la sinistra antimperialista continuava a ripetere che ovviamente c’era la loro mano dietro la rivoluzione siriana e persino dietro l’ISIS allo scopo di abbattere Assad. La stessa posizione, quest'ultima,  assunta da Trump in uno dei suoi tanti deliri (quanto alla vera storia dell’Isis il video seguente rappresenta un’ottima sintesi).

Ma non è solo incapacità di analizzare la realtà: questa posizione denuncia un classico atteggiamento orientalista, ovvero il rifiuto arrogante di ammettere che gli oppressi del mondo arabo possano lottare per la propria liberazione (che è la stessa convinzione dell’imperialismo). I giovani siriani nel 2011 non avrebbero combattuto per le proprie ragioni, ma solo in quanto “incitati” o “incoraggiati” dalla Cia. Un po’ come dire: tutto è immaginato e pensato in Occidente, gli arabi non agiscono di propria iniziativa, al massimo reagiscono a questi input esterni e l’imperialismo occidentale manipola per i propri scopi delle tribù locali ignoranti e reazionarie.

La sinistra che festeggiava la caduta di Aleppo crede che l’imperialismo russo non esista, o che sia un curioso caso di “imperialismo non imperialista”, crede che la Russia attuale sia l’erede dell’Unione Sovietica e che Putin sia l’erede di Lenin. Persuasi che ci sia qualcosa di antimperialista nella Russia di oggi, essi ignorano che qualunque criterio si prenda per giudicare la natura sociale di quel regime, dal capitalismo selvaggio alla sua stessa natura politica (autoritarismo, machismo, omofobia) la Russia non è solo uno stato capitalista con un orientamento di destra neoliberista, ma uno stato capitalista particolarmente reazionario. Non è neanche meno imperialista degli USA, anzi è particolarmente brutale se si pensa a quanto compiuto in Cecenia (e la Cecenia apparteneva alla Federazione Russa, era cioè l’equivalente di uno degli stati che compongono gli Stati Uniti, tanto per capirsi). Senza dimenticare che Putin si serve anche del fattore religioso: la Chiesa Ortodossa benedice come «guerra santa» l’intervento in Siria.

Si tratta di evidenze ancora una volta incredibilmente ignorate.

E così questa sinistra ha riempito i social network, all'unisono con l’estrema destra (per quanto in gran parte fingano di non saperlo e non facciano neanche un accenno a queste relazioni pericolose…), esprimendo la propria gioia per la vittoria del più violento, del più stragista massacro controrivoluzionario della nostra epoca, esprimendo quanto fosse felice del fatto che un regime brutale dotato di forza aerea, sostenuto da uno stato imperialista che ha invaso il paese con la sua forza aerea, avessero assieme bombardato un intero paese per 5 anni, ma ancor più bombardato 300mila persone intrappolate ad Aleppo est per mesi con ogni immaginabile arma di distruzione di massa ad eccezione dell’arma nucleare, facendo a pezzi bambini quotidianamente, distruggendo un ospedale dopo l’altro fino a quando non ne fosse rimasto in piedi neanche uno.

Non era mai accaduto che, di fronte ad una rivoluzione popolare, la sinistra si comportasse in modo così abietto. Non ha capito nulla e ha creduto di capire. Quel giorno avrebbero dovuto festeggiare i ricchi residenti di Aleppo ovest, di tutte le confessioni religiose, e lo hanno fatto. Dovevano festeggiare i deliranti mullah sciiti per la redenzione di una città considerata miscredente, deliranti come i loro omologhi sunniti. Dovevano festeggiare le destre e le classi dirigenti occidentali.

In questo lugubre celebrare la morte ha festeggiato anche questa sinistra, la stessa che dice di lavorare alla liberazione dell’essere umano. Come si fa a non inorridire?

12 dicembre 2016: tornare allegramente nell’abisso

Eravamo perduti, l’avevo capito quella domenica mattina, ma la realtà avrebbe iniziato a correre molto più velocemente.

