8 punti per sopravvivere al rumore della propaganda. E votare NO

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Con questi otto punti illustrerò le mistificazioni di maggior presa diffuse dal governo a favore del suo progetto di riforma costituzionale, nonché ripetute dai sostenitori della stessa e da una campagna mediatica incredibilmente martellante e che nelle ultime ore tocca punte surreali (pagine Fb che promuovono la riforma e che in genere si occupano di tutt’altro).

Le considerazioni «nel merito» saranno solo la base per ampliare il discorso, perché credo che una delle più amare eredità di questa campagna sia proprio la spoliticizzazione della battaglia per il NO. È sembrato che fare della lotta al NO una lotta con un preciso significato politico fosse non ammissibile in una discussione «nel merito».

È davvero demotivante dover ribadire delle ovvietà, ma a quanto pare analizzare politicamente la realtà, anche quando si parla della Costituzione, rappresenta un’attitudine desueta di cui si è persa la memoria.

Se la Costituzione italiana del 1948 è frutto della mediazione tra diverse culture politiche, ben riconoscibili ad un esame attento della stessa, perché allora non sarebbe lecito chiedersi quale cultura politica, espressione dei tempi che corrono, ispira la riforma sottoposta a referendum? Davvero si crede che la forma e il funzionamento delle istituzioni siano questioni tecniche e che solo la prima parte della Costituzione (rispetto alla quale i neo-costituenti si affannano a dire «Tranquilli, non è stata toccata») sia eminentemente politica?

Questa spoliticizzazione della battaglia per il NO ha non solo impedito di unificare la battaglia democratica a quella sociale, ma anche di mettere in relazione logica la riforma costituzionale con le precedenti controriforme approvate dal governo Renzi e dai governi che lo hanno preceduto.

In altre parole, ha impedito di comprendere e di far comprendere il perché di questa riforma, imbrigliata esclusivamente nella propaganda aziendalistica di «far correre il Paese»

Ha impedito di comprendere e di far comprendere il “perché una riforma adesso”, e il “perché una riforma in questo modo e non in un altro”.

Questo scollegamento si è manifestato in tutta la sua nocività quando il vuoto richiamo della “modernizzazione” per un Sì alla riforma si è insidiato perfino tra alcuni di coloro che hanno sempre creduto di combattere la deriva neoliberista della società contemporanea e la sua tendenza a ridurre gli spazi della democrazia.

Non solo, ma questo scollegamento è anche alla base di un’altra scelta irragionevole: c’è chi a sinistra pensa bene di scegliere il Sì alla riforma per fermare l’avanzata dei populismi. È invece l’esatto contrario, e proverò a spiegarlo.

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L’operazione del governo, supportato dal padronato (come li vuoi chiamare?) e dai media, ha uno scopo preciso: rimediare alla distanza che si è generata negli ultimi 20 anni tra la costituzione formale (quella che continuiamo a leggere su carta) e la costituzione materiale (la realizzazione concreta di quei principi nella vita di ognuno).

Come ho già spiegato in un precedente articolo, l’entrata in vigore della Costituzione non garantì in modo immediato il miglioramento delle condizioni materiali di vita dei lavoratori, e la concretizzazione dei principi democratico-sociali della Costituzione rimase inattesa per molto tempo. Solo le mobilitazioni studentesche, operaie e sociali degli anni ‘60 e ‘70 riuscirono a raggiungere una parziale concretizzazione dei principi sociali enunciati dalla Costituzione, strappando tutte le principali riforme sociali della storia italiana.

Solo grazie all’insieme di queste riforme il famoso articolo 3 acquistò una qualche concretezza (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”), mentre la realizzazione dell’articolo 4 (“La repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”) fu accantonata semplicemente perché incompatibile con un sistema economico capitalistico.

Non appena, pochi anni dopo, quell’onda di massa rifluì, borghesia e governi ripresero a mettere in discussione quelle conquiste: la scala mobile, manomessa negli anni ‘80 e abolita nel ‘92, la politica della concertazione tra governo e sindacati con burocrazie sindacali sempre più subordinate alle imprese, riforme fiscali tendenti a cancellare la progressività di cui parla la Costituzione, capitali con imposte sempre inferiori, il diritto alla pensione progressivamente eroso fino alla riforma Fornero, l’introduzione dell’articolo 81 sul pareggio di bilancio in Costituzione che annulla qualunque operatività dello stato in campo sociale, le controriforme del lavoro da Berlusconi a Monti al Jobs Act, tagli alla spesa sociale per scuola, università, sanità ed enti locali. Questa è la storia recente d’Italia che dovrebbe essere raccontata.

È da tempo ormai che, accanto alla costituzione formale, sempre più svuotata di contenuti che abbiano un minimo di realtà, si è affiancata una costituzione materiale frutto della sconfitta del movimento dei lavoratori e della riformulazione dei rapporti di forza tra le classi sociali a vantaggio del padronato.

Il governo di Renzi, così come gli altri governi che lo hanno preceduto, hanno tradotto a livello legislativo gli obiettivi della classe dominante avvalendosi anche di un atteggiamento sempre più conciliante da parte dei ceti dirigenti del sindacato.

Perché adesso una riforma costituzionale? Perché l’obiettivo del governo è di chiudere la partita anche dal punto di vista istituzionale, rimediando a questa discrepanza tra costituzione formale e costituzione materiale, adeguando quella formale agli interessi di chi ha vinto questa fase storica di crisi del capitalismo. In altre parole, c’è l’intenzione neanche tanto celata di disfarsi di norme e sistemi istituzionali che sono espressione di un rapporto tra le classi che non esiste più.

È vero che la loro erosione è già avvenuta nei fatti ma è anche vero che, fino a quando esse restano scritte sulla carta, costituiscono pur sempre un parziale impedimento, dato che possono essere sempre appellate dal mondo del lavoro.

Il  padronato ormai gioca a carte scoperte, anche consapevole forse, come recitava una celebre vignetta di Altan, che «il trucco c’è, si vede ma non gliene frega più niente a nessuno».

Più e più volte i rappresentanti del governo hanno ribadito che «la riforma si inserisce in un percorso di riforme avviate da questo governo per modernizzare il Paese». Ora, se i suoi promotori inseriscono (per le loro buone ragioni) questa controriforma nel solco delle altre (Jobs Act, Buona Scuola e via dicendo) perché allora si è creduto e si continua a credere che l’analisi della riforma debba procedere su un binario diverso rispetto a quello su cui corrono i disastri compiuti nel mondo del lavoro o della scuola, per fare due esempi?

Votare No è importante per impedire che il cerchio si chiuda. Ma basta così? Non basta.

Votare No è importante anche per riaprire una battaglia in difesa delle condizioni materiali di vita di chi lavora e per cancellare tutte le controriforme che hanno cancellato diritti che si consideravano acquisiti.

È fondamentale non perdere di vista questo significato politico. Perché, se si riuscirà a farne a meno adesso, non potrà essere ulteriormente messo da parte dopo il 4 dicembre. Altrimenti fermare lo stravolgimento della Costituzione, mentre le politiche neoliberiste continueranno a macinare approvazioni ed esistenze, non sarà servito a molto.

Se c’è chi ha scelto di votare NO per puro calcolo politico, questo nulla ha a che fare con chi vota NO per immaginare un progetto alternativo a questa società bloccata da un sistema economico inscalfibile che pare quasi un destino divino.

Questi punti, perciò, entreranno e usciranno dal merito non per fare un’analisi compiuta della controriforma, ma per smontare le mistificazioni più in voga diffuse in questi mesi. Insomma, cercheranno di muoversi nel reale.   

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1-Lo sviluppo economico 

Si sente dire in maniera infondata e propagandistica che la riforma avrebbe come effetto indiretto quello di «sbloccare il Paese e perciò favorire la crescita». Forse a molti di voi sarà sfuggito, ma vi assicuro che è stato detto parecchie volte. L’ultima martedì sera a “Politics” su Raitre. Domanda al ministro Poletti: “La disoccupazione si abbasserà grazie alla riforma?”. Risposta del ministro: “Certamente!” e aggiunge: “Faccio un esempio: ci sono regioni che hanno il vaccino obbligatorio, altre no…”.

Perché Poletti e gli altri hanno sempre schivato la domanda dopo aver detto “Certamente”? Semplicemente perché dire che la riforma aiuterà l’economia è una banalità senza fondamento, ripetuta più volte e mai approfondita (e come si potrebbe, in effetti?). Tra la ripresa economica e la riforma costituzionale non esiste alcun nesso scientificamente verificabile. Lo sviluppo economico (o il mancato sviluppo economico) è determinato dalle politiche economiche approvate dal Parlamento (l’austerità è una politica economica, ad esempio), non dal bicameralismo o dal monocameralismo (e le politiche economiche sono determinate dai rapporti di forza sul piano sociale). 