Il giorno dopo, il 12 dicembre, le forze pro-regime iniziavano ad entrare ad Aleppo: gli attivisti lanciavano appelli disperati, raccontando di crimini che si stavano verificando non appena esse avevano incontrato civili sulla loro strada. La protezione civile siriana non poteva più uscire per strada per raccogliere i feriti rimasti intrappolati sotto le macerie a causa dei massicci bombardamenti, giornalisti e attivisti inviavano messaggi di saluto e di ringraziamento, mentre si diffondeva un’ossessiva paura degli stupri. Ci sono notti in cui la civiltà ritorna allegramente nell’abisso: il 12 dicembre 2016 sarà ricordato come una di queste.

Fu l’inizio di un crimine raccontato in diretta. Durante la battaglia per Aleppo le forze pro-regime commisero crimini di guerra: l’ONU dichiarò che c’erano credibili prove per affermare che le forze del regime uccisero almeno 81 civili, tra cui donne e bambini, a sangue freddo per strada o in casa.

L’espulsione giunse alla fine di un asfissiante e cupo tira e molla, un girone sadico ed estenuante per provare a mettere in salvo la popolazione civile costretta ad andarsene. Le milizie iraniane spararono sul primo convoglio, altre milizie sequestrarono dei civili in uscita dalla città, derubandoli e umiliandoli. Inoltre combattenti del gruppo jihadista Jund Al-Aqsa (alleato di Jabhat Fateh al-Sham) bloccarono l’uscita dei civili da Aleppo est bruciando i bus che stavano portando fuori i feriti da due città sciite in uno “scambio di civili” con le forze pro-regime, e in conseguenza di ciò altri bus già partiti da Aleppo furono fermati per ore impedendo a tutti i passeggeri, bambini compresi, persino di andare al bagno. Ragazzi e uomini in fuga dai 18 ai 45 anni furono separati dal resto della popolazione e costretti ad arruolarsi nell’esercito di Assad.

L'espulsione degli abitanti di Aleppo est, 18 dicembre 2016
L'espulsione degli abitanti di Aleppo est, 18 dicembre 2016
Ragazzi e uomini catturati dall'esercito siriano e costretti all'arruolamento forzato, 12 dicembre 2016
Ragazzi e uomini catturati dall'esercito siriano e costretti all'arruolamento forzato, 12 dicembre 2016

Nell’attesa di un’uscita troppo a lungo rimandata i feriti morivano di freddo sul pavimento sporco di quello che un tempo era un ospedale e senza possibilità di cure, mentre centinaia di persone passavano la notte per strada al gelo in attesa del proprio bus. Un gelo dispotico su esseri umani piegati da mesi di assedio totale e di bombardamenti martellanti.

In quei giorni si parlava di “evacuazione”. Una parola che dava l’idea di un’operazione umanitaria e nascondeva invece la brutalità di un’espulsione, un atto definito a Norimberga come un crimine contro l’umanità e assieme un crimine di guerra, stavolta avallato dalla comunità internazionale. E quale comunità internazionale avrebbe dovuto opporsi? La stessa che aveva solo ammonito e condannato di fronte ai bombardamenti deliberati su zone residenziali, scuole, ospedali, e persino gli stessi convogli umanitari?

Veniva scritto così un nuovo imponente capitolo della Nakba siriana (Nakba, catastrofe, proprio la stessa parola usata per indicare l’espulsione della popolazione palestinese), un trauma individuale e collettivo: chi lasciava le proprie case sapeva che probabilmente non vi avrebbe più fatto ritorno. Esseri umani scioccati, denutriti, con addosso storie di orrore e di altri loro simili lasciati sotto le macerie senza possibilità di dare loro aiuto, salivano su bus verdi per aggrapparsi al solo aiuto concesso dalla comunità internazionale in risposta ai crimini del regime di Assad e dei suoi alleati: andatavene, meglio per voi. Lasciando al regime le macerie delle proprie case e dei propri ricordi, portando con sé quel lutto per i propri cari perduti che le bombe e la fuga non avrebbero permesso di elaborare.

In quei giorni, leggendo le parole di chi abbandonava la propria casa, mi tornò alla mente quanto scritto dallo storico palestinese Elias Sanbar il quale, raccontando l'espulsione del suo popolo, parlò di «un sentimento assolutamente generalizzato dei palestinesi di essere stati non soltanto spogliati di una patria, ma di essere stati ognuno, individualmente, personalmente, derubati». 