2-L’efficienza del Parlamento 

I sostenitori della riforma avrebbero dovuto dimostrare che il Parlamento italiano produce meno leggi di quello di altri paesi. È esattamente il contrario: troppe leggi e troppo spesso fatte male. Si veda il grafico:

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(Fonte: Di Porto V. I numeri delle leggi. Un percorso tra le statistiche delle legislature repubblicane. Il Filangeri, Quaderno 2007, pp 179-200)

Il vero problema in Italia si è rivelato la bassa qualità delle leggi: questo flusso continuo di legislazione è formato da una continua correzione di leggi già approvate ma carenti. In questo fenomeno l’elevato numero dei parlamentari o il bicameralismo non c’entra nulla dato che (a causa dei vincoli esterni, soprattutto europei, che vengono tradotti in iniziativa legislativa del governo) l’80% delle leggi approvate sono appunto di iniziativa governativa. Questo progressivo rafforzamento dell’esecutivo a spese del parlamento è un fenomeno di cui si parla ormai in tutti i manuali di scienza politica. Tra l’altro, grazie all’uso frequente della questione di fiducia e della legislazione delegata al Governo, ogni governo approva da tempo quelle che considera le sue grandi “riforme” (mai parola fu più svuotata del suo significato, dato negli ultimi 30 anni sono passate alla storia come riforme i peggiori arretramenti e perdite di diritti). Ma anche per queste riforme si impiega del tempo: colpa delle camere? No, è il governo che impiega molto tempo ad emanare la legislazione delegata. Il Jobs Act è un esempio di ciò. Regolare cose complesse richiede tempo.

Si dice: il governo impone 70 giorni di tempo per legiferare sulle materie dichiarate “di attuazione del programma”. Ecco il punto: la velocità non è un concetto applicabile al legiferare e alla democrazia, pena il rischio di scrivere leggi che dovranno essere sottoposte a ulteriori correzioni. Prevedendo scadenze brevi per la produzione legislativa si aggrava il rischio di un suo ulteriore scadimento qualitativo. Rafforzare l’esecutivo è un’esigenza sentita esclusivamente da chi sta al governo per le stesse ragioni che ho spiegato nella prima parte dell’articolo. 

Se poi restiamo sui contenuti, visto che un’altra banalità è solita sostenere questo (“Con una sola Camera avremmo già approvato la famosa legge che si è fatta attendere anni e anni”) il legiferare è determinato dal sistema politico, quindi dalla volontà politica, non dal bicameralismo o dal monocameralismo. Il Parlamento italiano decide quando vuole, e non decide quando non vuole. Le politiche di austerità, le controriforme del lavoro o delle pensioni non hanno mai trovato ostacoli nella loro approvazione tra le due Camere, per non parlare delle spese militari. Perfino l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione (il pareggio di bilancio assieme alla libertà individuale e di pensiero!) è stato approvato in sei mesi, un lasso di tempo brevissimo per una riforma costituzionale. La legge sul reato di tortura manca dal 1988, per quella sulle unioni civili non servono commenti.

3-Sistema maggioritario 

La legge elettorale non è oggetto del referendum, ma è tema del dibattito. Si può dire quello che si vuole, ma il sistema maggioritario è intimamente poco democratico, perché (assieme ai premi di maggioranza) costituisce la distorsione sul piano elettorale del principio di rappresentanza. Solo il sistema proporzionale garantisce il valore reale del voto espresso dagli elettori nell’urna. L’idea incredibile di fondo a tali ragionamenti è quella di semplificare: se un paese è troppo complesso, conflittuale (in scienza politica queste faglie si chiamano cleavage), allora bisogna semplificare al massimo la rappresentanza dando tutto il potere ad un gruppo limitato e coeso, eliminando il resto della società da una possibilità di essere rappresentata. Quali siano state finora le politiche economiche dominanti tra le forze politiche fautrici di una “semplificazione” è inutile ribadirlo. 