E nonostante negli ultimi giorni fossero giunte notizie di alcuni gruppi ribelli che avevano commesso il crimine di accumulare riserve alimentari negandole a una popolazione affamata, questi civili scelsero ugualmente di andarsene. Preferirono dirigersi verso Idlib e la campagna occidentale di Aleppo, in una zona controllata dai ribelli e perennemente bombardata e colpita dai barili-bomba, piuttosto che tornare nel territorio governato dal regime. Ecco un’altra dimostrazione del “consenso popolare” del regime: Assad è in grado di conquistare solo spettrali città fantasma svuotate della loro popolazione. Era già accaduto ad Homs e a Daraya: ogni volta la popolazione civile parte al seguito dei combattenti. Non c’è nessuna attesa dei “liberatori”, solo una resa imposta col ferro e col fuoco.

Questa Nakba non giunse alle orecchie della sinistra che preparava i festeggiamenti per la conquista di uno spettrale deserto spopolato. Essa ha stabilito che queste vite non esistono, queste testimonianze non sono reali, queste storie hanno un marchio d’infamia.

Ad Aleppo la popolazione rovesciò un tiranno inseguendo un sogno: costruire una società libera dalla morsa di uno stato oppressivo. Furono abbandonati. Costretti a capitolare. Finì che i loro giardini divennero cimiteri.

L’altra sinistra, pane e Montecitorio: restare in silenzio

Dieci giorni dopo, il 22 dicembre 2016, era tutto finito.

Di Aleppo est restava solo un disgustoso spettacolo di macerie fumanti vilipese dalle forze pro-regime, che entravano e uscivano dalle case razziando tutto ciò che trovavano, da un miliziano di Hezbollah che scoperchiava una tomba dissotterrando il defunto in segno di massimo disprezzo, dallo sghignazzo di un giornalista del regime che si faceva beffa dei graffiti lasciati da una coppia di innamorati come ultimo saluto alla città (video in basso), dai turisti accompagnati tra gli scheletri delle abitazioni per scattare un selfie come in un indegno e macabro carnevale dell’umanità.

La "liberazione" di Aleppo: ritratti di Putin, Assad, Khamenei e del capo di Hezbollah Nasrallah esposti ad Aleppo ovest. Hanno dimenticato Erdogan e Obama.
La "liberazione" di Aleppo: ritratti di Putin, Assad, Khamenei e del capo di Hezbollah Nasrallah esposti ad Aleppo ovest. Hanno dimenticato Erdogan e Obama.

Come ogni città siriana (e non solo) svuotata della sua popolazione, bisognerà cercarla nelle memorie vive dei suoi abitanti, partiti con le chiavi di casa tra le mani come i palestinesi nel 1948. A differenza dei palestinesi di 70 anni fa, essi hanno seguito in diretta social la razzia delle proprie abitazioni.

Se la sinistra che si definisce antimperialista si preparava a celebrare un crimine all’unisono con l’estrema destra, queste voci non occupavano tutto lo spazio a sinistra. Cosa mancava? Mancava la voce dell’altra sinistra, ovvero tutta quell’area collocata tra i due estremi del Partito Democratico e della sinistra radicale, la sinistra mainstream.  Dov’era? Che ne era stato di essa? Era dove è sempre stata: fuori dal reale. Stavolta, però, in silenzio.

Questa sinistra ha un problema annoso: nutrendosi di pane e Montecitorio come nella migliore tradizione nazionale, crede che fare politica si riduca al parlare della politica. Il suo fallimento sul terreno sociale è esattamente questo: scambiare Montecitorio con la realtà, smarrendo così qualunque idea sostanziale di solidarietà sociale.

Se da un lato potrebbe essere anche vero che la Siria è “complicata”, e non tutti hanno il tempo o l’interesse di studiare e approfondire il più profondo sollevamento rivoluzionario del XXI secolo (tranne che per quel pezzetto del sollevamento che ha avuto luogo in “Rojava”, giustamente difeso ma in modo acritico, ignorando i limiti di quell'esperienza sostenuta dall’imperialismo USA e mai presa di mira da Assad o dalla Russia), ciò nondimeno un massacro non è “complicato”. E se l’ipocrisia della sinistra antimperialista ha raggiunto un livello tale da oscurare qualunque evidenza, questa sinistra che ama definirsi “riformista” non ha battuto ciglio. 

Perché l’opinione pubblica di sinistra mainstream, priva di un pensare e un agire politico radicali, è quella cosa che non ha più priorità, ma le sue priorità sono ciò che le agenzie stampa stabiliscono come agenda del giorno. Discute di ciò che le agenzie stampa suggeriscono, in casa e fuori casa, e se esse non sollevano il tema della povertà dilagante o di un genocidio in diretta, quest’opinione pubblica non sarà turbata. Ecco perché essa, cristallizzata nelle logiche e nei riti della politica, non incide più in misura sostanziale sulla realtà (ma si illude di farlo solo per il fatto di discuterne a profusione).

Chiusa in questa logica politicista in cui la cronaca politica si sovrappone su tutto, in primis sulla questione sociale, questa sinistra "diffusa" dei militanti e degli elettori ha bisogno di essere spronata. Perché non è scesa in piazza in massa per Aleppo? Probabilmente perché la sua area politica di riferimento non l’ha invitata a farlo.

Il dramma cupo e soffocante di Aleppo ha confermato un’attitudine strutturale di questa sinistra: se le questioni sociali non riscuotono il suo interesse, quelle di politica estera ancora meno. L’interno prevale sempre sull’esterno: Montecitorio prevale sulla realtà sociale, la politica nazionale (anche nei suoi particolari più insignificanti) prevale sempre su quanto avviene altrove, anche se magari non è geograficamente così distante come nel caso delle rivoluzioni arabe.

C’è un solo modo per ottenere la sua attenzione: è necessario che un tema riceva supporto da parte di un partito, un movimento o una testata di rilievo. In questo modo la sua opinione pubblica lo riterrà giusto e meritevole di sostegno.

Ma quale informazione mainstream avrebbe potuto farlo? La gran parte del giornalismo italiano (escludendo dal novero la pura propaganda filo-Assad) non sembrava minimamente preoccupato della propria impreparazione di fronte agli eventi, giornali e televisioni non ne avrebbero parlato se non in minima parte e qualcuno avrebbe mandato in onda i suoi esclusivi reportage embedded da Aleppo raccontando che la «liberazione» era vicina.

La notte tra il 12 e il 13 dicembre Aleppo entrava in agonia e i suoi abitanti precipitavano in un mulinello di mostruosità che credevamo di aver lasciato nei testi scolastici. Nella stessa notte, mentre giungevano notizie di stupri a morte ed esecuzioni per le strade di donne, bambini e anziani scorrevano sul mio schermo incredibili conclavi sul nostro ombelico nazionale: una sintesi brutale di un paese in cui sul gossip di Montecitorio c'è una preparazione diffusa, ma che sulle cose del mondo dimostra di essere una piccola, ignorante provincia. Era una cruda metafora della politica a sinistra che ho conosciuto in questi 16 anni: non parlare mai di ciò che serve, quando serve.

Quella notte il flusso di notizie non si fermava e la morte immediata appariva quasi una benedizione, eppure non avrei mai creduto di dover assistere a un tale paradosso: l'orrore stritolava vite innocenti che si congedavano in diretta sui social network senza riuscire ad infrangere l’incredibile silenzio generale.

Non si trattava soltanto di mancanza di solidarietà verso le vittime, ma di carenza di analisi.

La sua incapacità di calarsi nella realtà materiale non era testimoniata solo dalla rimozione della più grande tragedia del XXI secolo. Nei giorni finali dell’assedio di Aleppo le sue discussioni sul referendum costituzionale sarebbero state smentite clamorosamente: il referendum avrebbe evidenziato una netta discriminante di classe, ma essa non lo aveva neanche minimamente sospettato. Allo stesso modo a partire dal 12 dicembre, mentre le capitali d’Europa scendevano in piazza, l’indignazione di fine anno si concentrava su un governo Renzi-bis che non era possibile non aspettarsi pur con la vittoria del No e sull’organizzazione del Natale e del Capodanno della giunta a 5 stelle della capitale. Preoccupazione legittima, se non fosse che, non casualmente, la stessa preoccupazione non veniva riservata per le incredibili dichiarazioni di Manlio Di Stefano, responsabile esteri dei 5 stelle. L’episodio è particolarmente indicativo della tendenza a selezionare la realtà da parte della sinistra mainstream. Mentre si dava avvio a quel girone dantesco dell’espulsione degli abitanti di Aleppo est, più volte interrotta e rimandata, e alla morte di civili per freddo e inedia, Di Stefano pubblicava un post delirante celebrando la «liberazione di Aleppo». Il post era un concentrato di tutte le semplificazioni e la propaganda che era stata riversata sulla Siria da sei anni a questa parte e che riscuote un inquietante successo sul web.