4Governabilità e rappresentanza

La premessa di ogni discorso favorevole alla riforma è un ipotetico desiderio del popolo italiano di avere governi stabili. La governabilità è un falso problema: non siamo la repubblica di Weimar, né lo siamo mai stati nel corso della prima repubblica. I governi sono stati numerosi, ma sempre costruiti attorno al perno di un grande partito come la DC. Quindi numerosi governi, ma sistema politico stabile, anzi stabilissimo.

La prima repubblica in Italia non fu affatto un regime instabile. L’egemonia democristiana, benché in presenza di un sistema proporzionale, ha consentito una notevole continuità e stabilità delle politiche adottate pur nel cambio frequente dei governi che però rimettevano in sella sempre le stesse persone. Il problema non era allora la stabilità ma la mancanza di ricambio.

La governabilità costituisce il grimaldello per stravolgere la rappresentanza. E nelle democrazie del XXI secolo il problema sta diventando proprio il deficit di rappresentanza.

5-Bicameralismo perfetto

Fare le riforme non è un bene in sé. Rispetto al bicameralismo sarebbe stato più ragionevole eliminare del tutto la seconda camera: nessuno sarebbe contrario al monocameralismo se si rafforzasse la capacità rappresentativa del parlamento e di controllo sull’attività del governo, altrimenti la combinazione con l’Italicum concentrerebbe troppi poteri nel capo del partito e del governo. Stesso discorso per la riduzione del numero dei parlamentari: bastava ridurre a metà il numero di membri di Camera e Senato (come prevedeva la proposta del vicepresidente del Senato Chiti che aveva raccolto molte adesioni in Parlamento) dimezzando al contempo le indennità. Non va dimenticato, però, che il bicameralismo paritario è un’anomalia ma non una malattia, anzi in taluni casi può contribuire a migliorare la qualità della legislazione costringendo i parlamentari alla revisione e alla rilettura dei testi. Il Senato, che è stato sempre una spina del fianco per l’esecutivo perché la modalità di elezione produce un maggior equilibrio tra le forze politiche, viene ora ridotto alla parvenza di una camera, una specie di dopolavoro per consiglieri regionali e sindaci.

La Costituzione non è una legge qualsiasi, deve essere scritta bene per durare decenni. Non si può pensare di votare una riforma scritta male sottovalutando il fatto che una nuova costituzione porterà alla creazione di nuovi equilibri che tenderanno a consolidarsi. 

6-Legittimazione

Se un premier si impegna in una vera e propria campagna elettorale per un referendum costituzionale, fatto perlomeno insolito, dovrebbe venire il sospetto che stia cercando una legittimazione popolare per potersi ripresentare al voto sull’onda di un Sì vittorioso. Come si poteva leggere in un editoriale de La Stampa: «Nel renzismo, tuttavia, la spacconeria e il gigionismo non sono soltanto un tratto caratteriale, ma soprattutto una risorsa politica. Una delle poche alle quali il giovane leader è potuto ricorrere in mancanza di legittimità elettorale, e visto pure il rapporto non facile col Partito Democratico. Renzi è arrivato a Palazzo Chigi «a credito». Privo d’un passato che giustificasse la sua presenza al vertice del Paese, ha dovuto puntare tutto sul futuro».

7-Fermare le destre

Pensare di fermare l’ascesa dei populismi (le destre non populiste stanno già governando l’Europa) votando Sì è quanto di più illusorio ci sia: i populisti crescono  e cresceranno anche con una vittoria del Sì. La differenza è di prospettiva: se la riforma sarà bocciata, si potranno aprire degli spazi per iniziare a contestare queste politiche antipopolari. Con la vittoria del Sì quelle politiche antisociali, che costituiscono l’acqua in cui i populismi sciolgono il loro veleno di razzismo, sessismo e omofobia e che così poco spazio hanno trovato in una discussione “nel merito”, avranno nuova legittimazione e sarà arduo tenere loro testa. Se vince il Sì i populismi avranno di fronte a sé non una strada, ma un’autostrada di consenso.

8-Alternativa sociale

Dopo il No bisognerà costruire un’alternativa, e che sia un’alternativa sociale, altrimenti la bocciatura della controriforma sarà servita a poco e l’onda dei populismi non incontrerà ostacoli.  

Precedenti articoli sul referendum costituzionale: 

Referendum, entrare nel merito non significa parlare solo di norme

Ci riprovo: referendum, quella semplice verità concreta

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