Eppure una dichiarazione del genere non suscitò l’indignazione che ci si sarebbe aspettati e che giustamente si accende in maniera dirompente ogni volta che un esponente di quel movimento si lascia andare a dichiarazioni inaccettabili. Perché Di Stefano poté fare delle affermazioni così gravi senza incontrare ostacoli? Perché la questione su cui egli dava prova di disinformazione, infantilismo politico e persino di mancanza della più elementare umanità non era ritenuta una questione prioritaria da parte della sinistra mainstream (la sinistra “antimperialista” immagino abbia condiviso anche le virgole di quel post). Da tenere presente che esponenti dello stesso movimento di Di Stefano nella città di Trento hanno dimostrato di non conoscere neanche la differenza tra la bandiera della vecchia repubblica siriana pre-Assad scelta dalla rivoluzione e quella dei fondamentalisti dell’Isis.

Provando a passare inosservata, la sinistra mainstream ha preferito così celarsi dietro un imbarazzato silenzio mentre nelle stesse ore discuteva «del grano di sale e di quello di senape» per fondare nuovi partiti che evidentemente nascevano ciechi di fronte all’orrore in diretta e indifferenti al coraggio di una rivoluzione popolare abbandonata.

Mentre gli appetiti dei massacratori non sono ancora sazi, anch'essa non ha capito cosa si gioca in Siria. Quanta pigrizia, quanta solidarietà mancata, quante occasioni tradite, quanta politica pirotecnica e inutile. Aleppo ha evidenziato quello che essa non sa fare, quello che non sa essere. Né in casa né, ovviamente, fuori casa.

Non esistono rivoluzioni perfette

Gina Galeotti Bianchi, la partigiana Lia, ragioniera, aveva 32 anni. Fu uccisa a Milano da una raffica di mitra sparata da un camion di soldati tedeschi in fuga incappati in un posto di blocco partigiano: era il 24 aprile 1945, il giorno prima della liberazione. Mi ha sempre molto colpito il destino beffardo delle vittime dell’ultimo miglio, coloro che avrebbero potuto salvarsi e i cui sforzi invece risultano vani poco prima che tutto sia finito. In quei giorni furono tante le vite interrotte a un passo dalla salvezza, la cui fatica per sopravvivere all’assedio e ai bombardamenti sfumò in un istante. Quante di quelle vite forse si sarebbero salvate, se una poderosa solidarietà le avesse accompagnate verso l’esilio? Quante si sarebbero sentite meno abbandonate di fronte al pericolo di morte imminente? Sono domande che restano senza risposta.

A una passo dalla salvezza, ma una salvezza amara e per nulla definitiva. Perché ad Aleppo, in quelle strade, tra quelle rovine, tra quelle tombe che nessuno potrà più onorare la guerra è finita, ma nel resto del paese continua. Questa guerra non è finita.

Non esistono rivoluzioni perfette. Non lo fu la rivoluzione francese e nemmeno quella inglese. Un processo rivoluzionario a lungo termine (come quello iniziato nel 2011 in tutta la regione araba) non può essere monocolore, altrimenti non sarebbe una rivoluzione. Quello che invece è limpido è il ruolo di chi si batte per un cambiamento radicale verso la democrazia e la giustizia sociale contro regimi dittatoriali e forze politiche reazionarie. Ha scritto Gilbert Achcar:

Le tragedie alle quali stiamo assistendo oggi non sono dovute alle sollevazioni, ma sono il prodotto della pluridecennale accumulazione di putredine nel corpo dei vecchi regimi. La «Primavera araba» ha prodotto la rottura di questo ascesso, che però sarebbe avvenuta comunque prima o poi. La verità è che tanto più si ritarda la rottura, tanto più è il marciume che va accumulandosi: e infatti se di qualcosa dobbiamo rammaricarci a proposito dell’esplosione araba non è tanto del fatto che si sia verificata, quanto che abbia tardato così a lungo da permettere all’antico regime di riuscire a disgregare le società ricorrendo al tribalismo, al settarismo religioso e a varie forme di clientelismo, per non parlare della tirannia, del terrorismo di Stato e del controterrorismo di bassa intensità dovuto alla violenza governativa.

Nel mondo reale le rivoluzioni sono qualcosa di molto complicato e confuso. I siriani in lotta per libertà e democrazia, dopo aver vissuto per decenni sotto il tallone di un regime totalitario che aveva soppresso brutalmente ogni forma di opposizione, non si presentavano all’appuntamento con la storia con un dettagliato decalogo “rivoluzionario” che la sinistra che ha sempre vissuto tranquillamente in occidente potrebbe ritenere necessario. Questo non significa negare le difficoltà presenti in questi paesi o non considerare gli insegnamenti di altre rivoluzioni fallite, ma ciò è totalmente diverso rispetto al non saper rispondere limpidamente alla domanda: «Tu da che parte stai?».

Messa di fronte ad una vera rivoluzione popolare, la sinistra radicale che si considera “rivoluzionaria” si è rivelata risolutamente reazionaria, schierata dalla parte della più sanguinosa controrivoluzione. Ha così composto il manifesto della sua ipocrisia: a quanto pare, Assad è un vero democratico e ogni critica mossa nei suoi riguardi è vergognosa; l’esercito di Assad non ha mai ucciso nessuno, in realtà il massacro di Hama non è mai avvenuto e non esistono centri di tortura in Siria; qualunque intervento militare russo è assolutamente diverso rispetto a un intervento militare degli USA o della NATO, e questo perché la Russia non ha (mai) ambizioni coloniali e imperiali a differenza degli Stati Uniti e dei loro alleati; l’Iran è intervenuto in Siria per difendere laicità e democrazia esattamente come fa a casa propria, e le milizie da esso sostenute sono diverse da quelle sostenute da Arabia Saudita o Stati Uniti, perché a differenza di queste ultime sono impegnate a salvare vite umane. E poi, si sa, sulla Siria mentono tutti, tutti fuorché ovviamente Press TV, RT, Sputnik News e i giornalisti vicini al regime di Assad che non sono stati espulsi come purtroppo accade ad altri loro colleghi. E poi, non dimentichiamo che non esiste né è mai esistita un’opposizione politica in Siria: c’erano e ci sono solo terroristi.

Celebrare la morte e la tortura è divenuto ai loro occhi il più misericordioso e dignitoso atto rivoluzionario.

D’altra parte la sinistra moderata mainstream ha cercato di barcamenarsi nel suo discorso orientalista (Kobane sì, ma Aleppo no) non avendo semplicemente alcuna idea di cosa dire o cosa fare. L’ipocrisia è molto difficile da tollerare se proviene da parte di coloro che dicono di lottare per la liberazione dell’essere umano.

La sinistra ha già dimenticato, ma c’è chi ricorderà: quando si parlerà di antifascismo e Resistenza ogni 25 aprile, di oppressi e oppressori, di diritti umani, di Giornate della Memoria (una memoria stanca, a quanto pare), di Islam e terrorismo, di Islam e democrazia, di palestinesi e Israele, quando il prossimo editorialista si presenterà come “esperto di Medio Oriente” ci sarà chi ricorderà il suo irredimibile silenzio mentre le forze democratiche e i civili inermi di Aleppo sopportavano il peso di una violenza implacabile.

La Siria offre un’interessante prospettiva per discutere della natura umana. L’aspetto più sconcertante di questi tempi bui che viviamo è che le persone preferiscono essere ignoranti, non vogliono sapere. L’invasione russa della Siria è stata trasmessa in diretta, così come l’uso delle armi più distruttive del pianeta, delle armi chimiche, l’assedio: la più grande tragedia del XXI secolo è stata la prima ad andare in onda sui social media.

In futuro sarà arduo spiegare perché non ci fu interesse: l’argomento che non sapevamo non funziona più. Sono tempi molto eccitanti per riflettere sulla natura umana, si diceva: un punto in più per coloro che, come i capitalisti, credono che siamo malvagi e individualisti; un punto in meno per chi crede nel lato migliore della natura umana.

A un mese di distanza la sinistra, moderata e radicale, non sa quale livello ha raggiunto.

E, non sapendolo, non ne ha timore.

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